
Luogo d’incontro: le Fiandre, una regione tra passato e presente. Da lì siamo partiti per questo volo – nemmeno troppo pindarico – alla volta di Genova, a Palazzo Ducale, dove Antoon Van Dyck sta per terminare il suo soggiorno
Tra le cose da mettere in lista c’è la Triennale di Bruges, con installazioni d’arte contemporanea, quindi la riapertura al pubblico – a ottobre 2026 – del ristrutturato Museo del Design di Gent. Città dove si trova anche il famosissimo Polittico dell’Agnello Mistico di Jan Van Eyck, che nel 2027 arriverà alla fine del suo lungo restauro. Da VISITFLANDERS – Ente del turismo delle Fiandre – si segnala anche che l’anno prossimo si celebreranno in mostra i 450 anni dalla nascita di Pieter Paul Rubens, maestro alla pari di un certo Antoon Van Dyck: uomo di Anversa, artista di caratura europea e centro di gravità permanente che per pochi giorni ancora (fino al 19 luglio) anima la calda estate di Genova. Poi, se volete, le Fiandre sono lì ad aspettarvi.

A tu per tu con Antoon
A Palazzo Ducale con Antoon e la sua pittura perennemente “fragrante”. Noi, lui e un pensiero che non ha data di scadenza, un po’ perché l’arte è tutta contemporanea alla De Dominicis, un po’ – anzi molto – perché girando la mostra “Van Dyck l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra” (a cura di Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen) il buon Van Dyck è come averlo lì a fianco, gomito a gomito con un artista che ha peregrinato per l’Europa, che di gente nei suoi quarantadue anni di vita ne ha conosciuta e che poteva permettersi di sedere a tavola coi suoi committenti tra una sessione di ritratto e l’altra. Il percorso mostra ragionato per temi (tra questi “Sperimentare sempre” e “Relazioni, identità e modernità del ritratto”) è già una scelta curatoriale polarizzante, rivelatrice di come il tempo cronologico sia di per sé un valore indicativo, ma non assoluto: è l’essersi concentrati primariamente su come Antoon ha riempito quel tempo a dare corpo ad Antoon in quanto persona. The artist is present, non proprio alla Marina Abramović ma quasi.

Un Van Dyck mitico, ma anche vivo
Da imperfetti biografi di Van Dyck, nonché scarsi frequentatori di archivi diversamente dalla ottima Orlando (parentesi: attribuire un’identità a ritratti che non l’avevano, come ha fatto lei per questa mostra, è la più grande forma di iperrealismo in arte), il nostro contributo alla causa lo daremo con un consiglio pratico: vivere gli ultimi sprazzi di questa mostra tenendo a mente che nessuno nasce mitico, ma alcuni possono diventarlo esprimendo semplicemente sé stessi. Come Antoon in quella pennellata bianca che la guida raccomanda (giustamente) di osservare da vicino (senza ressa però, grazie), utilizzata per dare volume al colletto del suo Autoritratto all’età di quattordici anni. La stessa pennellata che, sempre a distanza ravvicinata (ma educata, soprattutto considerando l’alto tasso d’instagrammabilità dell’intera mostra), si è evoluta nei dettagli di soggetti come Sansone e Dalila o Il martirio di San Sebastiano, sintomo di una vitalità rappresentativa più forte della ricerca di una perfezione fine a sé stessa, con riferimenti a Tintoretto, Veronese e l’ultimo Tiziano. E quando entreranno in gioco le armature luccicanti (e Giovane armigero si fa notare non solo per l’armatura), le perle, le stoffe e i panneggi stupendamente riprodotti, Van Dyck per voi non sarà più solo un mito della storia dell’arte, sarà l’artista del secolo accanto. In giro per Genova, Anversa o qualsiasi altra parte d’Europa.





