30 Settembre 2026 19:58

L’ultimo tuffo nell’iper-realtà. Addio a David Hockney, il dandy che dipinse (anche) il vuoto californiano

Play Within a Play Within a Play and Me with a Cigarette, il manifesto perr la mostra di David Hockney alla Fundation Louis Vuitton rimosso dalla metropolitana di Parigi

I numeri dell’ultima retrospettiva di David Hockney alla Fondazione Louis Vuitton lo scorso anno parlavano chiaro: più di novecentomila visitatori. Eppure, neppure le polemiche attorno al manifesto ufficiale nel quale il pittore britannico sedeva davanti al quadro Play Within a Play Within a Play and Me with a Cigarette
 prontamente rimosso dalla metropolitana di Parigi (la legge Evin non perdona) avevano scalfito il successo di questo suo finale in gloria. Ma personalmente ho sempre preferito la mostra che Didier Ottinger gli dedicò al Beaubourg, a Parigi

C’è sempre stata una strana, aristocratica indifferenza nel modo in cui David Hockney ha guardato il mondo, un’eleganza distaccata che somigliava terribilmente a certe stanze monocrome di James Lee Byars o ai silenzi calcolati di qualche bohème ma non parigina. Ora che i giornali registrano la sua uscita di scena a ottantotto anni, nella sua casa di Londra, l’impressione è quella di un sipario che cala non tanto su un uomo, quanto su un’intera grammatica dello sguardo. Ci lascia un artista che ha trasformato la pittura in un esercizio di assoluta trasparenza, una superficie specchiante dove il dramma era bandito a favore di una stasi geometrica. Anche se a me piacevano i quadri pre pop degli inizi come Cleaning Teeth, Early Evening (10 pm) W11, del 1962, nella collezione dell’Astrup Museum a Oslo.

David Hockney, Cleaning Teeth, Early Evening (10 pm) W11, 1962, olio su tela. 183 x 122 cm. Photo: Thomas Widerberg, Astrup Fernley Museum, Oslo

Non uno dei più ammirati, dove le folle oceaniche si accalcavano per le sue ennesime retrospettive-feticcio. Di quel passaggio, oltre ai numeri da capogiro, ci resta l’eco di una polemica squisitamente burocratica e situazionista: quel poster rimosso dai corridoi della metropolitana RATP per colpa di una sigaretta. Un paradosso perfetto per un uomo che ha fatto della provocazione sommessa, quasi annoiata, una cifra stilistica. La censura, nel tentativo di applicare la legge, aveva finito per congelare l’essenza stessa di Hockney: quel fumo sospeso tra l’autoritratto dipinto e la fotografia reale, un cortocircuito visivo tra ciò che è vero e ciò che è mera rappresentazione, come nei vecchi giochi prospettici del Seicento.

David Hockney, A bigger splash, 1967

Hockney è stato il pittore che ha tolto il fango dall’arte britannica per immergerlo nel cloro purissimo delle piscine di Los Angeles. Ma dietro quell’azzurro acrilico, dietro quegli spruzzi d’acqua cristallizzati che non bagnavano nessuno, non c’è mai stato edonismo fine a se stesso. C’era, semmai, una forma modernissima di malinconia. I suoi splash paintings erano nature morte contemporanee, cronache di un’assenza. Qualcuno si era appena tuffato, o forse non sarebbe mai arrivato; restava solo l’eco visiva di un corpo svanito nell’etere della California. Un po’ come Cézanne che osserva ossessivamente la sua montagna, Hockney ha moltiplicato i punti di vista, prima con le Polaroid, poi con gli iPad, inseguendo un’ossessione di longevità visiva che oggi si interrompe.

David Hockney

Con la sua scomparsa svanisce l’ultimo dandy della Pop Art, un uomo che ha saputo ringiovanire tra i paesaggi della Normandia e il grigiore di Bradford senza mai perdere quel tocco di geniale, ostinata mescolanza tra alta cultura e artificio tecnologico. Ci restano i suoi quadri, simili a scenografie svuotate dopo la fine della festa. E ci resta quel fumo di sigaretta idealmente sospeso sopra i corridoi di una metropolitana, ostinato segno di una libertà individuale che nessuna burocrazia dello sguardo potrà mai davvero cancellare.