
Alla Biennale di Venezia Faig Ahmed trasforma il tappeto in un dispositivo immersivo tra misticismo sufi, neuroscienze e dati quantistici
Tra i protagonisti della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, l’artista azero Faig Ahmed presenta The Attention, un progetto immersivo che trasforma il tradizionale tappeto azero in una superficie viva di percezione, memoria e conoscenza. Nato a Sumqayit e attivo a Baku, Ahmed è riconosciuto a livello internazionale per una pratica che fonde artigianato, scultura, processi digitali e installazione, alterando i codici della tessitura tradizionale attraverso forme fluide, deformazioni visive e strutture che sembrano sfuggire alle leggi della materia.
Nel padiglione dell’Azerbaigian, allestito nello storico Campo della Tana di fronte all’Arsenale, l’artista sviluppa un percorso multisensoriale che intreccia la poetica mistica di Imadaddin Nasimi, la tradizione hurufita e le teorie della fisica quantistica, mettendo in dialogo spiritualità, neuroscienze e sistemi contemporanei di percezione. Il tappeto — elemento centrale della cultura azera — viene qui ripensato come un linguaggio codificato, una trama di segni e informazioni attraverso cui interpretare il rapporto tra essere umano, coscienza e universo.
Attraverso monumentali opere site-specific, paesaggi sonori e installazioni generate da dati quantistici, Ahmed costruisce un’esperienza che invita il visitatore a rallentare e ad attraversare diversi stati percettivi, dal contatto fisico con la materia fino all’astrazione concettuale. In The Attention, il tappeto smette di essere oggetto decorativo o testimonianza folklorica per diventare organismo in trasformazione, dispositivo meditativo e metafora di un mondo instabile, interconnesso e continuamente riscritto dallo sguardo di chi lo osserva.

Partiamo dalle opere legate alla fisica quantistica per arrivare poi a Entropy…
Sì. Il mio progetto si basa sull’idea di esperienza interiore, che deriva principalmente da pratiche e visioni mistiche. Ho preso come riferimento un mistico azero del XIV secolo, il poeta Imadaddin Nesimi. Secondo lui, l’universo è composto da lettere e numeri: questa è una delle idee fondamentali della sua scuola. Da un lato abbiamo quindi un pensiero antico, di oltre 500 anni; dall’altro la fisica quantistica, che in modo sorprendente sembra procedere in parallelo a questa visione. Se osserviamo la nostra esperienza interiore, arriviamo all’idea che tutto possa essere codificato o decodificato. E una delle ipotesi della fisica quantistica — una delle aree più sperimentali della scienza — è proprio che l’universo sia costituito da informazione. L’informazione diventa così una base fondamentale, più ancora della materia o dell’energia.
Questa informazione è casuale o esiste una base scientifica che genera questi “mondi”?
È proprio questo il punto di interesse. In realtà, entrambe le cose. Da un lato ci sono le parole; dall’altro un chip quantistico, un QRNG (Quantum Random Number Generator), basato su eventi quantistici che generano numeri casuali. Mettendo in relazione il mondo delle parole e quello quantistico, emerge una domanda: qual è la relazione tra coscienza, corpo e materia? Se le parole che appaiono non sono casuali, allora potrebbero essere connesse alla persona. E la persona stessa può percepire questa connessione — o la sua assenza. È un esperimento. Non sappiamo ancora quale sarà il risultato. Abbiamo costruito il sistema con il mio team: uno scienziato, un programmatore e un advisor, un fisico teorico.

È affascinante il modo in cui metti insieme spiritualità e tecnologia. Puoi approfondire questo aspetto?
È difficile parlarne: bisogna viverlo. La mistica non è qualcosa che si può semplicemente spiegare. È un’esperienza, e spesso non è traducibile in parole o numeri. Allo stesso tempo sappiamo, come esseri umani e anche attraverso la scienza, che la coscienza — pur essendo difficile da definire — è connessa al corpo e alla mente. Per questo si tratta di qualcosa da sperimentare direttamente. È una questione di interattività.
Un altro aspetto interessante è l’accessibilità delle tue opere, anche per chi non ha una formazione artistica. È una scelta consapevole?
Sì. L’arte, in questo caso, è solo un mezzo. Non è necessario conoscere il linguaggio dell’arte per vivere queste opere. Basta avere coscienza. Se sei un essere umano e riesci a concentrarti, puoi fare esperienza del lavoro. Non è una questione di età, genere o background: riguarda la condizione umana.
Ultima domanda: Flux of Caustics e The Heart of Tapestry sembrano mettere in dialogo struttura e trasformazione…
Il tappeto, come oggetto, ha una storia millenaria. È una struttura forte, densa di significato. È difficile modificarla, proprio per la sua stabilità. Ma viviamo in un’epoca in cui tutto cambia molto rapidamente. Non esiste più una struttura fissa capace di contenere queste trasformazioni. Per questo la mia è una domanda aperta: cosa accade a un oggetto così carico di storia quando viene attraversato dal cambiamento? Non so dove porterà. È una ricerca. Cosa possiamo trasformare di un’energia che esiste da migliaia di anni?




