
P. I. N, Pittura Italiana del Novecento, è un volume di Flavio de Marco in cui si parla di cento pittori edito da Quodlibet
Nel mio articolo sulla mostra di Flavio de Marco Screen Life avevo promesso di parlare di questo suo librone, uscito in concomitanza con l’inaugurazione della mostra bolognese; è un volume sulla pittura italiana del Novecento. L’acronimo P. I. N., che campeggia in rosso sulla copertina bianca del libro, sta ad indicare l’argomento di queste seicento pagine e più in cui si parla di cento pittori, ciascuno chiamato in causa da una propria opera eseguita in uno specifico anno del secolo scorso a cominciare da Il roveto o Tramonto del 1900 di Pellizza da Volpedo, oggi nella Galleria Ricci Oddi di Piacenza. L’ultima opera è di Renato Mambor, Osservatore, attimo in cui non c’è pensiero, del 1999.
Questo volume che entra a buon diritto a far parte della collana Fabula Picta di Quodlibet, collana che ha il merito di aver ridato parola agli artisti italiani. Flavio de Marco, qui scrittore di pittori, anche noto per esser a suo modo un pittore di pittori, con P. I. N. riporta l’opera al centro per collegarla in seguito alla vicenda del suo autore dopo un percorso critico. De Marco abbandona le latitudini di un’estetica per così dire “metafisica” per un dialogo con la materia pittorica e poi con l’immagine. L’arte per Flavio de Marco non è questione tendenziale dal momento che volutamente ignora la linea multidisciplinare e onnivora, evita quel formulario ammiccante, come dire, à la page. Non usa assolutamente i tipici paralogismi della militanza, ripristina piuttosto il valore della cornice a partire da quella vera del quadro.
L’arte diventa soggetto eminente della narrazione poiché inquadrata da una considerazione puramente sensuale a volte occasione di piacere. Spesso il suo racconto dell’arte punta ad essere il richiamo a un sentimento, qualcosa di simile per intenderci a quello che Lev Tolstoj chiamava “čustvo”. Nelle parole di Flavio de Marco c’è dunque il desiderio di allineare pittore e scrittore davanti ad un unico soggetto. Capiamo ciò, per esempio, quando conduce l’intervista impossibile con il pittore Ugo Bernasconi (1871 – 1960) innescata dal suo Autoritratto del 1902. Riabilitando la centralità del dipinto nella sua materiale insistenza fenomenica, de Marco riabilita tutti i generi del dire d’arte, dall’intervista, s’è detto, alla biografia, dall’aneddotica alla digressione finzionale e ipotetica, fino alla digressione più squisitamente analitica risarcendo il genere della critica d’arte di dignità letteraria; riabilita in tal modo la fratellanza tra scrivere e descrivere, accostando visione ed ekphrasis.
Ora, se la naturale diffidenza dei pittori nei confronti degli scrittori è cosa nota, più complessa è, al contrario, quella degli scrittori verso i dipinti. Henry James, per esempio, pur scrivendo di opere d’arte pensava a questa diffidenza collegandola, come ancora oggi accade, alla nutrita, sebbene autorevole, tradizionale invidia per l’arte visiva tra i letterati. Viceversa, molti pittori, a cominciare dal padre della storia dell’arte Giorgio Vasari, si sono cimentati anche se da “illetterati”, nel commento della propria e dell’altrui arte. Per sviare dal diktat di Matisse che recitava: “bisognerebbe tagliare la lingua ai pittori”, molti di loro hanno preferito scrivere e ancora di pittura scrivono. Flavio de Marco è uno di questi. Il suo rapporto con la scrittura è simile a quello che ha con la pittura; ad essa sovrapponibile, è un rapporto estensivo ed al contempo deviante, spesso evasivo, talvolta esegetico. In alcuni suoi disegni e in alcuni particolari dei quadri sembra addirittura che Flavio, invece di delinear figure, stia scrivendo. Una divagazione chirografica cui siamo sempre meno abituati per via della nostra dis – educazione digitale.
