14 Ottobre 2026 20:10

La Bussola di Ago. A Siena il Requiem laico e senza parole di Hans Werner Henze

Il Requiem di H. W. Henze al Festival dell'Accademia Chigiana di Siena
Il Requiem di H. W. Henze al Festival dell’Accademia Chigiana di Siena
Il Festival Internazionale dell’Accademia Chigiana di Siena ha inaugurato l’edizione 2026, dedicata al centenario del compositore tedesco erede di Bach, Mahler e Alban Berg, che scelse di vivere in Italia più di metà della sua vita

– Cosa sei andato a fare a Siena?

– C’è sempre un motivo per andare a Siena.

– A parte il Palio?

– Ma scherzi? Al di là del fatto che a Siena è sempre Palio, non pensi che con Roma, Venezia, Napoli, Matera e Siracusa sia la più bella città italiana? D’estate poi, oltre ai due Palii, c’è un sacco di roba da vedere (o rivedere). Peccato che fino al settembre prossimo sia chiusa per restauri la Pinacoteca, ma di fondi oro e Beccafumi, se te li vai a cercare, è pieno ogni altro museo, ogni chiesa e ogni oratorio di Contrada. Da quattro anni c’è anche “Cortemporanea”, l’iniziativa della Fondazione Palazzo Chigi Zondadari che allestisce nel piano nobile (con la migliore vista che si possa immaginare su Piazza del Campo) mostre fichissime di arte contemporanea in audace contrasto con il contesto ‘antico’ degli ambienti. Poi c’è il Museo di Santa Maria della Scala, brillantemente risorto a nuovo splendore da quando Cristiano Leone ne è stato nominato Presidente… Tanta, tanta roba a Siena! Comunque, il weekend scorso sono salito per la serata inaugurale del Festival Internazionale dell’Accademia Chigiana, quest’anno particolarmente concentrato su Hans Werner Henze, che il primo luglio avrebbe compiuto 100 anni. Se n’è andato invece nel 2012, superati da qualche mese gli 86. Io lo conobbi e intervistai che ne aveva 80 ed era appena sopravvissuto a un brutto ictus (restò in coma due mesi) che tuttavia non gli aveva minimamente intaccato spirito e cervello. Anzi, negli ultimi anni di vita conobbe un periodo di sorprendente recupero fisico, che gli permise di comporre ancora qualche capolavoro, come l’opera da concerto in due atti “Phaedra”, del 2007.

– Era un compositore? Perché io non l’ho mai sentito nominare?

– Perché sei ignorante. E perché vivi in un Paese troppo bello di suo per potersi accorgere dei geni artistici che lo abitano. In particolare i musicisti. Da noi si considera importante gente come Ultimo, Arisa o Max Pezzali, come se la riproducibilità tecnica della musica e l’era della società di massa fossero stati archiviati dai Soloni dell’internet nel reparto ‘Dettagli Desueti & Irrilevanti’.

– Ma non era tedesco? Così mi suona dal nome, no?

– Esatto. Ma per 60 anni ha vissuto in una meravigliosa ed enorme magione che si era costruito coi proventi della sua opera “Le Bassaridi” (su libretto di Wystan Auden e Chester Kallman, mica pizza e fichi), commissionatagli dal Festival di Salisburgo del 1966. Sai dove? A Marino, sui Colli Albani, a meno di mezz’ora d’auto dal centro di Roma.

