
Costellazioni e gioco del lotto in un binomio lasciato alla razionalità del caso e di Carsten Nicolai, che porta a Genova – e non è un caso – il progetto Atlas Borealis
La vita è costellata di scelte. Alcune assolutamente ponderate, come quella fatta da Carsten Nicolai di arrivare da Pinksummer con un progetto apposito, partendo razionalmente dalla passione per gli atlanti stellari. Sedici fogli di Atlas Borealis, dove il bianco si mescola educatamente con miriadi di punti colorati sparsi, all’interno di cornici altrettanto bianche e altrettanto ponderate visto che «usa sempre e solo quelle», racconta la gallerista Antonella Berruti. Un ulteriore dietro le quinte non proprio marginale: in quelle cornici Nicolai s’è premurato di inserire i suoi lavori uno ad uno con le proprie mani. Tutto studiato, tutto pensato per ottenere il risultato di una serie perfetta come un fregio, ordinatissima, regolarissima.
Carsten Nicolai aka Alva Noto
Quindi da una parte c’è Carsten Nicolai e una formazione da architetto che, lo avrete già un po’ subodorato, non fa sconti. Dall’altra sempre lui ma dietro lo pseudonimo Alva Noto, una carriera alla console con la produzione di musica elettronica, dove il suono è forma e la casualità di un’intuizione ha un peso specifico. Carsten, Alva e Atlas Borealis, le costellazioni, la casualità e il gioco del lotto. Quest’ultimo, guarda caso, è nato a Genova (sì, esatto) e del caso è il riferimento più “nazionalpopolarmente” immediato. E anche uno dei più peculiari se si pensa che al suo interno incrocia la casualità a una razionalità che potremmo definire “a scadenza”, valida finché nei tuoi numeri – quelli che hai sognato o incrociato in qualsiasi altro modo – continui a crederci. Tutto al netto di sfere numerate che non cadranno mai seguendo un ordine stabilito.

16 tavole, 6 numeri, 6 cerchi
Sfere libere di fluttuare come i 6 cerchi (in Germania si giocano 6 numeri, non 5 come da noi) disegnati da Carsten/Alva in maniera del tutto casuale su ognuna delle 16 tavole. Tavole che, nell’allestimento pensato dall’artista, si percepiscono come fotogrammi di una sequenza in cui i cerchi sono quasi bolle di sapone danzanti, arrivando a un prodotto performativo puro. Un prodotto-sequenza, dall’essenza non preordinata quanto i numeri che escono senza una regola precisa, quanto una vita che a volte si modifica a prescindere dal volere di chi la vive. O come l’installazione che s’aveva da fare, ma che alla fine così non è stato ed ora è materia per un ulteriore dietro le quinte: semplificando, e prendendo per buona la nostra interpretazione di quanto raccontato da Berruti, Carsten avrebbe dovuto installare al centro della sala una specie di bussolotto da estrazioni, dove i numeri fluttuano e cadono.

La razionalità del caso
Abbiamo condiviso l’aneddoto a chiusura del paragrafo precedente per un motivo specifico: ricordare che spesso quello che non c’è conta quanto quello che c’è. Perché se è vero che «le ombre non sono meno importanti della luce» come diceva Jane Eyre, Atlas Borealis non è ciò che è (evitare il gioco di parole: obiettivo fallito) a causa della mancanza di un pezzo, ma in quanto congiunzione unica tra razionalità e casualità. Le sue luci esistono in virtù delle sue ombre, come se l’imprevisto avesse semplicemente completato e non colpito un sistema preordinato.
Ignoravamo che il gioco del lotto fosse nato in quel di Genova, almeno quanto non immaginavamo che attraverso il lotto stesso avremmo potuto razionalizzare la casualità degli eventi come parte integrante, e non accidente, della nostra esistenza. E invece.