Personalmente, forse perché appartengo alla generazione dei cosiddetti Boomer, amo ancora scrivere a mano, anche se solo in forma d’appunti, certe volte persino con un’obsoleta penna stilografica, una pratica decisamente un po’ da dandy, lo ammetto, ma che dà una certa soddisfazione. Una simile sensazione la provo quando leggo i libri di Flavio, penso siano stati scritti da uno un po’ dandy, e quando li affianco ai suoi quadri talvolta ho il sentore di assistere a un edonistico e appagante esercizio di auto riconoscimento intellettuale. Per una stravagante coincidenza anche Giorgio Vasari sembra amasse alludere a sé stesso quando narrava delle Vite degli artisti. Usando talvolta la paradigmatica periodizzazione di Plinio il Vecchio, Vasari s’ infilava con una celata, ma non per questo meno arrogante presunzione, nei tempi aurei dell’arte. Citava figure esemplari non per prostrarsi a loro ma per porvisi accanto convinto d’esser tra i migliori; cosa piuttosto imbarazzante, se non a tratti comica.

Per quanto concerne il profilo dello scrittore Flavio de Marco, noto anche per le sue incursioni sulla rivista letteraria “Antinomie”, si forma in un dialogo costante con il mondo letterario. Si tratta di confronti stilistici, ravvivati dal dibattito sulle modalità narrative avviato con scrittori e critici. Un dialogo che c’è, ad esempio, con Mauro Covacich e nulla mi toglie dalla testa che le incursioni di quest’ultimo nei territori scoscesi dell’arte contemporanea siano stati provocati in un certo qual modo da Flavio de Marco. Covacich, infatti, oltre ad aver scritto un bizzarro manuale coniugale su come la moglie debba insegnare al marito a guardare l’arte contemporanea, talvolta ci offre le sue opinioni sull’arte tra le pagine de “La lettura” del Corriere della Sera.
Il rapporto tra i due viene celebrato quando Covacich scrive in Trieste sottosopra (2006) dell’incursione in un’osmizza a bere con il suo amico Flavio. Per capirci meglio, il nesso tra la pittura e la scrittura di Flavio de Marco, è stato costruito nel tempo per un desiderio di confronto, ma anche per un’urgenza espressiva che lo ha spinto verso il genere dell’auto finzione; oggi modalità narrativa molto in voga, oserei dire di successo. Si tratta di un misto di elementi autobiografici e finzione in cui l’autore coincide con il protagonista, narratore non del tutto impegnato nella verità dei fatti. Dagli anni settanta questo termine ha cominciato a indicare un intreccio di brani di vissuto con una storia di pura invenzione.
Affidato di solito a una scrittura spezzettata, questo modo di narrare, risulta spesse volte ritorto su sé stesso; funziona invece quando corteggia la fantasia del lettore e ciò avviene soprattutto se l’autore traccia il profilo immaginario del suo interlocutore. Flavio ha usato questo corteggiamento in Frans (2023) per intrecciare la sua permanenza sotto pandemia ad Atene con la vicenda di un pittore olandese, Frans Post, che nel XVII Secolo dipinse per primo il paesaggio del Brasile. Un argomento di delicata divulgazione, vista l’attuale accanimento contro il colonialismo europeo nel mondo. All’autofiction Flavio ci è arrivato, però, tramite la fiction Stella (2013).
Questo libro, che allora generosamente paragonai a un racconto calviniano, dopo una seconda lettura, risulta più simile a una guida turistica, ma non la guida a quell’isola inesistente del mar Egeo inventata dall’autore e chiamata con lo stesso nome del titolo del libro, quanto, piuttosto, la guida a una mostra. In una singolare sovrapposizione delle due anime del pittore e dello scrittore, in occasione della mostra Stella, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, de Marco ebbe un catalogo e un libro sullo stesso argomento: un ciclo di quadri di vedute dell’isola che non c’è. In questa isola però non ci sono bimbi sperduti, non c’è proprio nessuno; di essa abbiamo immagini turistiche, dove una perduta, insolita contemplazione del paesaggio può essere la promessa di una altrettanto insolita, spiazzante esplorazione. Flavio qui ha allineato inquadrature più che quadri, ha creato una costruzione pittorica partendo da una pianificazione letteraria dedotta, a sua volta, da un’immagine digitale. Il pittore, in veste di agente di viaggio, aveva organizzato un tour nell’isola di Utopia.

