
Alla Gypsotheca, una visita serale a lume di candela riporta i calchi originali in gesso di Antonio Canova allo stadio che lo scultore mostrava solo a pochi intimi
La Casa natale di Antonio Canova, a Possagno (TV), non ha bisogno di un’illuminazione da museo per essere visitata: basta spegnere le luci elettriche e affidare il percorso a una fila di lanterne. I soffitti bassi, le finestre strette, i pavimenti in cotto restano quelli di una casa di paese del Settecento, quella in cui Canova nacque nel 1757 e alla quale tornò più volte, da adulto, quando Roma e le corti d’Europa erano già la sua vita quotidiana. In occasione delle visite serali, però, quegli ambienti tornano visibili con la stessa luce instabile che, due secoli fa, li illuminava prima dell’elettricità.
La firma sotto il quadro
Antonio Canova nasce qui, a Possagno, nel 1757. È a Venezia, nella bottega dello scultore Giuseppe Bernardi detto il Torretti, che compie la sua prima formazione; è poi a Roma che diventa lo scultore più richiesto d’Europa: pontefici, Asburgo, Napoleone stesso passano dal suo studio per farsi ritrarre nel marmo. Tra i ritratti e gli oggetti della sua Casa natale, però, un dettaglio racconta un lato meno noto. Alcuni dei dipinti esposti sono opera sua, realizzati per sé, senza commissione. Canova ha sempre considerato la pittura un’attività privata, mai al livello della scultura tanto che il catalogo dei suoi dipinti resta tuttora ridotto. Eppure firma questi dipinti come A. Canova Sc., dove “Sc.” sta per “scultore”: non si definisce pittore nemmeno su un’opera che non aveva né cliente né destinazione pubblica.

Adone nel buio
Dalla Casa natale si passa alla Gypsotheca attraverso il giardino, uno degli ultimi giardini ottocenteschi originali rimasti secondo quanto riferito dalla guida, tra i roseti e il pino che lo stesso Canova piantò nel 1799. All’interno, l’illuminazione elettrica è spenta: restano solo le lanterne, alcune a terra, altre in mano ai visitatori. Il primo gesso che si incontra, varcata la soglia, è Adone incoronato da Venere. Di giorno la scultura si vede per intero, in un solo sguardo. Alla luce di una lanterna, invece, si vede solo quello che la fiamma illumina in quel momento: una mano, un profilo, una spalla. Il resto della statua resta nel buio, invisibile finché qualcuno non sposta la luce in quella direzione.
Il gesso che torna materia
Cambia soprattutto l’atmosfera dell’intera Ala Ottocentesca, dove è impossibile illuminare ogni gesso della collezione: la visita si ferma solo davanti ad alcune delle opere più note come Dedalo e Icaro, Paolina Borghese come Venere vincitrice, Le Tre Grazie, mentre il resto della sala resta indistinto, solo sagome nel buio. Le lanterne accompagnano il percorso senza una posizione fissa: si spostano, cambiano intensità, illuminano ogni opera in modo diverso da un momento all’altro. Le venature dei panneggi, le pieghe della pelle, i capelli lavorati a ciocche sottili. Dettagli che di giorno si appiattiscono sotto una luce uniforme, riprendono rilievo. È lo stesso principio con cui, due secoli prima, Canova dava l’ultima mano ai propri marmi a lume di candela. Una luce instabile è l’unica che permette di vedere davvero dove la materia si piega e dove resiste.

Un ultimo cenno di luce
Il percorso si chiude nell’Ala Scarpa, aggiunta al museo nel 1957 per accogliere le opere rimaste nei depositi. Carlo Scarpa progettò lo spazio per lasciare entrare la luce naturale dall’alto e dai lati, in un dialogo tra opere e ambiente che il museo stesso presenta come uno dei suoi tratti più riconoscibili, un progetto già raccontato altrove, e che la visita serale attraversa solo di passaggio, sostituendo per una sera quella luce naturale con quella delle lanterne. L’opera scelta per l’ultima tappa è la Danzatrice con cembali: una lanterna, appoggiata a terra vicino alla base, illumina la statua dal basso invece che dall’alto. L’effetto più immediato non è sulla scultura, ma sopra di essa. Un’ombra enorme, proiettata sul soffitto, che replica il gesto della danzatrice ingrandito e leggermente mosso. Non è un effetto previsto dall’allestimento ma una conseguenza di dove, quella sera, la luce si trovava a cadere.
Alla fine della visita, quello che resta non è la sensazione di aver visto una mostra diversa, ma di aver guardato con occhi diversi qualcosa che si conosceva già. I gessi della Gypsotheca restano gli stessi che si incontrano di giorno: catalogati, fotografati, spiegati in ogni dettaglio dalle didascalie e dalle guide. Cambia solo la luce con cui vengono raggiunti e con lei cambia anche la distanza tra l’opera e chi la guarda. Di giorno, quella distanza è quella tra un pubblico e un monumento già compiuto. Alla luce di una candela, per la durata della visita, torna a essere quella tra un lavoro ancora aperto e chi ha la possibilità di vederlo da vicino, prima che diventi definitivo. Resta da chiedersi quanto di quella distanza, in fondo, dipenda solo dalla luce. O quanto dal fatto che nessuno, di giorno, si ferma più a guardare un gesso come se non fosse già finito.





