
Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea un’ampia panoramica della ricerca di Atchugarry, uruguaiano ma ormai italiano d’adozione
“Nelle sue sculture, la durezza del marmo si ammorbidisce”. Con queste parole la direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea Renata Cristina Mazzantini, introduce Scolpire la Luce, la grande mostra che la GNAMC dedica a Pablo Atchugarry fino al 21 giugno. Ed è proprio questa apparente contraddizione – la leggerezza che emerge dalla pietra – il cuore di un’esposizione – curata da Gabriele Simongini – che offre un’ampia panoramica della ricerca dello scultore uruguaiano, italiano d’adozione. Fondata su una pratica scultorea che privilegia il marmo di Carrara e il tradizionale metodo del “levare”.

A dieci anni dall’ultima esposizione romana, Atchugarry torna dunque nella capitale con un percorso che riunisce cinquantacinque opere realizzate negli ultimi trent’anni. Le forme slanciate e sinuose di Atchugarry sembrano sfidare il peso della materia: fenditure, pieghe e aperture catturano la luce e trasformano il marmo in una presenza quasi vibrante.

Accanto ai celebri marmi trovano spazio opere in legno, alabastro, bronzo e acciaio. Testimonianza di una ricerca capace di declinarsi attraverso materiali differenti senza perdere la propria tensione spirituale. Particolarmente riuscito il dialogo instaurato con la collezione permanente del museo, dove alcune sculture dell’artista si confrontano con figure fondamentali del Novecento come Jean Arp, Lucio Fontana, Alberto Giacometti e Henry Moore.