– “Lo vedi? Ecco Marino!”…

– “La sagra c’è, dell’uva”. Sì, quella. Henze si era pazzamente innamorato dell’Italia, dei suoi paesaggi, dell’arte, della cultura, ma anche del cibo, del vino, della gente, dei bei ragazzi, già dalle sue prime visite a Ischia, finché un giorno decise di dire addio alla nativa Germania, grigia e noiosa. “Vorrei essere italiano – mi disse in quell’intervista – ma nella vita non tutto è permesso”. È a lui che si è ispirato Arbasino per il Klaus dei suoi “Fratelli d’Italia”. In questa casa (magnifica, arredata con inarrivabile gusto e piena zeppa dei cimeli e dei ricordi di una vita tanto intensa e avventurosa accanto a suo marito Fausto, di lui più giovane ma che non gli sopravvisse, stroncato da un cancro nel 2007) ha transitato la crème de la crème di tutta l’intelligencija culturale mondiale di mezzo secolo Venti e un pezzetto del Ventuno. Eppure a Roma, in Italia, erano in pochissimi a saperlo; di rado, decisamente troppo di rado le istituzioni musicali prendevano in considerazione l’ipotesi di eseguire la sua musica (pensa che nel 1959, proprio mentre io nascevo, Sergiu Celibidache dirigeva a Santa Cecilia la prima assoluta del suo balletto “Undine”). Perciò nel 1976 Henze si è dovuto fondare da sé un Festival tutto suo in Toscana, il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, fucina incredibile di diffusione musicale di qualità elevatissima, che arrivò a coinvolgere l’intera comunità locale compresi i ragazzini: espressamente per loro Henze compose l’opera “Pollicino”, suonata e cantata per la prima volta dai giovanissimi montepulcianesi nel Teatro Poliziano il 2 agosto del 1980.

– Oddio! Il giorno della Strage di Bologna!

– Proprio così. Ma per Montepulciano, dove da due mesi tutta la cittadina aveva lavorato alacremente all’evento, mandare in scena l’opera che un grande compositore aveva dedicato con tanto amore ai bambini e alle loro famiglie servì ad esorcizzare la terribile tragedia. Il successo fu colossale.

– Ok, ok. Posso capirlo.

 

Hans Werner Henze nella sua casa di Marino, nei Colli Albani
Hans Werner Henze nella sua casa di Marino, nei Colli Albani

– In questo anno del suo centenario, l’Opera di Roma si è tolta il pensiero allestendo qualche mese fa due sue piccole e magnifiche operine nella sede del Teatro Nazionale: iniziativa senz’altro lodevole, che ha coinvolto in qualità di regista il suo secondo marito, Michael Kerstan. Ma quantomeno apprezzabile sarebbe stato anche riprendere al Costanzi le sublimi “Bassaridi” inaugurali del 2015 con la pazzesca regia di Mario Martone, spettacolo che vinse il Premio Abbiati di quell’anno. La Scala? Non pervenuta. Perciò sia doppia lode alla senese Chigiana e al suo direttore artistico, Nicola Sani, per aver dedicato a Henze il Festival di quest’anno, inserendo in cartellone l’esecuzione di ben 42 suoi titoli, incluso il “Requiem”, scelto per la serata di apertura.

– Un omaggio tra l’affettuoso e il doveroso, quindi.

– L’hai detto. E in un’esecuzione che oserei definire addirittura lussuosa.

– Ma ‘che musica faceva’ questo Henze? A ‘sto punto devo colmare una lacuna imperdonabile.

