29 Settembre 2026 11:28

Cate Blanchett a Cannes. La nuova geografia del trauma VIDEO

Cate Blanchett al panel del Displacement Film Fund presentato al Festival di Cannes
Cate Blanchett al panel del Displacement Film Fund presentato al Festival di Cannes
Un’analisi del Displacement Film Fund presentato a Cannes: Blanchett tra diplomazia culturale, capitale simbolico e la costruzione istituzionale del racconto dello sradicamento

Al panel del Displacement Film Fund presentato al Festival di Cannes, la presenza di Cate Blanchett ha catalizzato l’attenzione mediatica. Ma al di là della figura dell’attrice australiana — Global Goodwill Ambassador dell’UNHCR e volto pubblico del progetto — ciò che emerge è una domanda più strutturale: chi ha oggi diritto di rappresentare il displacement nel cinema globale, e secondo quali criteri viene selezionato?

Il fondo, lanciato nel 2025 dall’UNHCR insieme all’Hubert Bals Fund dell’IFFR, assegna 100.000 euro a filmmaker selezionati per raccontare esperienze legate alla dislocazione forzata. I cinque nomi del secondo ciclo — Mohammed Amer, Annemarie Jacir, Akuol de Mabior, Bao Nguyen e Rithy Panh — delineano una geografia ampia che attraversa Palestina, Vietnam, Cambogia, Sud Sudan e diaspora americana.

Ma una lettura più ravvicinata delle biografie suggerisce un elemento meno lineare di quanto la narrazione istituzionale lasci intendere. Mohammed Amer è un attore palestinese-americano affermato, già integrato nell’industria globale attraverso Netflix (serie MO). Annemarie Jacir è una delle registe più consolidate del cinema palestinese d’autore, presente stabilmente nei principali festival internazionali. Bao Nguyen opera da anni all’interno dell’industria documentaria statunitense con distribuzione globale.

L’autorialità del displacement

Rithy Panh, assente al panel, rappresenta invece un caso diverso ma ormai pienamente canonizzato: la sua opera sulla memoria del genocidio cambogiano lo ha reso una figura centrale del cinema mondiale, istituzionalizzata all’interno del circuito festivaliero. Il caso più complesso è quello di Akuol de Mabior, filmmaker nata a Cuba e cresciuta tra Kenya e diaspora sudsudanese. Figlia di John Garang de Mabior, leader storico del movimento di liberazione del Sud Sudan, la sua posizione biografica si colloca all’incrocio tra esperienza diasporica e capitale politico ereditato.

 

 

Non si tratta di mettere in discussione la legittimità delle loro opere, né la centralità dei temi affrontati — guerra, esilio, trauma, memoria — quanto di osservare il modo in cui il sistema culturale internazionale costruisce oggi l’autorialità del displacement. Il punto non è solo chi racconta cosa, ma come certe biografie diventano immediatamente leggibili e finanziabili all’interno di un ecosistema istituzionale che include fondazioni, festival, organismi ONU e piattaforme globali.

Il Displacement Film Fund si inserisce così in una dinamica più ampia: la trasformazione del trauma geopolitico in categoria culturale riconoscibile, e quindi programmabile, selezionabile, finanziabile. In questo quadro, il rischio non è la mancanza di autenticità delle opere, ma la progressiva istituzionalizzazione della rappresentazione stessa dello sradicamento, che tende a privilegiare soggetti già dotati di capitale simbolico, accesso industriale o riconoscibilità internazionale.

Una domanda rimane aperta: il fondo redistribuisce davvero possibilità produttive o consolida una nuova élite transnazionale del racconto del trauma? Forse entrambe le cose. Ma proprio questa ambivalenza sembra essere oggi il vero centro del dispositivo culturale.