26 Settembre 2026 02:37

«Sfuggire all’approssimazione della catalogazione e della parola». Il paradosso di Gino De Dominicis secondo Paolo Serra

Il Paradosso di Gino De Dominicis, cover

Ci sono pochi libri su Gino De Dominicis, forse perché scrivere su De Dominicis è difficile (l’ultimo studio organico sull’opera dell’artista anconetano risale a oltre dieci anni fa). Si tratta, in effetti, di un artista programmaticamente elusivo, difficilmente incasellabile nelle normali griglie interpretative e quasi impossibile da studiare con i metodi classici della storia dell’arte, a cominciare dall’analisi formale delle opere. Per colmare questa lacuna Paolo Serra ha da poco pubblicato Il paradosso di Gino De Dominicis (Sartoria editoriale di Postmediabooks, 150 pagine, 16,90€) una ricognizione completa sull’opera dell’artista che fornisce un’utile strumento a quanti decidono di addentrarsi in una storia di enigmi e paradossi.

Un paradosso, dice il dizionario, è un’affermazione che, pur seguendo una logica apparentemente corretta, porta a un risultato assurdo, contraddittorio o contrario al buon senso. Serra sceglie di ricostruire l’avventura creativa di De Dominicis entrando nella logica paradossale che la percorre, trovando così una chiave per lèggere l’opera dell’artista dai suoi esordi. «Come abbiamo già visto, – scrive Serra – il paradosso è una circostanza già del giovane GDD. Nel tentativo di affrontare per intero la sua opera, se si osserva l’apparente abisso tra le fasi creative, ci si accorge di una genuina vocazione all’irregolarità. L’opera pare attraversare ogni linguaggio, più che esserne agita; essa non solo rivendica la propria funzione a prescindere dal codice utilizzato, ma si contestualizza in una silente messa a sistema».
Il libro dunque, è il tentativo di scoprire il “silente sistema” di De Dominicis, sapendo, per altro, che questa scoperta è, in fondo (e fortunatamente), destinata a non essere mai completa, perché l’artista ha fatto dell’elusione, dell’invisibilità e, infine dell’inafferrabilità la sua cifra. Infatti, nota Serra: «L’inafferrabilità delle opere di De Dominicis starebbe non solo nel contenuto dietro la forma (così negli stessi parametri logici tesi a separarli) o nell’energia intenzionale che l’ha generata ma anche nell’ironia che c’è dietro: come una battuta non afferrata del tutto».

Parlare di GDD è dunque una faccenda complicata, a cominciare dalla difficoltà di confrontarsi con il repertorio visivo che è normalmente a corredo e supporto dei discorsi sull’arte, dell’opera di De Dominicis, è risaputo, non esistono fotografie e le poche immagini in circolazione – sempre prodotte all’interno del corpus di lavori dell’artista – certamente non sono sufficienti per ricostruire la storia, e la cronologia della sua lunga e complessa carriera.
Se è impossibile uno sguardo generale, complessivo sull’opera – come spesso accade per la storia di altri artisti, facilmente leggibile in un arco narrativo coerente – ecco allora la necessità di scomporre l’opera, di analizzarla per fasi o metodi, cercandovi semmai ricorrenze carsiche che possano dare conto di una certa coerenza di pensiero e azione nel tempo. Ma il tempo è il vero problema dell’opera di De Dominicis. Avverte Serra: «La periodizzazione attuata dalla critica, seppur motivata dalla necessità di voler applicare un’analisi “dal di dentro”, corre il rischio di perdere una distanza necessaria alla piena comprensione della poetica dell’immortalità. Quella osteggiata da De Dominicis è, infatti, l’idea di una storia in movimento, di rapporti causa-effetto – cancellando l’idea del tempo come valore storico – anzi potremmo azzardare che il Tempo è l’essenza che compone le opere e contemporaneamente ne sconvolge il significato».

Gino De Dominicis, «Il tempo lo sbaglio lo spazio», 1969

Ed ecco, il tempo e la necessità del suo “ripensamento” emerge nell’analisi di Serra come un elemento chiave su cui innervare una lettura complessiva dell’opera di GDD: «Ci si riferisce a De Dominicis come a un sacerdote, sarebbe più appropriato un beffardo viaggiatore del tempo. Se l’eterogenea esplorazione dei mezzi, trova senz’altro ragione nelle possibilità offerte a De Dominicis dalla scena artistica a lui contemporanea, quello che emerge, attraverso una visione globale delle sue opere-tempo, è, sopra ogni cosa – indipendentemente dal linguaggio adottato – un progressivo tentativo di attraversarne, del Tempo, gli effetti, la struttura, le sue origini e così le sue derivazioni imperfette nel tempo dell’individuo, collettivo, dell’orologio, della storia, sella scienza, etc».
La fascinazione per i Sumeri e la mitologia antica, fino alla fanta-archeologia, l’identificazione – quasi dei transfert – in personaggi storici o altri artisti (il Conte di Saint-German, De Chirico, Duchamp o se stesso ma come se fosse un altro), tutto colloca De Dominicis contemporaneamente dentro e fuori al proprio tempo, (dentro e fuori a se stesso, verrebbe da dire) in un paradossale mostrarsi sottraendosi alla visibilità. L’invisibilità, del resto è un’altra delle grandi energie paradossali che pulsa nella sua opera.
Scrivere su De Dominicis è, insomma, una faccenda complicata, non è possibile ricostruire in modo lineare la sua avventura creativa; non si può avere il conforto di un atlante di immagini con cui orientarsi; gli scritti e le dichiarazioni dell’artista sono programmaticamente depistanti. Lo storico deve quindi dotarsi, come fa Serra, di una scrittura capace di ricostruire la circolarità dell’opera di De Dominicis, con un metodo paradossale quanto l’opera del suo soggetto, procedere guardando indietro e, insieme, trovare nelle opere del futuro le ragioni di quelle del passato, perché, scrive Paolo serra, «Il paradosso in De Dominicis potrebbe intendersi come la possibilità di generare l’inaspettato, varcando la soglia del possibile ma rimanendo cautamente prima dell’irrealizzabilità del suo contrario».