– Beh, sai, Novecentocinquanta/sessanta, Germania Ovest, Darmstadt, Boulez, Luigi Nono… Henze cominciò da lì, ma se ne staccò quasi subito, disinteressandosi completamente degli astrusi rigori della musica seriale e concreta. Il suo era un animo tardoromantico, dandystico: forse anche per questo decise di trasferirsi qui da noi. Va detto anche che la Germania, per via della sua omosessualità e delle sue vive simpatie comuniste, iniziava a stargli stretta. Ciò non significa che il suo linguaggio non sia moderno, anzi ‘contemporaneo’. Sciolto da qualsiasi regola, Henze si è sempre sentito di adottare in piena libertà il lessico che in quel momento gli era più gradito: il neoclassico, il jazz, la dodecafonia, lo strutturalismo, la musica popolare… perfino certo rock. Dal suo innato talento teatrale, pari a quello del suo collega e grande amico Benjamin Britten, e dalla sua prodigiosa scrittura strumentale sono scaturite composizioni liriche, sinfoniche, vocali e cameristiche di travolgente successo che via via ne andavano definendo la statura artistica conferendogli con buona ragione il titolo di ‘ultimo erede’ di quella tradizione musicale austro-tedesca partita da Bach, e che con Haydn, Beethoven, Schumann, Brahms e Mahler, arrivava a comprendere la Nuova Scuola di Vienna e Karl Amadeus Hartmann. Proprio nel suo disperato e a tratti forse ostico “Requiem”, si indovinano nell’ensemble strumentale costanti echi di Alban Berg, per esempio, così come nel Klang, nell’aura sonora di tutto il pezzo, mi è sembrato di avvertire, insieme alle irriverenti e caotiche marcette di sapore mahleriano (in realtà spettrali rievocazioni delle milizie naziste viste sfilare in gioventù per le strade di Norimberga), le “Variazioni sul Corale di Sant’Antonio” di Brahms, e la sua festiva “Ouverture Accademica”. Più tardi, alla cena offerta a noi ospiti della Chigiana in Piazza del Campo (allietata dal fragoroso corteo notturno dei contradaioli dell’Aquila, freschi della vittoria del loro primo Palio dopo 34 anni!), parlavo con il secondo marito di Hans, Michael, seduto giusto di fronte a me, che non ringrazierò mai abbastanza del permesso che mi concesse nel 2018 di fotografare in ogni anfratto interno ed esterno, compresi il parco, l’uliveto, le grotte, la piscina e i campi di bocce e di Badminton, la casa di Marino prima che fosse venduta e sgomberata di ogni suo contenuto – ne è venuto fuori un libro in italiano e inglese, e per l’occasione del centenario anche in tedesco – dal quale mi sono fatto spiegare per bene la difficile relazione che Henze aveva con Brahms: se la sua musica da camera gli suonava troppo seriosa e ‘accademica’, era invece fan entusiasta delle sue Quattro Sinfonie. Uno dei primi regali che fece a Michael fu proprio il cofanetto delle Sinfonie dirette da Furtwängler, che scavando nel magma romantico delle partiture ne riportava alla luce come uno scrupoloso archeologo la solida struttura classica…

-Tutto molto fico, devo dire. Ma perché ‘ostico’, il “Requiem”?

– Non certo per me. Ma posso capire che a un primo ascolto un orecchio impreparato possa incontrare alcune difficoltà. Le forme e le modalità più complesse ed estranee all’entertainment della musica, così come dell’arte contemporanea, richiedono un’attenzione e una volontà d’impegno che non sempre ci troviamo disposti a concedere. Il “Requiem” di Henze, poi, dista anni luce da tutti gli altri Requiem conosciuti, come quelli di Mozart o di Verdi, di Berlioz, di Fauré, di Britten. Intanto non canta nessuno.

 

Kai Röhrig, Emanuele Arciuli e Jeroen Berwaerts
Kai Röhrig, Emanuele Arciuli e Jeroen Berwaerts

– Cioè niente soprani, tenori e bassi? E il coro?