Questa vocazione “turistica” di Flavio de Marco, oltre ad affrontare un serio argomento cognitivo riguardante la percezione dell’arte dominata dall’impianto canonico dello schermo, insiste sui temi, in un certo qual modo, riproposti negli scritti. Flavio scrive, infatti, concentrandosi sull’aspetto strutturale dell’immagine cercando in essa l’interferenza della suggestione suscitata dall’esperienza diretta del reale. Alternando l’accidentalità dell’incontro alla programmazione di una realtà pittorica plausibile, Flavio divaga dall’oggettivo svolgimento dei fatti per inserirvi un’alterazione soggettiva. Dentro l’apparenza ingannevole della pittura c’è, perciò, la vita reale che scorre, come dimostrerebbero quegli gli appunti scritti fugacemente sul retro dei primi quadri/schermi. Così, una scrittura senza una preponderante impalcatura concettuale è pronta a condividere con la pittura sia la soglia d’ingresso alle immagini, sia un orizzonte in cui perdersi in lontananza.
Lo scrivere diventa equivalente al dipingere e lo è anche quando ridesta d’all’oblio autori lontani nel tempo per rimetterli in gioco e lanciarli nel tempo che sarà. Flavio entrando e uscendo dal regno dei morti trascina corpi vaghi come ombre per metterli accanto a sé solidi e parlati, per soffermarsi con loro in chiacchere. Sono quei Futuri maestri di cui scrive con Sandro Sproccati nel 2017. Sì, perché rileggendo quel dialogo amicale e serrato si legge la trama e l’ordito di un tracciato narrativo fatto di esempi che poi sono nodi cruciali dove s’ incrociano immagine letterale e pittorica. L’immagine si rivela perciò al crocevia del discorso sulla pittura.
Leggendo Futuri maestri m’è venuto in mente George Kubler quando, ne La forma del tempo, rilevava come l’artista chieda allo studioso la cornice dove collocare la propria opera, il segmento storico su cui poggiare l’autorità del fare, da cui prendere lo slancio per una conferma. Quando si sceglie lo sguardo critico si tende, infatti, ad adattare l’immagine a configurazioni che hanno già trascorso un loro mutamento attivo, immagini oramai di solito passate; quando queste immagini vengono interrogate dal pittore tornano invece di nuovo attive, vive e fragranti. Questo succede nel monumentale PIN. Questa monumentalità secolare non insiste sul documento ma sul monstrum, ovvero sul prodigio.
I quadri descritti da Flavio de Marco sono un avvenimento e ogni parola, scaturendo da una visione diretta è lì per riaccendere lo stupore dell’incontro con l’opera. Ciò che il pittore redige non è una semplice descrizione ma uno sprone a porsi davanti all’immagine. Queste immagini possono essere verificate consultando la loro riproduzione on line. È come se la chiave della parola faccia scattare la serratura dell’apparenza digitale. Dopo aver aperto la porta allo sguardo troviamo una dimensione mediata, una dimensione in cui sentiamo la necessità di una ulteriore verifica e, soprattutto, ci accorgiamo di esser caduti nella trappola finzionale tipica delle opere di Flavio de Marco.
Il 16 giugno alle ore 18,00 presso il Museo Regionale d’arte contemporanea a Palazzo Belmonte Riso di Palermo verrà presentato alla presenza dell’autore il volume di Flavio de Marco, P. I. N. Pittura Italiana del Novecento, Quodlibet, Macerata, 2026.




