
145 minuti di puro sogno per un film che è un continuo “colpo di scena” (così come l’intera filmografia di Spielberg)
– Insomma, finalmente è arrivato anche Disclosure Day.
– Già. E non ero affatto pronto alla valanga di emozioni che mi ha scatenato.
– Dunque sei tra quelli che dicono “sì”.
– Perché, qualcuno ha detto “no”?
– Caterve, legioni di delusi. Tutti a vomitare sui loro canaletti YouTube sproloquiate di 30, o anche 50 minuti per distruggerlo e affossarlo come “vecchio” o “infantile”. E a lamentarne i soliti “buchi di sceneggiatura”.
– Io gli YouTubers preferisco ignorarli. A sentirli parlare, mi viene istintivo di chiedermi se scopano, come mangiano o come si sono arredati casa, poi mi scatta in automatico lo sdegnoso motto “braccia rubate all’agricoltura”.
– Ok, basta cattiverie. Veniamo al nuovo Spielberg.
– Giusto. Un capolavoro. Sconfinato, pure. Non saprei cos’altro dire.
– Eddài, non sottrarti ai doveri del critico. Che ha l’obbligo di spiegare al pubblico il perché del proprio entusiasmo. O di una eventuale stroncatura.
– Hai ragione. Ma di fronte a un’opera così epocale posso solo aggiungere qualche pleonastica banalità che indori di porporina la cornice che lo circonda. Cinema che gronda e schizza fuori dallo schermo fin dai primi calci del wrestler direttamente in bocca a noi spettatori. È così che parte una corsa indiavolata di 145 minuti di puro sogno (vabbè, 135, visto che i titoli di coda da soli ne durano 10, ma è bello restare seduti a guardarli per godersi la suite dei brani musicali di John Williams riproposti senza dialoghi e rumoristica).
– Molti, fra gli YouTubers, hanno storto il naso pure sulla colonna sonora.
– La gente si droga. È evidente.
– Insomma, salvi tutto tutto!
– Tutto tutto. Sì. Incondizionatamente.
– E i buchi di sceneggiatura?
– Ascolta: io vado al cinema con coscienza di spettatore critico e consapevole da mezzo secolo. Sai che ancora non ho capito cosa càspita siano questi buchi di sceneggiatura? Intendi quando qualcosa non torna e gente come Villeneuve o Nolan inseriscono nel finale quegli spiegoni tremendi che dovrebbero mettere a posto “la trama”? Ma per cortesia! Col risultato che il loro “cinema” fa acqua da tutte le parti, mentre con Spielberg anche un solo fotogramma frizzato scoppia dall’urgenza di scalciare, correre, saltare, scapriolare e incantare con la magia di quello “spostamento d’aria” che è l’unica definizione possibile che mi viene sempre in testa quando mi si chiede “che cosa è il cinema?”. La visione di Disclosure Day è un continuo “colpo di scena” (così come l’intera filmografia di Spielberg), non solo perché spesso, nel corso del racconto, “accade qualcosa di inatteso”, ma per come il suo occhio si industria per organizzarne la plastica resa cinetica. Qualunque oggetto, angolo, prospettiva, essere umano o animale sia presente nell’inquadratura, occupa quello spazio e si sposta in quel modo per contribuire alla massima espressione del “senso” di quanto si verifica nel film. Non è solo una questione di movimenti della macchina da presa (quelli di cui ahimè Scorsese abusa fino al manierismo; per non parlare del cinema coreano che tanto seduce le masse oggigiorno), ma di architettura coreografata dell’azione, sia essa un inseguimento spericolato di autovetture, che uno scambio di sguardi fra due primi piani, compresa la tenerezza o la disperazione della gestualità di noi umani minacciati da pericoli e avversità di portata galattica. Il tutto immerso e permeato nell’armonia dell’esposizione perfetta di un cinema morbido, accogliente, che ci prende per mano e non ci molla più, animato dal fine unico di non farci mancare nulla, di riempirci gli occhi con tutto il necessario per procurarci un vertiginoso e costante appagamento sensoriale. Un cinema cui ci si affida corpo ed anima senza alcuno sforzo, nella piena fiducia che si concede a un fratello maggiore, a un papà, o a un nonno gagliardo e ancora in pista, all’inizio di un meraviglioso viaggio di scoperta da loro programmato appositamente per noi, per il nostro esclusivo diletto. A tutto questo collabora ogni elemento coinvolto nel racconto, dagli attori alla colonna sonora, dalla scenografia al montaggio, e alla fotografia, mai come stavolta (evviva Janusz Kaminski e le sue paste giallo/verdi/blu!) generoso compendio di tutta quell’esaltante stagione del cinema statunitense degli anni ’50 e ‘60, compreso il cinema di genere – horror, thriller, gangster movie, e naturalmente la fantascienza – dove con maggiore e più spavalda libertà autori e registi scandagliavano le inquietudini che iniziavano ad incrinare il sogno americano del secondo dopoguerra, spesso e volentieri adombrando quelle incertezze e quelle paure che diventeranno vera e propria isteria negli anni della Guerra Fredda. Don Siegel, John Huston, Aldrich, Hitchcock, ma anche i telefilm di “Ai confini della realtà”, scorrono come ombre platoniche