– Niente voci, ho detto. Non è una ‘Missa pro defunctis’, e non ha niente della cerimonia funebre. Sono nove pezzi esclusivamente strumentali di circa 7/8 minuti ciascuno, nove “concerti sacri” (in tedesco “Neun geistliche Konzerte, sottotitolo ispirato ai “Kleines geistliche Konzerte” composti nel 1636 da Heinrich Schütz), dove quel “sacro” ha ben poco di religioso: ‘geistlich’ infatti vuol dire ‘spirituale’, e tutti i nove brani vogliono essere altrettante intime meditazioni venate di una sensibilità tutta contemporanea, sulla disperazione e sul dolore causati dalle tragedie dei nostri tempi. Innanzitutto l’Aids, che nel 1989 uccise a soli 46 anni Michael Vyner, direttore artistico della London Sinfonietta cui Henze era profondamente legato; a lui e a tutte le vittime dell’orrenda ‘peste del XX secolo’ è dedicata la partitura: “per le loro sofferenze e per la loro prematura dipartita piange la mia musica” scrisse. Poi la brutale e disumana violenza bellica: giusto nel 1990 (il “Requiem” venne terminato due anni dopo) scoppiò la prima Guerra del Golfo; ma nel 1945 il giovane compositore aveva assistito al devastante bombardamento di Dresda e delle altre bellissime città tedesche. Lacerato dai recenti eventi come da quei tremendi ricordi di gioventù, e dalla perdita degli amici carissimi Luigi Nono e Leonard Bernstein, entrambi morti uno dopo l’altro nell’autunno di quell’infausto 1990, Henze usa la musica per urlare il devasto interiore suo e dell’umanità intera, la costernazione insostenibile in cui si sprofonda quando tragedie troppo più grandi di noi ci travolgono come i flutti furiosi di un’immane tempesta di mare. Non servono le parole. Le urla, i lamenti tradotti in musica sono universalmente intelligibili, arrivano dritti al cuore senza l’inutile mediazione di un testo. Là dove la tradizione invocava la salvezza dell’anima attraverso la parola, Henze affida alla sola musica il compito di custodire la memoria dei morti e di interrogare la coscienza dei vivi.

– Parlavi di esecuzione di lusso…

– Infatti. Comincio citando Emanuele Arciuli, pianista tra i massimi paladini della musica pianistica contemporanea: per lui hanno composto gente come George Crumb, Frederic Rzewski, Michael Nyman, Michael Daugherty e John Luther Adams. L’impervia, volutamente cervellotica scrittura di Henze per il suo strumento – me lo raccontava proprio lui, Arciuli, più tardi, alla cena – è la voce confusa, spaesata e destrutturata di un sopravvissuto stordito dal dolore che vaga in una waste land limacciosa e crepuscolare. Poi Jeroen Berwaerts, fenomenale trombettista che spazia dal barocco al contemporaneo e al jazz: brandisce il suo strumento d’ottone dorato come fosse la Tromba del Giudizio Universale (‘Tuba mirum’), o una voce umana che esprime la propria sonora e perentoria protesta contro l’insulto subito dall’ingiustizia della Morte. Sono loro, il pianoforte e la tromba, i due cavalieri erranti alla guida di un doppio esercito di percussionisti e strumentisti, eroici protagonisti di questo “Requiem” laicamente sacro, dove, come spesso accade nelle opere della maturità di Henze, convivono senza prevalere l’uno sull’altra memoria della tradizione e lessico musicale contemporaneo: le finezze timbriche udite in orchestra hanno dello stupefacente, e ogni colore sembra possedere una cifra etica, un valore psicologico. Altrettanto stupefacenti sono state le prestazioni del Chigiana Percussion Ensemble e dell’Orchestra della Toscana, sotto la direzione dell’espertissimo Kai Röhrig, che ha padroneggiato calibrando il variopinto affresco sonoro della partitura perché risplendesse adeguatamente sotto la bella e candida volta vanvitelliana della Chiesa di Sant’Agostino. Adottando la nomenclatura tipica dei segmenti del Requiem latino – ‘Dies irae’, ‘Lux aeterna’, ‘Rex tremendae’, etc. – ma rimescolandone l’ordine e inserendoci inusitatamente un “Ave verum corpus” (con tanto di citazione mozartiana nascosta) che insieme al ‘Lacrimosa’ costituisce due struggenti intermezzi di tenerezza e consolazione, Henze pone a inconsueta conclusione del ciclo un ‘Sanctus’, che tuttavia non squilla come festoso inno di lode, ma anzi trasporta la tensione del brano a un livello di parossistica fibrillazione emotiva, chiudendo con la sospensione di un interrogativo consapevole forse di restare ‘unanswered’… Questo “Requiem” non offre consolazioni facili né certezze metafisiche, ma invita l’ascoltatore a condividere una riflessione universale sulla fragilità dell’esistenza, attraverso la musica.