29 Settembre 2026 12:43

L’osservatorio del presente. Il valore dello spazio

Silvia Giambrone, Untitled with thorns, 2017

Un museo, una fondazione, una galleria. Al di là delle tipologie, per ogni artista contemporaneo lo spazio espositivo costituisce una sfida: deve essere interpretato, trasformato, abitato temporaneamente in maniera più consona ad accogliere la sua opera. Amico o nemico, complice o traditore, esso può esaltare, aumentare l’energia e il senso del lavoro, oppure ergersi ad ostacolo insormontabile, vincendo il duello con l’opera, soffocandone le potenzialità.

Con la sua personale I lie nella galleria Richard Saltoun a Roma, curata da Paola Ugolini, l’artista Silvia Giambrone ha costruito una narrazione complessa all’interno dello spazio espositivo, attraverso un dialogo tra opere realizzate in epoche diverse – dal 2017 ad oggi – che esplorano il significato della menzogna come pratica quotidiana all’interno dell’ambiente domestico, concepito da Giambrone non come rifugio ma come luogo primario di tensioni e violenze psicologiche ancor prima che fisiche.

All’interno del percorso espositivo, che occupa la galleria anche con alcuni interventi site-specific, spiccano una serie di opere nuove, tra quali spicca la serie Dura lex sed lex, composta da alcune tavolette di marmo dove l’artista ha inciso frasi che permettono alla menzogna di istituzionalizzarsi attraverso formule legali, che una volta incise nella pietra trasformano il tradimento in regola. In questa direzione Giambrone presenta Certificato di Autenticità, che certifica in maniera asettica e burocratica l’intimità e il desiderio femminile.

Più poetica la serie Il cielo stellato, dove una serie di dodecaedri metallici – simboli astronomici di armonia e perfezione – si trasformano in strumenti di violenza, mentre l’installazione Senza titolo con spine (2017) rende visibile la natura nascosta e ambigua delle tensioni domestiche. Il culmine della mostra è la grande scritta al neon I lie, con la quale l’artista dichiara la natura della bugia nel mondo contemporaneo, intesa come una realtà che si trasferisce da una dimensione privata ad una confessione pubblica. Una mostra che sottolinea il coraggio ed il rigore di una delle poche artiste italiane in grado di affrontare tematiche di natura sociale e politica con la giusta dose di rigore e consapevolezza.

Gabriele Silli, Immenso Spermatozoo Sottomarino, a cura di Giuliana Benassi. Installation view Fondazione D’ARC, 2026. ph Eleonora Cerri Pecorella

Una diversa modalità di affrontare lo spazio riguarda invece la mostra di Gabriele Silli Immenso Spermatozoo Sottomarino presso la Fondazione D’ARC. Curata da Giuliana Benassi, riunisce quattro opere che occupano due grandi ambienti della fondazione, che rimandano all’idea di un viaggio grottesco e surreale di un sottomarino, carico di detriti, alghe e reperti provenienti dalle profondità degli abissi.

L’esordio, forte e perturbante, è affidato alla gigantesca installazione Rivolo secco (Le miserie), una sorta di fiume nero lungo più di trenta metri e composto di liquami, rigurgiti e stalattiti, che attraversa la navata principale della fondazione, come una sorta di barriera oscura e minacciosa.

Un altro ambiente è occupato dall’installazione Io sono il plumbeo amo, l’intartarato, la corrente sottomarina… che ha l’aspetto di una grande gabbia ricoperta di nasse da pesca, con all’interno un ambiente praticabile simile alla dimora di un pescatore, occupata da una serie di oggetti, che forse annacquano la tensione dell’opera attraverso una narrazione un filo troppo esplicita, ma di notevole effetto.

Intense e rigorose appaiono le due sculture più piccole: una è composta dal calco della lingua di un cammello trafitta da un cuneo metallico, e contribuisce a rendere l’estetica di Silli altrettanto potente nelle dimensioni più ridotte ma non per questo meno inquietanti, portatrici di oscuri rimandi di notevole potenza.

Dom Bouffard, 2021, residenza Mahler & LeWitt Studios, Torre Bonomo Spoleto, photo credit Lucie Jansch

Un altro modo di occupare lo spazio è la memoria, come ha fatto da Valentina Bonomo l’artista e compositore americano Dom Bouffard, collaboratore di Bob Wilson. Sound Drawings è una mostra rarefatta ed elegante, che si è inaugurata con una performance musicale nel cortile della galleria (quasi a ricordare il festival Musica e danza U.S.A, che si svolse alla galleria L’Attico nel 1972). Un momento di notevole intensità poetica, che portava con sé l’energia libera e trasgressiva della musica degli anni Settanta, documentata attraverso una serie di opere esposte.

Si comincia con i sound drawings, giocati sul rapporto tra suono e immagine, accompagnati da alcuni wall texts, dove parole, ritmi e spazi danno vita ad una sorta di scrittura espansa. Al centro della galleria un’installazione interattiva, realizzata in collaborazione con il soundmaker Nick Burge: il cuore pulsante, che prende vita grazie ai gesti dei visitatori, ad animare questa mostra originale e sorprendente, che merita senz’altro una visita.