26 Settembre 2026 23:31

Alberto Zorzi e il gioiello d’artista. In cerca di nuovi linguaggi

Le Foglie, collana, argento, 2000, Museo di Arti Decorative e Applicate, Palazzo Zuckermann, Padova
Le Foglie, collana, argento, 2000, Museo di Arti Decorative e Applicate, Palazzo Zuckermann,
Padova
Ad Arezzo presso il Museo Orodautore la mostra antologica “Alberto Zorzi. Straordinario scultore orafo e il gioiello d’artista”

Se dovessimo parlare di architettura, il decostruttivismo di Frank O. Gehry parrebbe un accostamento appropriato. Se dovessimo dissertare di filosofia e linguistica, il rimando al decostruzionismo di Jacques Derrida – strategia di lettura strutturale che rivela le contraddizioni interne di equilibri ritenuti esemplari – non sarebbe fuori luogo. Se dovessimo invece discorrere di oreficeria sarebbe difficile individuare parallelismi tra l’opera orafa di Alberto Zorzi, artista d’area veneta, protagonista della Scuola di Padova, e quella di altri artisti.

Individuare in una sua spilla, in un suo anello o in una coppia di suoi orecchini – che si aprono nello spazio secondo piani che si intersecano, si frantumano, si inframmezzano con forme apparentemente estranee eppure ben fuse fra loro, ricomponendosi secondo linee forza dalla accentuata dinamicità, insolita in un gioiello – punti di tangenza con fenomeni di grande portata che hanno rivoluzionato negli ultimi decenni il fare progettuale architettonico, come anche il linguaggio, è invece sicuramente più appropriato.

I gioielli di Zorzi riscrivono infatti i codici tradizionali dell’ornamento in cerca di nuove soluzioni espressive, sottraendosi al confronto con l’opera di altri autori orafi. È piuttosto il dinamismo boccioniano a riaffiorare alla memoria osservando i suoi gioielli. Già il critico Enrico Crispolti, esegeta delle creazioni di Zorzi – fu lui a definirlo “straordinario”– e profondo conoscitore del Futurismo in tutta la sua complessità storica, aveva infatti stabilito collegamenti fra la ricerca dell’orafo contemporaneo e il movimento d’avanguardia che segnò il Secolo Breve – in ogni settore, dall’arte, in senso stretto, all’architettura; dalla moda al gioiello –, fino a giungere a noi, influenzando le produzioni artistiche fiorite in questo ibrido, complesso esordio di Millennio.

 

Le Foglie, collana, argento, 2000, Museo di Arti Decorative e Applicate, Palazzo Zuckermann, Padova
Le Foglie, collana, argento, 2000, Museo di Arti Decorative e Applicate, Palazzo Zuckermann,
Padova

Nei gioielli di Zorzi, il ricorso a metalli preziosi – come l’oro e l’argento lucidi, incisi o sabbiati –, e, nel contempo, l’introduzione di una vasta gamma di pietre semipreziose – lapis, tormaline, diaspri, onici, quarzi – e sintetiche, come lo spinello, o di materie organiche – corno e madreperla –, scelte per la loro valenza cromatica e materica, appaiono poli variabili, ma sempre complementari, nel caleidoscopico vocabolario espressivo da lui adottato.

Dagli oggetti in argento composti come volumi scultorei – siano essi centrotavola, coppe, vasi o candelabri – promanano la stessa vis compositiva intessuta di sfide volumetriche, gli stessi insoliti equilibri vertiginosamente reinventati, la stessa capacità di sintesi plastica che si manifestano nel gioiello. In particolare, le superfici ampie e specchianti delle suppellettili d’uso o decorative – come nel caso dei suoi pezzi prodotti fra il 1990 e il 2015 da Pampaloni e, a partire dal 2020, da Greggio Argenti 1948, tra cui l’argento felliniano “E la nave va”, oggi in mostra – offrono quelle qualità riflettenti che solo il metallo bianco può detenere, in un gioco di intersezioni formali e percettive che conferisce movimento alla creazione artistica, confermando quanto la tradizione cinetica oggi sia ancora forte a Padova.

Basti pensare all’eredità – assai presente nella sensibilità degli artisti, e non solo – dell’opera del Gruppo Enne – composto da Biasi, Chiggio, Costa, Landi, Massironi – che negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta ebbe voce in capitolo nell’ambito della ricerca italiana più avanzata, permettendo a quest’ultima di allinearsi a quanto avveniva in Europa e in America.

 

La Città, anello, oro, rubini, onice, 2022
La Città, anello, oro, rubini, onice, 2022

Lo sguardo internazionale non manca certo a Zorzi che, grazie alla sua formazione mitteleuropea – Padova è da sempre vicina per cultura e tradizioni al centro Europa –, continua a intessere rapporti con Germania, Austria, Francia, Belgio, USA, sia sviluppando nel design dei suoi pezzi affinità stilistiche con le punte dell’avanguardia di ieri e di oggi sia coltivando rapporti con musei, gallerie specializzate e mercato collezionistico di tutto il mondo. Sue opere sono conservate presso importanti musei: tra gli altri, il Tesoro dei Granduchi a Firenze, il Musée des Arts Decoratifs di Parigi, il Victoria and Albert Museum di Londra, il Museum of Art & Design di New York.

