28 Settembre 2026 12:19

Morto Yervant Gianikian, maestro del cinema sperimentale

Yervant Gianikian alla Biennale Cinema, 2025

Si è spento Yervant Gianikian, regista e artista tra i più influenti del cinema sperimentale e delle arti visive. A darne notizia è stata la Biennale di Venezia, che ha espresso il cordoglio di tutto l’istituto

Nel 2015 Gianikian aveva ricevuto il Leone d’Oro alla Biennale Arte per il Padiglione Armenia, insieme ad Angela Ricci Lucchi, sua compagna di vita e di lavoro, scomparsa nel 2018. Nato nel 1942 a Merano, il padre era sopravvissuto al Genocidio armeno, al quale era sfuggito riparando proprio in Italia, e Gianikian aveva vissuto a Milano dove è scomparso lo scorso 3 luglio.

La prima produzione dell’artista comprende numerosi cortometraggi di cinema sperimentale e d’avanguardia. Ne sono un esempio i “film profumati”, la cui proiezione è accompagnata dalla diffusione di essenze che interagiscono con le pellicole. Successivi sono i documentari, lungometraggi realizzati con la tecnica del found footage.

Presente alla Biennale Arte nel 2001, 2013 e 2015, Gianikian ha frequentato assiduamente anche la Biennale Cinema dal 1976 al 2025, con le opere realizzate insieme a Ricci Lucchi. Il loro metodo – rifilmare materiali filmici del passato, isolando dettagli, colorando, rallentando la pellicola – ha rivoluzionato il linguaggio cinematografico, restituendo nuova vita a immagini d’archivio. Nel concorso della sua carriera espose le sue opere in importanti centri culturali quali Jeu de Paume a Parigi (1995, 2006), MoMA di New York (2000, 2009), Biennale di Venezia (2001), Tate Modern di Londra (2011), MART di Rovereto (2014).

Tra i titoli più recenti presentati alla Mostra del Cinema, i tre capitoli de I diari di Angela – Noi due cineasti, dedicati alla compagna scomparsa, nel 2018, 2019 e 2025. Nello scorso dicembre Gianikian aveva pubblicato il suo ultimo scritto sulla rivista La Biennale di Venezia, n. 4/2025, intitolato La materia viva del cinema. Così descriveva il lavoro in coppia con Ricci Lucchi: “È un lavoro maniacale di rapina, da miniaturisti, da copisti egizi, d’archeologi. Ci soffermiamo su quello che maggiormente ci interessa: non la storia o le vicende, ma il volto delle cose, la fisionomia degli oggetti e degli ambienti e ciò che normalmente sfugge.”