29 Settembre 2026 10:57

Cannes 2026 e il funerale chic del cinema contemporaneo

Hope, di Na Hong-jin, visto a Cannes
Hope, di Na Hong-jin, visto a Cannes
Il Festival di Cannes 2026 è un’edizione triste, glaciale e priva delle scintille, del furore, del desiderio e della vita spumeggiante

A Cannes la chiamano “la leggenda di Raoul”. Nessuno sa davvero chi sia stato quest’uomo. La versione più accreditata racconta che, in sala Lumière molti anni fa, qualcuno non trovando il proprio amico lo chiamò a voce alta: “Raoul”. Da allora, per inerzia, per contagio, per semplice necessità di rompere il silenzio, quando si spengono le luci nelle proiezioni della sala Lumière, c’è sempre qualcuno che urla il suo nome.

Questo rito non ufficiale è un fossile orale della vita da festival. E come tutte le cose che continuano a essere dette senza più un motivo preciso, finisce per diventare più grande della propria origine. Un piccolo mito da sala buia. Una superstizione leggera. Un gesto collettivo che dice soprattutto una cosa: che il cinema, almeno per un istante, dovrebbe ancora essere un luogo per richiamare l’attenzione. Ma quest’anno anche il nome di Raoul è frutto di un automatismo vetusto. Anche perché se non morto, Raoul a questo punto, sarebbe decrepito. Un po’ come la stampa festivaliera: ingobbita dalla vecchiaia, claudicante, verdognola, che attraversa la Croisette con la resistenza automatica di chi continua a esserci per inerzia più che per necessità.

Il Festival di Cannes 2026 è un’edizione triste, glaciale e priva delle scintille, del furore, del desiderio e della vita spumeggiante che hanno sempre definito la sua mitologia. Mai scandalosa, troppo spesso estenuante. Confezionata per essere attraversata da una noia quasi metafisica, da salotto internazionale perfettamente climatizzato. Tra un rosé tiepido e una corsa al Palais, gli addetti ai lavori ripetevano, con stanchi sospiri: “Non si diverte più nessuno.”

Le proiezioni stampa hanno conosciuto autentiche emorragie di spettatori soprattutto negli ultimi giorni del festival. Critici scomparsi dopo pochi minuti dall’inizio dei film, disappunto trattenuto, presenze laconiche: i residui di una cinefilia sempre più intermittente. Anche molte recensioni internazionali hanno descritto un concorso segnato da opere austere, lunghe e fredde, accolte più con rispetto professionale che con reale partecipazione.

Pedro Almodóvar, con Amarga Navidad, trasforma malattia, lutto e morte in un mausoleo elegantissimo del proprio immaginario. Durante una proiezione stampa uno spettatore ha avuto un grave malore – cardiaco o neurologico – interrompendo la sala per alcuni minuti. L’episodio mi ha suggerito un’analogia inquietante tra i corpi esausti degli spettatori e un cinema agonizzante (la protagonista era una malata di cancro terminale). Sono uscita spaventata: non sia mai quella morte simbolica avesse voluto travolgere pure me! The Man I Love di Ira Sachs è la quintessenza dell’estetica emotional-luxury contemporanea: corpi perfetti, dolore calibrato, desiderio filtrato dentro interni impeccabili. Cinema da moodboard e da algoritmo sentimentale. Un’artificiosità per me insostenibile.

Poi ci sono gli oggetti più sfuggenti. Valeska Grisebach con Das Geträumte Abenteuer lavora su una rarefazione che tende alla sparizione. Lo fa talmente bene che quando esci l’hai già dimenticato. Léa Mysius con Histoires de la Nuit si muove in una zona ibrida che lascia nei corridoi del Palais una domanda sospesa: “Che c’entra questo film televisivo nel concorso?”

Persino autori enormi – Kore-eda, Farhadi, Hamaguchi, Zvyagintsev – appaiono intrappolati in un cinema sempre più sacerdotale, museale, convinto che la lentezza equivalga alla profondità e che la sottrazione sia una forma di verità assoluta. La sensazione è che la comunità cinematografica internazionale sta invecchiando dentro i propri rituali.Sempre più autoreferenziale. Onanista, se preferite. Prudente nel desiderio, incapace di distinguere la contemplazione dalla paralisi. Qualcosa resiste ancora, è vero.

La Bola Negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi porta finalmente disordine: furia, eccesso, melodramma, memoria queer. Cinema che almeno prova ancora a osare.. Fatherland di Paweł Pawlikowski riafferma invece un classicismo rigoroso, ma ancora attraversato da tensione vera. Ma non basta. Cannes continua a selezionare film importanti, ma sempre più raramente film pericolosi.Il festival resta il centro simbolico del cinema mondiale, ma sembra aver sostituito il desiderio con la certificazione del prestigio. E quando un festival smette di mettere il cinema in crisi, comincia lentamente a imbalsamarlo.

Per questo la nostra Palma simbolica va a Hope di Na Hong-jin. Perché è uno dei pochi film che ancora non teme lo scarto: tra controllo e perdita, tra forma e cedimento, tra costruzione e vertigine. In altre parole illustra la vita nella sua assurdità. E ci rimettiamo, sì, quasi come in una preghiera, a Park Chan-wook. Il presidente di giuria, con la sua trilogia della vendetta, ha reinventato la giustizia attraverso la trasfigurazione estetica della violenza, trasformandola in una forma di catarsi percettiva.

Hope non rompe con questa eredità: la deforma, la sposta altrove. La trascina in un presente instabile, dove la vendetta non è più architettura morale ma deriva continua. Con humor nero. Guerre diffuse, poteri mobili, narrazioni che cambiano segno mentre si formano: il mondo non si lascia più leggere in chiave stabile. E con lui saltano le categorie. Non esiste più un bene e un male riconoscibili una volta per tutte. La “cattiveria dei buoni” – quando si auto-legittima moralmente – diventa forse la forma più pericolosa di tutte, diceva Giulio Andreotti. Il presente lo dimostra.

Hope intercetta proprio questo cortocircuito: un sistema in cui tutto può ribaltarsi, dove ogni verità è reversibile, dove il manicheismo si sfalda mentre si dichiara. E lo fa senza prendersi sul serio. Perché oggi prendersi troppo sul serio è diventato, semplicemente, insostenibile. Ed è qui che Cannes dovrebbe tornare a misurarsi. Deve tornare a cercare l’esclusiva, la spuma, l’ebrezza. Ma soprattutto: il calore, la passione, la sfida. Perché il cinema non è ornamento né prestigio. È intensità. E senza intensità, per la prima volta – non ha più senso nemmeno chiamare Raoul.