24 Settembre 2026 02:49

Pratica dello sguardo. François Morellet celebrato alla Casa dell’Arte di Morterone

François Morellet, Pratica dello sguardo, Casa dell’Arte, Morterone
François Morellet, Pratica dello sguardo, Casa dell’Arte, Morterone
In occasione del centenario di François Morellet, l’opera La porte s’envole, realizzata nel 2012, è presentata nuovamente al pubblico

Come vedo
Quel che vedo?
Ecco la domanda impraticabile
Tra i rami
Il ragno schema il cielo
Impenetrabile
È in te
L’abisso dell’altro
Tra interazioni impercettibili

Così scriveva il poeta Carlo Invernizzi il 23 aprile di ventisei anni fa a Morterone. Questo scritto in passato è stato associato all’opera di François Morellet Balance-war n. 4 rouge (2000, Neon rosso, acrilico e matita su tela su legno, cm 84×79). Fu in occasione di una mostra a Palazzo Trivulzio a Melzo nel 2003, quando a Morterone Carlo Invernizzi aveva impostato, insieme ai suoi figli, un progetto di arte diffusa già nel 1985. Oggi questo progetto fa concretamente parte di una rete di esperienze che, con modalità diverse, caratterizzano alcune realtà italiane lontane dal fragore dei grandi centri. Dedicata al centenario della nascita di François Morellet, l’installazione La porte s’envole (2012) rinnova l’incontro tra l’arte e il più piccolo comune per abitanti d’Italia.

Morterone, in provincia di Lecco, conta infatti circa 31 anime, custodi di un patrimonio contemporaneo che comprende le suggestioni di una parola antica: ποίησισ (poíesis). Questo è il termine greco antico per indicare un “fare” che si pone alla base della “poesia”. Da qui è facile dedurre la natura della poesia che genera una Natura Naturans. Nulla di spinoziano ha però, la Natura Naturans di Carlo Invernizzi, che è qualcosa di diverso poiché parte da una rigenerazione dell’esperienza del reale basandosi sulla misura dell’impatto tra luogo e Logos, cioè tra ciò che è percepito e ciò che è pensato.

In un certo qual modo, parafrasando una precoce intuizione di Maria Vailati, la solidità del mondo nella poesia di Invernizzi convive con la ventilazione dei pensieri così da fornire un’immagine di esso non ripetitiva, cioè non una sua rappresentazione analogica bensì una formula coltivata per via di emozioni. Come disse il compianto Claudio Cerritelli la “Natura” per Carlo era “primaria, natura primordiale, natura primitiva, natura che trova nei suoi stessi limiti la grande aspirazione all’illimitato, alla pienezza della vertigine interiore”, uno spiazzamento.

Lo spiazzamento della visione, in cui convivono contemporaneamente due stati della luce, è evidente nel lavoro di Morellet a Morterone. Un edificio con due finestre al primo piano e due porte che si stagliano illuminate sul muro bianco della facciata sono il volto della casa. Questa superficie accoglie l’espressione data dalla sola inclinazione dell’asse del perimetro luminescente di una delle due porte. Che, perciò, tende ad abbandonare l’insistenza ponderale della struttura canonica di piani, stipiti ed architravi, per insistere su una geometria sconnessa, volante.

 

François Morellet
François Morellet
Luogo del pensiero

Linee in neon riprendono, alterandolo, uno degli ingressi della casa. La luce blu sposta il punto di passaggio reale della soglia. Una “altra” illuminazione ci porta vicino a un gioco semiotico simile a quello innescato da L’Empire des lumières di René Magritte (1949, olio su tela 195,4×131,2 cm, collezione Peggy Guggenheim, Venezia). Mentre la sera cala sulla casa illuminata dall’interno, per via di questo minimo intervento, cambia l’intera percezione della facciata. Muta così l’intero luogo fisico che diventa luogo del pensiero e, dunque, della parola. È la poesia di Carlo Invernizzi che ha dato parola alle numerose variazioni percettive sperimentate da Morellet praticate prima per via gestaltica poi in un precoce e quantomai attuale confronto con la macchina.

L’artista quando nel 65’ dichiarava: “[…] assistiamo alla comparsa di macchine, cervelli elettronici sempre più perfezionati, che potrebbero sostituire gli artisti per gran parte del processo creativo”, certo non alludeva alla deriva attuale nell’I A. Il lavoro dell’artista francese è rimasto sempre in bilico tra la serie programmata e suggestione formale unica. In altre parole, s’è sempre affidato alla dialettica tra progettazione razionale e la sua apparizione quale evento visivo unico.

Nello stesso modo la poesia di Carlo Invernizzi s’è mossa portando al limite la tensione tra parola udibile e sensazione inesprimibile. Usando la dislocazione di stati tensivi Invernizzi ha sostituito la configurazione del significato con un processo di occultamento della somiglianza. La danza delle sensazioni nelle sue poesie ruota intorno all’affermazione di immagini di senso. A differenza di una sonorità lirica che cerca una possibile autonomia del dire rispetto al detto, la lirica di Invernizzi trasforma il testo in uno specchio rotto. Dove, invece di riconoscere la visione nel suono ci si perde nella frammentazione in sub visioni.

Tutto ciò ha un bizzarro parallelismo con l’opera di François Morellet dove ciò che sembra pacificamente allinearsi alla visione crepuscolare di una casa abitata, si mostra sconnesso dalla perturbazione di un rettangolo illuminato e sghembo quale occultamento della somiglianza.