
È in un hotel sul lungomare Pontino, Le Dune, all’interno del Parco Nazionale di Sabaudia, costruito nel 1969, «Album», l’ultima personale di Luca Giovagnoli che resterà aperta per tutta la stagione. Vicinissimo a quelli che erano i rifugi estivi di Moravia e Pasolini, non troppo lontani dalla capitale, dove l’infrangersi delle onde del mare Tirreno copre ancora il ricordo del suono secco del ticchettio delle macchine da scrivere della parte più impegnata di una letteratura italiana che aveva trovato, in questo territorio ancora così marcato dagli interventi del ventennio, l’antidoto alla depauperizzazione del paesaggio italiano.
Giovagnoli dipinge solitamente un altro mare, l’Adriatico, quello di Amarcord con sapori felliniani, e lo fa somigliare, spesso, a Los Angeles o agli States. Questa volta ha abbandonato la nota soft core che ha caratterizzato tantissime sue tele e sembra focalizzarsi su una dimensione più intimista, lasciando parlare l’atmosfera e non solo le sue figure tratteggiate e indefinite. Anche le storie, i gruppi appena punteggiati di elementi come i gonfiabili o i salvagenti oppure i costumi minimalisti, che si incidono, come geroglifici, nel nostro ricordo di un tempo sospeso di vacanze sempre più metafisiche.
C’è una nota alla Peter Doig nel nuovo trattamento delle pennellate e una palette più precisa nella definizione del campo pittorico. Quasi un’allucinazione pomeridiana, che trasforma in assenza i giochi sulla spiaggia o le passeggiate sulla battigia. Fuori dalla bidimensionalità delle immagini dei social che si riempiranno nei mesi prossimi di vibrazioni vacanziere. Giovagnoli sembra cercare oggi una velocità divergente con echi a De Pisis e Gerstl. La sua pittura sta diventando più aerea e scomposta, per definire non solo ciò che è sulla tela ma anche il mondo che ne delimita i soggetti.

Gli abbinamenti di grigi e verdi o i rosa e l’ocra in campiture minimaliste implicano una spazialità più vasta, con scorci quasi astratti, come avesse deciso di trasferire il suo studio, dopo un viaggio da costa a costa tutto italiano, in un paesaggio che vive di descrizioni alte, ma con una luce particolarissima. Questi piccoli lavori sembrano naturalmente appartenere a questo hotel del litorale, che ha scelto di conservare un’eleganza d’antan senza trasformarla in estetica nostalgica, che ospita anche un’invidiabilissima collezione di libri di arte contemporanea a disposizione dei clienti, un’ospitalità non costruita a tavolino che oggi rende tanti luoghi intercambiabili tra loro.

La vecchia sala della televisione, trasformata oggi in galleria, mantiene una semplicità quasi inattuale che accompagna perfettamente il carattere di queste opere. Tutto qui sembra sottrarsi all’eccesso, lasciando spazio a una forma più discreta e duratura di attenzione. Un modo di fare pittura frutto di una naturale predisposizione alla conversazione: quella di Giovagnoli ha un altro ritmo, in grado di definire una diversa idea di bellezza.




