
Pur diversissimi nella formazione e nella produzione pittorica, Pollock e Vedova sono stati i protagonisti di una rivoluzione silenziosa, destinata a modificare il destino dell’arte
La storia può anche essere la narrazione di incontri mai avvenuti e che, proprio per questo, appartengono a un altrove esistente solo nello spazio delle idee. Jackson Pollock ed Emilio Vedova sono uno di questi incontri impossibili. Pur diversissimi nella formazione e nella produzione pittorica, sono stati i protagonisti di una rivoluzione silenziosa, destinata a modificare il destino dell’arte. Per secoli il pittore ha lavorato davanti alla tela eretta sul cavalletto.
L’immagine nasceva quindi da una distanza misurabile; il corpo rimaneva disciplinato, e ovviamente subordinato alla rappresentazione. Con Pollock e Vedova questa gerarchia non ha più avuto senso: la tela è stata distesa per terra e il dipinto non è più stato una superficie verticale da riempire di colore. Ed è proprio qui che vedo l’inattesa ma intrigante concomitanza di idee e azioni fra due artisti separati da un oceano sia spaziale che ideologico.
Quando Pollock disponeva le grandi tele sul pavimento del suo studio di Springs, non cercava semplicemente una posizione più comoda, bensì una nuova relazione con la pittura. Poteva raggiungere ogni punto della superficie, avvicinarsi, allontanarsi, ruotare intorno all’opera come se stesse danzando. Il suo dripping non nasceva da un capriccio tecnico, ma dalla necessità di liberare il gesto da qualunque costrizione. Quindi Il colore non aveva più una funzione descrittiva, ma registrava soltanto il tempo dell’azione.

Anche Vedova ha compreso che la pittura deve coinvolgere l’autore fisicamente. La postura perciò non era spettacolare, ma una pura necessità operativa. L’artista si abbassava, avvicinava il respiro alla tela, trasformava il pavimento nello spazio naturale dell’invenzione. Il dipinto non era più guardato dall’alto di una cultura accademica, ma abbracciato come un fratello. Il pennello intinto di nero non accarezzava la tela, ma la colpiva, la lacerava, l’attraversava con arresti, accelerazioni, esplosioni improvvise. Ogni segno possedeva il peso di un conflitto morale. Ogni gesto era una potente interrogazione.
Il gesto
Pollock ha dissolto la composizione tradizionale in una trama continua, senza centro e senza periferia. L’opera si è fatta infinita, tendendo a espandersi oltre i confini della tela. Lo spazio ha coinciso con il ritmo. L’universo è diventato una rete di energie. Vedova ha concentrato luce e oscurità in una lotta incessante. Nei suoi quadri il segno è stato drammatico, quasi tragico. Non ha celebrato l’assenza della forma, ma ha narrato la fatica dell’uomo dopo la guerra, la sua memoria delle macerie, il peso della sua coscienza.
Dove Pollock ha ascoltato il respiro del cosmo, Vedova ha dato voce al rumore della storia; nessuno dei due ha mai considerato la pittura come una finestra sul mondo, ma solo come il luogo di un’esperienza. La loro pittura ha coinciso con il loro modo di esistere. Non ha rappresentato un evento, è stata l’evento. Per questo motivo il gesto ha assunto un valore assoluto. Non è stata decorazione. Non è stato virtuosismo. È stato pensiero che ha preso forma. Ogni colatura di Pollock e ogni violenta diagonale di Vedova hanno registrato un istante irripetibile. Lavorando sul pavimento, entrambi hanno eliminano l’idea stessa di alto e basso.

L’artista è entrato fisicamente nell’opera e l’opera, a sua volta, ha invaso lo spazio dell’artista. Tra i due artisti la coincidenza non appartiene allo stile, e neppure alla tecnica, ma a un’etica della creazione. Entrambi hanno rinunciato al controllo assoluto per accettare il rischio. Hanno affidato la riuscita del dipinto all’intelligenza del gesto, alla velocità della decisione, alla sincerità dell’azione. Ogni loro opera è nata come un’avventura senza garanzie e forse è proprio questa la lezione che continua a parlarci con sorprendente attualità. Pollock e Vedova ci avvertono che un capolavoro non è il risultato di una formula, ma l’esito fragile e dubitoso di un confronto con l’ignoto.
Mi piace immaginarli qui, uno di fronte all’altro, inginocchiati sulla stessa immensa tela. Tutto intorno il silenzio, e barattoli, e pennelli. Nessuno dei due cerca di prevalere sull’altro. Dialogano attraverso il gesto. Ogni segno tracciato diventa una domanda affidata alla materia. In questo laboratorio immaginario non esistono più l’America e l’Europa, l’Action Painting e l’Informale Europeo. Rimane soltanto la pittura. Immensa, libera, irriducibile. E due uomini che, inginocchiati su una tela, ci hanno insegnato che l’arte non è un oggetto da contemplare, ma un luogo dove vivere.




