
Due modelli a confronto a Cannes: dalla mostra-installazione al rito collettivo, il futuro dell’immersive art si gioca sulla forma dell’esperienza
Nel panorama in rapida trasformazione dell’arte immersiva, la competizione di Cannes 2026, in programma dal 12 al 23 maggio durante la kermesse in croisette, segna un cambio di passo che non riguarda soltanto il formato della sezione, ma la sua stessa idea di esperienza.
Sotto la direzione di Elie Levasseur, la sezione abbandona progressivamente la logica frammentata delle installazioni diffuse per avvicinarsi a un modello radicalmente diverso: un’unica esperienza collettiva, quasi teatrale, capace di accogliere simultaneamente centinaia di spettatori.
La sede resta l’Hôtel Carlton di Cannes, ma lo spazio viene completamente riconfigurato. Un ambiente immersivo unico, di oltre 450 metri quadrati, ospita le opere selezionate in sessioni strutturate come vere e proprie proiezioni espanse: tre lavori al giorno, presentati singolarmente, davanti a pubblici compresi tra gli 80 e i 220 partecipanti.
In questo nuovo assetto, l’immersivo smette di essere esperienza individuale per diventare evento condiviso.
Abbiamo parlato con Levasseur dell’evoluzione dello storytelling immersivo, del progressivo superamento dello stupore tecnologico, della centralità della narrazione, del rapporto tra Cannes e la Biennale di Venezia e della necessità di pensare questo linguaggio non come estensione del cinema, ma come medium autonomo.
Il primo dato che emerge con chiarezza riguarda la trasformazione delle narrazioni.
Secondo Levasseur, l’hype legato alla novità del medium è superato. Se nelle prime stagioni dell’immersivo la fascinazione era legata soprattutto allo strumento, oggi il baricentro si è spostato sulla costruzione narrativa.
Le opere selezionate mostrano strutture più solide, più consapevoli, capaci di sostenere l’esperienza con crescente attenzione allo storytelling. Il pubblico, del resto, non cerca più soltanto immersione, ma senso, coerenza e racconto.
Un’evoluzione che attraversa tanto le installazioni video quanto le esperienze VR free-roaming, sempre più complesse e articolate.
Sul piano tecnologico, il quadro appare più stabile.
L’intelligenza artificiale continua a essere integrata nei processi creativi, ma secondo Levasseur il vero punto di svolta è già avvenuto nella stagione precedente. Oggi si assiste alla prosecuzione di una trasformazione già avviata. La rivoluzione è nel modo in cui le opere vengono pensate, scritte e soprattutto vissute.
La trasformazione più evidente in questa edizione del Festival di Cannes riguarda, appunto, il dispositivo espositivo.
Se l’anno scorso ogni artista disponeva di uno spazio autonomo, Cannes 2026 opta per una configurazione con un unico ambiente immersivo condiviso, dove le opere si succedono come programmi cinematografici.

L’idea è dichiarata: restituire all’immersivo una dimensione pubblica, quasi rituale, vicina alla sala cinematografica ma espansa nello spazio fisico e percettivo.
La conseguenza è immediata: l’esperienza non è più individuale, ma sincronica. Centinaia di spettatori attraversano insieme la stessa opera, nello stesso momento.
La complessità del progetto sta nella convivenza di formati radicalmente diversi.
Le installazioni video utilizzano superfici multiple, incluse pareti e pavimento, trasformando lo spazio in un ambiente totale. Le esperienze VR sedute adottano dispositivi rotanti per garantire una fruizione condivisa e simultanea. I lavori free-roaming multiutente, invece, introducono dinamiche più complesse, con sistemi di tracciamento che permettono a gruppi di 30–40 persone di muoversi nello stesso ambiente virtuale senza collisioni.
Per la prima volta, tutte le opere selezionate vengono pensate per essere vissute collettivamente.
Dietro la trasformazione formale si intravede una questione strutturale: la sostenibilità del settore.
Per Levasseur, l’industria immersiva non ha ancora trovato un modello economico stabile. La fruizione individuale, soprattutto quando estremizzata in tempi lunghi e spazi ampi, rischia di diventare insostenibile.
Da qui la necessità di ripensare le opere come esperienze simultanee. Più utenti nello stesso momento, nello stesso spazio, dentro la stessa narrazione.
Cannes assume così anche un ruolo strategico: non solo vetrina, ma luogo di indirizzo produttivo e industriale.
Il confronto con Venezia diventa inevitabile.