Ad Arezzo presso il Museo Orodautore, a Palazzo della Fraternità in Piazza Grande, si è aperta sotto l’egida di Fondazione Guido d’Arezzo una sua nuova grande antologica di respiro museale, “Alberto Zorzi. Straordinario scultore orafo e il gioiello d’artista”, a cura di Giuliano Centrodi, curatore scientifico del museo stesso oltre che studioso del patrimonio tramandato dall’azienda Unoaerre, fiore all’occhiello della produzione orafa nazionale e internazionale, che con grandi festeggiamenti, celebra quest’anno il secolo di vita.

Scopo della rassegna, illustrare soprattutto la produzione recente dell’artista – esclusivamente pezzi unici –, senza trascurare prove della sua produzione che attestano da un lato le sperimentazioni partite già a metà degli anni Ottanta, dall’altro la definita identità stilistica raggiunta nei Novanta. Grazie anche alle rassegne espositive “Oro d’Autore” che ad Arezzo, una quarantina fa, iniziavano a raccogliere l’eccellenza internazionale del design del gioiello, vedendo la partecipazione di Zorzi stesso, a partire dal 1989. Centrodi sottolinea in proposito: “La sua curiosità l’ha portato a fare ad Arezzo cose che con la Scuola di Padova non poteva fare.

 

Signum, anello, argento, lapislazzuli, 2024
Signum, anello, argento, lapislazzuli, 2024

Quando venne qui per la prima volta nel 1989, chiamato da Lara Vinca Masini, per realizzare un gioiello per la collezione “Oro d’Autore”, era giovanissimo. Era la seconda edizione questa del 1989, la prima si era tenuta l’anno precedente. Alberto realizzò con la lastra e il filo – entrambi semilavorati peculiari della Scuola di Padova – una bella collana-pettorale, Cadono le stelle, in cui inserì lo smalto a giorno, un recupero non usuale degli smalti del Rinascimento. Nel ’92 fu chiamato ancora e realizzò l’anello Omaggio a Piero della Francesca, applicando la tecnica della cera persa. Erano gli anni in cui Unoaerre studiava anche la granulazione, antica tecnica etrusca, e lui la sperimentò subito, introducendola – sempre con misura – in alcune sue creazioni”.

Ecco dunque ad Arezzo, insieme alla consacrazione del gioiello d’arte concepito come scultura da indossare – ricca di tutte quelle valenze che essa sola può racchiudere in sé –, la consacrazione dell’attività di Zorzi. Rappresenta una conferma dello stretto legame del gioiello di Zorzi con le espressioni artistiche più raffinate l’interesse da lui mostrato per molteplici tecniche durante tutto l’arco del suo lungo e prolifico percorso. Prova di continua ricerca e di instancabile curiosità sono infatti proprio le indagini sulle modalità produttive che possono dare ala all’invenzione più audace.

Lamine e fili sono i semilavorati base su cui l’artista veneto opera: sulle prime lavora di sbalzo, cesello, traforo, foratura, sabbiatura, godronatura; grazie ai secondi imposta collane e bracciali, utilizzandoli come snodi o elementi strutturali portanti. L’artista ha inoltre introdotto, oltre alla fusione a cera persa, quella in osso di seppia. Inoltre, ha sperimentato la granulazione, l’elettroformatura, nonché trattamenti speciali applicati alle superfici – come la texture – e la placcatura multistrato che, come ricorda Centrodi, “gli ha permesso, schiacciando e comprimendo il metallo, di raggiungere bellissimi effetti ispirati allo ‘stiacciato donatelliano’ presente nell’Altare di Sant’Antonio nella Basilica del Santo a Padova”.

 

La Micro Città, collana con pendente, argento, smalto azzurro, micro mosaico, 2026
La Micro Città, collana con pendente, argento, smalto azzurro, micro mosaico, 2026

Per quanto riguarda le componenti cromatiche, ha adottato la smaltatura a giorno, così come la smaltatura a gran fuoco a effetto “raggrumato” e la pittura a olio stesa direttamente sul metallo. Frutto, infine, della docenza presso l’Accademia di Ravenna – una delle istituzioni dove l’artista ha insegnato nel corso della sua carriere didattica, prestata prima a Padova, poi a Firenze, Siena-Arezzo, Venezia – è la recente introduzione del micro mosaico di settecentesca memoria che, con le sue tessere multicolori a fitta trama compositiva, ben si armonizza con le forme euclidee, e non, di pendenti e spille dalle sagome turrite, ancora una volta concepite come mini architetture allusive al tema della città, spesso presente nei gioielli dall’artista. Beninteso, scomposte e ricomposte in assemblage capricciosi e sempre sorprendenti.