03 Ottobre 2026 02:06

I primi omosessuali. La grande mostra al Kunstmuseum Basel IMMAGINI

R. G. Harper Pennington, Oscar Wilde, ca. 1884
R. G. Harper Pennington, Oscar Wilde, ca. 1884
Fino al 2 agosto The First Homosexuals. The Birth of New Identities 1869–1939 rende visibile ciò che la società, per lungo tempo, ha cercato di nascondere

“Capri era un luogo ambito da molte persone queer. Perché era più tollerante nei confronti dell’omosessualità rispetto ad altri luoghi”. È la stessa Len Schaller – curatrice assieme a Rahel Müller – a introdurre una chiavo di lettura “italiana” all’affascinante mostra The First Homosexuals. The Birth of New Identities 1869–1939, in corso al Kunstmuseum Basel. Un progetto espositivo di grande ambizione che invita il pubblico a rileggere la produzione artistica tra la fine dell’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento attraverso la nascita di una nuova consapevolezza identitaria: quella omosessuale.

L’allestimento, adattato per il museo svizzero dai curatori, mantiene la forza del progetto originario ideato da Jonathan D. Katz e Johnny Willis al Wrightwood 659, Chicago, ma trova a Basilea una dimensione particolarmente efficace, dove il dialogo tra opere, documenti storici e fotografie costruisce un percorso rigoroso e coinvolgente.

“L’artista e donna transgender danese Lili Elbe fu tra le prime a cambiare legalmente genere e nome e a sottoporsi a un intervento chirurgico di affermazione di genere”, sottolinea Schaller davanti a un’opera in cui Elbe è ritratta con la compagna, Pärta Wegener, proprio a Capri. “Queste due donne furono attive anche nel movimento femminista e fondarono persino una scuola per artiste. In un periodo in cui le donne non erano ancora ammesse nelle principali accademie d’arte”.

 

Gustave Courtois, Portrait de Maurice Deriaz, 1907
Gustave Courtois, Portrait de Maurice Deriaz, 1907
Nuova identità

La mostra prende avvio da un momento preciso: il 1869, anno in cui compare per la prima volta il termine “omosessuale”. Da quel momento non cambia soltanto il linguaggio, ma il modo stesso in cui individui e comunità iniziano a rappresentarsi. L’arte diventa uno dei luoghi privilegiati in cui questa nuova identità prende forma. Spesso attraverso codici visivi discreti, allusioni, gesti e sguardi che ancora oggi conservano una sorprendente forza narrativa.

Il percorso espositivo, articolato in sei sezioni, evita qualsiasi impostazione didascalica. Al contrario, costruisce una riflessione complessa sul rapporto tra rappresentazione, desiderio e costruzione sociale dell’identità. Accanto ai grandi protagonisti della modernità europea emergono figure meno conosciute ma fondamentali per comprendere come l’esperienza queer abbia attraversato culture, paesi e linguaggi artistici differenti.

Uno degli aspetti più interessanti della mostra è proprio la sua capacità di superare una prospettiva esclusivamente occidentale. Il racconto si apre infatti anche alle dinamiche coloniali, mostrando come la definizione dell’omosessualità sia stata spesso utilizzata come strumento di controllo culturale. Ma anche come artisti provenienti da altri contesti abbiano saputo opporre narrazioni autonome e alternative.

 

David Paynter, L'aprés-midi, 1935
David Paynter, L’aprés-midi, 1935
Memoria collettiva

L’allestimento procede con equilibrio, lasciando alle opere il tempo di essere osservate. Dipinti, fotografie, sculture e lavori su carta dialogano senza gerarchie, mentre le sezioni dedicate ai ritratti e alle reti di relazioni tra artisti risultano tra i momenti più intensi del percorso. È qui che emerge con maggiore chiarezza come l’arte abbia funzionato non soltanto come rappresentazione del desiderio, ma come spazio di riconoscimento reciproco e di costruzione di una memoria collettiva.

Particolarmente riuscita è anche la scelta di non ridurre il tema alla sola storia dell’omosessualità maschile. La mostra dedica infatti attenzione alle identità trans emergenti, alle figure femminili e alle molteplici forme attraverso cui genere e sessualità si sono intrecciati nella cultura visiva del primo Novecento.

 

 

Il risultato è una mostra di straordinaria densità culturale, capace di parlare tanto agli studiosi quanto a un pubblico più ampio. Più che un’esposizione sull’identità queer, The First Homosexuals è una riflessione sulla costruzione dello sguardo. Sul potere delle immagini e sulla capacità dell’arte di rendere visibile ciò che la società, per lungo tempo, ha cercato di nascondere.