Se Venice Immersive ha costruito negli anni un modello vicino alla mostra d’arte – diffuso, individuale, contemplativo – Cannes sceglie un’altra strada che cerca di promuovere modelli industriali o ipoteticamente appetibili per la fruizione collettiva (nei musei, negli spazi adibiti e per fini d’intrattenimento, ludici, etc).
Non si tratta di competizione diretta, ma di divergenza metodologica. Due modi diversi di immaginare lo stesso linguaggio.
Per Levasseur, questa pluralità è una condizione necessaria alla maturazione del settore.
Riguardo all’ontologia del media, se così si può definire, la posizione è netta: l’arte immersiva non è un’estensione del cinema.
Pur attraversata da influenze cinematografiche, videoludiche, performative e installative, l’immersiveness si definisce attraverso una frattura fondamentale: il passaggio dalla visione all’interazione.
Nel cinema si osserva una storia. Nell’immersivo si entra nella storia e, spesso, si interagisce con essa, a volte influenzandone gli esiti.
Il montaggio non organizza più il tempo dello sguardo, ma l’attenzione nello spazio. Il linguaggio non si limita a rappresentare, ma genera esperienza.
Levasseur ci ha tenuto a insistere sul legame tra Cannes e il mondo della produzione immersiva, che continua a rafforzarsi proprio per la contemporaneità tra la kermesse più tradizionale e questo spazio di esplorazione nato appena tre anni fa.
Levasseur ha insistito sul legame tra la competizione immersiva di Cannes e il mondo della produzione contestualizzata all’interno del Marché, un rapporto che si rafforza proprio nella contemporaneità tra la kermesse più tradizionale e questo spazio di esplorazione nato appena tre anni fa.
Tra Marché du Film, adattamenti di IP (Intellectual Properties) internazionali e connessioni con il settore della scrittura e del casting, il festival si configura sempre più come un nodo strategico per un ecosistema emergente. L’esigenza appare chiara: servono sceneggiature più solide, maggiore visibilità e talent riconoscibili. E Cannes, in questo senso, si afferma come punto d’incontro naturale tra industria cinematografica e nuovi linguaggi immersivi.
Un’altra questione centrale riguarda il rapporto con Venezia. La Biennale ha definito un paradigma espositivo; Cannes sperimenta invece una dimensione più distributiva e collettiva. Due modelli che delineano possibili futuri dello stesso linguaggio, destinati a dialogare e, in parte, a integrarsi.
Cannes Immersive compie quest’anno un ulteriore passaggio decisivo sul piano dell’accesso: la competizione viene infatti integrata nel sistema ufficiale di biglietteria del Festival di Cannes, segnando una piena inclusione nel perimetro istituzionale dell’evento. Non si tratta solo di un aggiornamento tecnico, ma di un gesto simbolico preciso: l’immersivo entra a pieno titolo nella struttura del festival.
L’obiettivo è quello di ampliare drasticamente il pubblico — e, a giudicare dal tutto esaurito di questi giorni, il risultato sembra già evidente. Dove prima alcune opere erano accessibili a poche decine di persone per sessioni limitate, oggi si punta a una fruizione estesa e condivisa.
Il mondo immersivo sta così progressivamente cambiando statuto: da linguaggio sperimentale ai margini a dispositivo culturale in fase di istituzionalizzazione.
In questo scenario, Cannes 2026 finisce per ridefinire non solo la forma delle opere, ma le condizioni stesse della loro esistenza.
E nel confronto con Venezia emerge una mappa più ampia: da una parte la contemplazione, dall’altra la simultaneità. Da una parte l’esperienza individuale, dall’altra la sua trasfigurazione collettiva. Resta una domanda aperta, quasi inevitabile: quale delle due dimensioni farà davvero breccia nel cuore degli spettatori?
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Cannes Film Festival
Immersive Competition: Cannes Throws Down the Gauntlet to Venice
Two models compared: from the installation-exhibition to the collective ritual, the future of immersive art is defined by the form of experience
In the rapidly evolving landscape of immersive art, the Cannes 2026 competition, scheduled from 12 to 23 May during the Croisette festival, marks a shift that goes beyond format alone, touching the very definition of experience.

Under the direction of Elie Levasseur, the programme gradually moves away from the fragmented logic of dispersed installations toward a radically different model: a single collective experience, almost theatrical in nature, designed to host hundreds of spectators simultaneously. The venue remains the Hôtel Carlton in Cannes, but the space is entirely reconfigured. A unified immersive environment of over 450 square metres hosts the selected works in sessions structured like expanded screenings: three works per day, presented individually to audiences ranging from 80 to 220 participants.
In this new configuration, immersion is no longer an individual experience, but a shared event.