sui fondali cavernosi degli interni e degli esterni notturni di Disclosure Day. Suor Maura, per come viene illuminata, inquadrata, per le parole che le vengono messe in bocca (non è uno spoiler: a lei viene affidata l’incredibile battuta chiave dell’intero film!) sembra risorgere nel ricordo dalle nostre adolescenziali visioni di Powell e Pressburger o di Henry King. Prendiamo la sequenza del passaggio a livello e del treno in corsa: un sensazionale e incandescente quarto d’ora scarso, che è la realizzazione su larga scala e con maggior dovizia di mezzi (due treni veri!) della sequenza-giocattolo realizzata con un trenino elettrico dal ragazzino aspirante regista dell’autobiografico The Fabelmans, cioè lo stesso Steven Spielberg da piccolo, il cui immaginario cinematografico era nato e cresciuto all’ombra (sempre platonica, naturalmente: perché sono convinto che “guardare” voglia dire “riconoscere”, “ricordare”, e che il cinema sia la più bella “messa in scena” del mito più poetico dell’antichità) dei grandi registi poco fa elencati. C’è un’altra sequenza, che per iscritto o raccontata a voce non avrebbe mai lo stesso impatto che ha a vederla filmata e montata, in cui con quella prestidigitazione di cui è capace solo il cinema, alcuni personaggi “cattivi” (non è uno spoiler neanche questo) “rivedono” i loro cari defunti (la moglie, la figlia, il padre…) che gli si rivolgono come fossero lì davanti, vivi, in carne ed ossa: basterebbe soltanto quel momento per consacrare indiscutibilmente Disclosure Day come lo sconfinato capolavoro che ti dicevo all’inizio.

– Qualcuno infatti deplora un eccessivo uso del pedale “nostalgico”…
– Come puoi pretendere che un nerdoso quindicenne (o quarantenne cresciuto male, come quasi tutti quelli odierni) conosca i balsamici effetti della nostalgia? Del resto, poverini, cosa dovrebbero rimpiangere? Le veline di Striscia? Il Grande Fratello? Ahahah, che miseria!
– Vabbè, ma quindi è o non è il seguito, dopo mezzo secolo, di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo e di E.T.? Agli alieni, Spielberg ci crede davvero?
– In un’intervista ha affermato che Disclosure Day è un film molto più vicino alla realtà che alla fantascienza. Che esistano o meno gli extraterrestri, o che per davvero in tutti questi anni di presunti avvistamenti di UFO – o, come si dice ora con più pedanteria, UAP (Unidentified Anomalous Phenomena) – ci sia stato negato di conoscere la verità sugli sbarchi di astronavi aliene sul nostro Pianeta, non vuole mai, in nessun momento del film, diventare una “denuncia”. Per quanto gli ultimi trenta minuti siano un corale crescendo beethoveniano di bellezza spaventosa ai limiti della sostenibilità emotiva, Spielberg non intende firmare un manifesto politico. Né tantomeno è interessato a dimostrare un bel niente, in quanto, volenti o nolenti, le prove eventuali di questi “incontri ravvicinati” sarebbero comunque mantenute occulte e inaccessibili da chi governa il mondo, onde evitare un effetto destabilizzante che per il nostro Occidente sull’orlo di un baratro morale ed etico come mai prima di ora, potrebbe risultare fatale e irreversibile. Spielberg racconta storie, e le racconta, magistralmente, con il cinema. Sa che il cinema è lo strumento dove far specchiare il mondo per indurlo a vergognarsi, riconoscersi, redimersi. Ora, ce lo ricordiamo (almeno io, che c’ero, e avevo vent’anni) com’era il mondo quando uscirono Incontri ravvicinati ed E.T.?
– Mezzo secolo fa.
– Infatti. In mezzo secolo, il mondo intero è andato a rotoli. Cultura, Bellezza, Etica, Buon Senso: tutto risucchiato in un Buco Nero (altro che buchi di sceneggiatura!) dove sì, c’è da sperare che una popolazione di alieni evoluti raccolga e conservi affinché non vada sprecata l’immensa bellezza che siamo stati capaci di produrre in millenni di Storia. Ecco: Disclosure Day è un film che rivela con cruda chiarezza a chi, come me, ha visto E.T. a vent’anni, che vita di merda gli è toccato vivere. L’appello di Spielberg è un richiamo accorato e disperato a un ordine universale per smetterla di compiere quegli errori madornali che mettono in pericolo la nostra pace e la nostra felicità, rivolto non solo ai Governi del mondo, ma a tutti noi, persi ciascuno dentro i display dei nostri cellulari, autoreferenziali, isolati da tutto e da tutti. E a film finito, cioè quando non c’è più niente da vedere, Spielberg sembra dirci: uscite dal cinema, tornate a casa dai vostri amori, dai vostri figli, dai vostri amici. Abbracciatevi, stringetevi, tenetevi per mano, concentratevi. Ascoltate.
– Hai le lacrime agli occhi.
– Infatti: un cinema che a film terminato continua a rimbombarti nell’anima, e l’eco di quella voce – la voce del Messia? degli alieni? quella del tuo cuore? o del cuore di chi ti sta accanto? – Spielberg ti implora di ascoltarla perché il film continui dentro di te… Di più non posso dirti. Sennò è spoiler.




