
Edito da Adelphi, Autocronologia è una biografia non convenzionale dello scrittore, poeta e giornalista Alberto Arbasino. Con la curatela di Raffaele Manica
Se c’è una cosa che forse Alberto Arbasino avrebbe odiato, quella è il dispiegarsi dei ricordi in uno scioglilingua goffo, su fatti o persone note. La difficoltà di iniziare il racconto di questo libro, quindi, è proprio data dai ricordi che da lettore ho su di lui. Citerò il primo, che riguarda invece un’assolata intervista che fece a Roma nel 1977, all’immenso Jorge Luis Borges. Si parlava di sogni, della narrativa fantastica e di quel contrattempo editoriale a cui assomigliava in quel momento il realismo. Arbasino definiva Borges l’ultimo dei grandi scrittori, e facendo un confronto è impossibile non pensare che Arbasino, per questo Paese, è stato forse il più importante scrittore-antropologo del Novecento, capace com’era di spaziare con la stessa autorevolezza tra letteratura, giornalismo, saggistica e politica.

Autocronologia di Alberto Arbasino
Autocronologia curato da Raffaele Manica, di recente pubblicato da Adelphi, riprende il discorso intrapreso con il Meridiano Mondadori dedicato ad Arbasino, ma le nuove aggiunte riguardanti la formazione giovanile e del periodo che va dalla pubblicazione del meridiano fino alla morte, lo trasformano in un organismo autonomo di circa 250 pagine, che mescola le sfumature del ritratto di una vita, con una venatura del riconoscibilissimo ritmo arbasiniano, impossibile nel contesto del rigore quasi accademico del meridiano. Il tutto in una prosa rapida e colta che si muove tra la mole impressionante di riferimenti culturali, citati senza però un briciolo di pedanteria. Una voce, (ricordo ancora l’intervista a Borges), che per tanto tempo si è misurata con le altre più importanti del Novecento e oltre.
Il racconto allora spazia in un flusso cronologico che Raffaele Manica è bravissimo a gestire, facendoci sentire unica la narrazione verbale di Arbasino, che tenta e ci riesce benissimo, a ripercorrere la propria vita in un discorso che rilegge perfettamente anche la sua carriera. La prima parte è quella più ricca e inedita, perché Arbasino rievoca gli anni della formazione. Con una naturalezza disarmante, evita accuratamente di abbandonarsi a una qualsiasi forma di sentimentalismo. Facendoci notare, inoltre, l’estremo pericolo del mondo immobile e da cui evadere, che è l’Italia provinciale, contrapposta al suo spiccato cosmopolitismo. Anni cruciali sono quelli che vanno dal 1950 al 1980: questo periodo forma il secondo macro-capitolo ideale dell’Autocronologia e si rivela ricco perché non solo è quello degli incontri epocali (Borges, Pasolini, Calvino, Tennessee Williams, Truman Capote), ma ci aiuta a tracciare una geografia della sua scrittura, in cui emerge forte il rifiuto dell’impegno ideologico a favore dell’ironia. Sorprende inoltre la sua analisi del teatro e dell’opera, e vi è ancora nella sua voce una particolare ma autentica applicazione di una logica di scomposizione e riscrittura dei classici, che riflette la sua ossessione per la sperimentazione artistica di quel tempo.
Autocronologia di Alberto Arbasino. Una biografia non convenzionale
Il periodo che va dagli anni ’80 fino alla sua morte, nel 2020, è lo specchio di quella “coscienza critica della cultura italiana” che nel tempo è stato forse l’appellativo più calzante e abusato nei suoi riguardi. Raffaele Manica ci mostra, senza appunto abusarne, che l’attività di Arbasino, di osservatore implacabile, ha un grande pregio. Il suo essere un moralista distaccato, infatti, ci fa vedere il degrado di un certo linguaggio politico e culturale e ci sembra quasi di vederlo, mentre, tra le macerie del contemporaneo, più che mantenere ordine ne cerca uno che sia vero. Questo tema si allaccia anche alla sua ossessione per la riscrittura (riemerge ancora Borges), vediamo allora passarci davanti le sue opere “non finite”: Un ingegnere in blu o Un paese senza, che potremmo a questo punto definire persino degli archivi aperti, visto che per la loro “non formale” incompiutezza riflettono l’evoluzione dei tempi.
Chiudo ricordando l’addio che dedica agli amici, da Gadda fino a Moravia, dove le sue parole e il suo dolore sono filtrati attraverso l’intelligenza e la memoria delle conversazioni vivaci. E poi il suo divertimento distaccato, nel constatare che sta diventando un classico vivente; il suo sguardo sulla modernità con la curiosità di sempre, ma consapevole di appartenere a una civiltà letteraria (quella del Novecento europeo) che sta sbiadendo e che però ci ha lasciato, anche grazie a lui, un testamento spirituale destinato a crescere. Forse perché non fatto di pagine di marmo, ma di una superficie d’acqua che s’increspa a ogni nuovo soffio della Storia.