We spoke with Levasseur about the evolution of immersive storytelling, the gradual fading of technological awe, the growing centrality of narrative, and the relationship between Cannes and the Venice Biennale, as well as the need to understand this language not as an extension of cinema, but as an autonomous medium.
A central shift concerns the transformation of narratives. According to Levasseur, the initial hype surrounding the medium has now passed. If in the early stages of immersive art fascination was largely tied to technology itself, today the focus has decisively shifted toward narrative construction. Works are becoming more structured and self-aware, capable of sustaining experience through stronger storytelling. Audiences are no longer seeking immersion alone, but meaning, coherence, and narrative depth. This evolution spans both video installations and increasingly complex free-roaming VR experiences.
On the technological level, the picture appears more stable than disruptive. Artificial intelligence continues to be integrated into creative processes, but for Levasseur the real turning point has already occurred. What is happening now is the continuation of an ongoing transformation: the revolution lies in how works are conceived, written, and above all experienced.
The most visible transformation in this edition of the Cannes Film Festival concerns the exhibition model itself. While last year each artist had an independent space, Cannes 2026 opts for a single shared immersive environment, where works unfold sequentially like cinematic programming. The idea is explicit: to restore a public, almost ritual dimension to immersion, close to the cinema hall but expanded into physical and perceptual space. The result is immediate: the experience is no longer individual but synchronous. Hundreds of spectators experience the same work at the same time.
The complexity of the project lies in the coexistence of radically different formats. Video installations transform the space into a total environment using multiple surfaces, including walls and floors. Seated VR experiences employ rotating systems to maintain a shared, simultaneous viewing experience. Multi-user free-roaming works introduce even more complex dynamics, with tracking systems allowing groups of 30–40 participants to move within the same virtual environment without collision. For the first time, all selected works are conceived to be experienced collectively.
Behind this formal transformation lies a structural issue: the sustainability of the sector. For Levasseur, the immersive industry has yet to find a stable economic model. Highly individualised consumption—especially when extended over long durations and large spatial setups—risks becoming unsustainable. Hence the need to rethink works as simultaneous experiences: more users at the same time, in the same space, within the same narrative. Cannes thus assumes a strategic role: not only as a showcase, but as a hub of industrial orientation and production guidance.
The comparison with Venice becomes inevitable. If Venice Immersive has developed a model closer to the art exhibition—diffuse, individual, contemplative—Cannes explores a different path, oriented toward distribution and collective scalability, potentially extending into museums, entertainment spaces, and dedicated venues. This is not direct competition, but methodological divergence: two different ways of imagining the same language. For Levasseur, this plurality is essential to the maturation of the field.
From an ontological perspective, Levasseur is unequivocal: immersive art is not an extension of cinema. While shaped by cinematic, videogame, performative, and installation-based influences, it is defined by a fundamental shift: from viewing to interaction. In cinema, one observes a story. In immersive environments, one enters it—and often interacts with it, sometimes influencing its outcome. Editing no longer organises the time of perception, but attention in space. The language does not merely represent; it generates experience.
Levasseur also emphasised the deepening relationship between Cannes and the immersive production ecosystem, strengthened by the simultaneity between the traditional festival and this exploratory section, launched only three years ago. Through the Marché du Film, international IP adaptations, and growing connections with writing and casting sectors, Cannes is becoming a strategic hub for an emerging ecosystem. The need is clear: stronger scripts, greater visibility, and recognisable talent. In this sense, Cannes stands as a natural meeting point between the established film industry and emerging immersive languages.
Another key issue is the relationship with Venice. The Biennale has defined an exhibition paradigm; Cannes, instead, is experimenting with a more distributive and collective model. Two approaches outlining possible futures of the same language, likely destined to interact and partially converge.

This year, Cannes Immersive takes a further step in terms of access: the competition is integrated into the official ticketing system of the Cannes Film Festival, marking its full inclusion within the institutional framework of the event. This is not merely a technical adjustment, but a symbolic gesture: immersion becomes part of the festival’s core structure. The aim is to dramatically expand audiences—and, judging by this year’s sold-out sessions, the impact is already evident. Where once works were accessible only to small groups, the goal is now broad, shared participation.
Immersive art is thus undergoing a clear shift in status: from a marginal experimental language to a cultural device in the process of institutionalisation.
In this scenario, Cannes 2026 ultimately redefines not only the form of the works, but the very conditions of their existence.
And within the comparison with Venice, a broader map emerges: on one side contemplation, on the other simultaneity. On one side individual experience, on the other its collective transfiguration. The question remains open—and perhaps necessarily so: which of these two dimensions will resonate more deeply with audiences?




