04 Ottobre 2026 19:06

Manifesto al presente. Francesca Marconi alla Fondazione Corrente

Francesca Marcon, Manifesto al Presente, foto Pietro Rainoldi
Francesca Marcon, Manifesto al Presente, foto Pietro Rainoldi
Alla Fondazione Corrente Francesca Marconi costruisce una drammaturgia di immagini, voci e testimonianze

La parola manifesto porta con sé il peso delle grandi mobilitazioni, quelle da cui sono partite e si sono sviluppate importanti lotte per i diritti sul lavoro e le forme di coscienza collettiva che hanno attraversato il secolo scorso. Ma che cosa significa oggi quella stessa parola, quando le condizioni del lavoro tendono sistematicamente a dissolvere la possibilità di formare un corpo collettivo? Francesca Marconi la riprende e la usa come soglia critica in un progetto di ricerca artistica e pratica archivistica che mette in tensione la memoria industriale del nord-est milanese con le nuove forme di precarietà del contemporaneo, interrogando il modo in cui il lavoro incide sulle vite, sui corpi e sulla possibilità stessa di immaginare il futuro.

Manifesto al Presente, ospitato dalla Fondazione Corrente fino al 30 giugno e sostenuto da nctm e l’arte con la curatela di Gabi Scardi, nasce da anni di lavoro sul campo e si costruisce come una drammaturgia di immagini, voci e testimonianze. È insieme una mostra e un dispositivo di ascolto e riattivazione, che mira a restituire un nuovo senso alla storia, a tutte quelle esperienze di lavoro, fragilità, migrazione e resistenza rimaste ai margini della rappresentazione pubblica.

 

Francesca Marcon, Manifesto al Presente, foto Pietro Rainoldi
Francesca Marcon, Manifesto al Presente, foto Pietro Rainoldi

Le fotografie in bianco e nero provenienti dall’archivio della Fondazione ISEC attraversano lo spazio della mostra come presenze riemerse da una memoria lontana. Immagini sottratte alla quiete delle scatole d’archivio che tornano a occupare lo spazio dello sguardo. I cancelli della Breda, della Falck, della Marelli, i cortili operai, le folle in sciopero restituiscono il paesaggio industriale di Sesto San Giovanni e del nord-est milanese, territori sviluppatisi attorno alle migrazioni interne del dopoguerra e alle lotte della classe operaia. Un paesaggio che non esiste più, sostituito da depositi, magazzini e hub del delivery. La produzione ha ceduto il posto alla logistica, al platform work, a nuove forme di sfruttamento che hanno trasformato il territorio e dissolto le forme di relazione e conflitto nate in quel contesto.

Slittamenti visivi

È dentro questa frattura che Marconi interviene. L’artista lavora attraverso sovrapposizioni, collage, innesti e slittamenti visivi che mettono continuamente in relazione passato e presente. Slogan, frammenti di interviste e dettagli riferibili a temporalità più recenti, hackerano le fotografie d’archivio, trasformandole in superfici aperte a nuove letture e restituendo profondità a una storia spesso rimossa. Le fabbriche non vengono ricordate come semplici luoghi di produzione, ma come dispositivi di socializzazione, conflitto e costruzione di identità collettive. Spazi in cui si formavano legami, si elaboravano rivendicazioni, si immaginava un futuro condiviso. La loro scomparsa coincide con quella di un intero immaginario di emancipazione.

 

Manifesto al presente, Asmerom
Manifesto al presente, Asmerom

Nelle storie raccolte dall’artista, Asmerom, eritreo, racconta di aver lavorato sedici ore al giorno con una paga di cinque euro l’ora in un magazzino dove non esisteva nemmeno uno spazio per sedersi. Per anni nessuno ha avuto la forza di protestare, perché chi parlava rischiava il licenziamento. Le nuove forme del lavoro contemporaneo agiscono proprio così, producono isolamento, impediscono prossimità e riconoscimento reciproco. Eppure, nel racconto di Asmerom continua a emergere una possibilità di resistenza: lentamente un gruppo inizia a organizzarsi, a riconoscersi, a prendere parola.

Gli interventi a foglia d’oro – tra gli elementi formali più riconoscibili del progetto – portano questa tensione nelle immagini. Evidenziano corpi e dettagli come apparizioni fragili, senza nulla di celebrativo, sottolineano, danno luce, ma non monumentalizzano. In una delle immagini più intense della mostra, una donna china durante una protesta ha il corpo interamente dorato, mentre la scritta vogliamo emerge dal pavimento grigio. Non è soltanto uno slogan politico, è la traccia di un desiderio collettivo che continua a insistere nel presente.

 

Francesca Marcon, Manifesto al Presente, foto Pietro Rainoldi
Francesca Marcon, Manifesto al Presente, foto Pietro Rainoldi

Lo stesso accade nelle immagini dedicate alle lavoratrici della Minerva. Una lavoratrice in sciopero negli anni Settanta e Adrielly, sex worker che lavora oggi intorno a via Padova, condividono lo stesso piano visivo sotto un cartello che recita Il mio corpo è arte. Le sovrapposizioni costruite da Marconi cercano continuità emotive e politiche. Il corpo come strumento di lavoro e sfruttamento, certo, e insieme come luogo di rivendicazione e presenza pubblica. Un’ambivalenza non risolta che lega riconoscimento e perdita senza risolverne la tensione.

Spazi di desiderio

È il desiderio ad attraversare sotterraneamente l’intero progetto. Dalle testimonianze emerge una relazione costante tra precarietà, assenza di libertà e impossibilità di proiettarsi nel futuro. Flora ha danzato in compagnie famose, ha avuto un aneurisma a trent’anni, ha perso il contratto pochi giorni dopo il ricovero. Si riconosce in Pierrot, il personaggio che ha amato di più, una figura androgina, malinconica, innamorata della luna che non potrà mai avere.

Nel testo che accompagna il progetto, Marconi parla dell’urgenza di tornare a immaginare una vita orientata al futuro. Capace di aprire spazi di desiderio e forme temporanee di resistenza. Questa possibilità riaffiora nelle parole dei bambini della Scuola Media del Parco Trotter, che desiderano il mare, la pace, le piante, ma anche la rabbia e la tristezza, “perché essere sempre felici annoia”. Nelle loro voci sopravvive qualcosa che il mondo adulto sembra aver progressivamente smarrito: la capacità di desiderare e di farlo insieme.

 

Francesca Marcon, Manifesto al Presente, foto Pietro Rainoldi
Francesca Marcon, Manifesto al Presente, foto Pietro Rainoldi

L’artista definisce Manifesto al Presente come “un dialogo intimo” capace di restituire “una convivenza di corpi, lotte ed esperienze”. Ed è nella costruzione di questo spazio comune, fragile, frammentato, ma ancora possibile, che il progetto trova la sua dimensione più politica.

Francesca Marconi, Manifesto al Presente
Fino al 30 giugno 2026
A cura di Gabi Scardi
Fondazione Corrente
Via Carlo Porta 5, Milano