
Tra antichi miti e diretti riferimenti alla nostra contemporaneità in crisi, il regista dei Batman, di Interstellar, Dunkirk e Oppenheimer affronta Omero e il suo eroe più amato
– E insomma, è approdata al cinema, questa benedetta “Odissea”.
– Già. E per fortuna si sono spenti i chiacchiericci sulle presunte (in)fedeltà al testo omerico messe in giro dai trailer che circolavano in rete.
– Alludi alla Elena nera?
– Alludo a lei, sì, alla Elena black, così come alle armature scure, agli elmi con la mezzaluna di scopettoni, che sì, insomma, anche chissenefrega.
– E all’assenza degli dèi, mi pare, no?
– Ma guarda, ti dirò: quella polemica è veramente tra le più campate in aria, perché certo, tranne Atena (che secondo me ha le forme minute e troppo ragazzinesche di Zendaya, ma ognuno è libero di figurarsela come vuole), non si vedono divinità sullo schermo, però le senti continuamente citare, evocare da chiunque; quando s’incazza, Zeus romba al di là delle nuvole, dunque li avverti come presenza, gli dèi dell’Olimpo, e ciò basta e avanza. E un po’ come quando Don Camillo parla con il crocefisso di Nostro Signore ascoltandone la voce come privilegiato ed esclusivo interlocutore, anche Atena, in fondo, la vede soltanto Ulisse…
– Odìsseo!…
– Vabbè, lui. Che qui è un Matt Damon azzeccato, dai, anche se per la verità con quel nasetto più che a Odìsseo assomiglierebbe identico a Socrate… per quanto la cinica tetraggine che Nolan infligge da sempre a tutto il suo cinema lo costringa a una monocordia che è poi quella di tutto il cast (salvo Spiderman e Il Diavolo veste Prada), con effetto scassaminchia almeno da metà film in poi…
– Salvo chi?
– Massì, insomma, Tom Holland e Anne Hathaway, Telemaco e Penelope, gli unici che mostrino una minima varietà di emozioni, addirittura alzando la voce qui e là, rispetto al lugubre, malickiano sermoneggiare degli Achei, e perfino dei Proci, responsabile di una certa arietta di banalità televisiva che non ti aspetteresti in un Kolossal cinematografico tratto da Omero.
– Arietta televisiva? Vuoi dirmi che insieme agli dèi, sullo schermo non si vedono neppure i 250 milioni di dollari spesi per fare questa Odissea?
– Onestamente, per quanto il dispendio di energie produttive sia percepibile, la sensazione è quella di un poverismo involontario che impedisce a tutto il film di acquisire un’aura, una qualsiasi, purché ci si senta in un ‘altrove’ narrativo fatto di eventi naturali e soprannaturali, di quel ‘apparent magic’, quella magia apparente suggerita dallo stesso Nolan nella didascalia che inaugura il racconto. ‘In a time of apparent magic’ potrebbe addirittura essere una meravigliosa perifrasi per definire il cinema stesso: apparente magia, finzione che desta stupore, meraviglia. Per quasi tre ore vediamo scorrere sullo schermo tanta fatica, tanta confusione, perfino tanta goffaggine di riprese mal girate e mal montate, ma mai, nemmeno per un istante, ci prende lo stupore per qualcosa, quella meraviglia che invece ancora oggi dopo 70 anni esatti ci squarta il cuore quando Charlton Heston divide in due il Mar Rosso nei “Dieci Comandamenti” di Cecil B. DeMille, o incita i cavalli nella spettacolare corsa delle bighe nel “Ben-Hur” di William Wyler, inquadrato nella magnificenza di un trionfale, abbagliante, sontuoso cinemascope. Eppure nemmeno 70 anni fa c’era la grafica digitale computerizzata che Nolan oggi tanto ripudia, fissato con le sue menate puriste di girare su pellicola in formati astrusi fruibili solo in 1500 sale in tutto il pianeta Terra (e solo 40 – quaranta! – dotate di proiettore a 70 millimetri), mentre negli altri milioni di cinema normali tocca vederlo in una versione riformattata con le inquadrature tagliate di sopra e di sotto, creando tra l’altro antipatiche gerarchie tra gli spettatori paganti, tutti egualmente meritevoli di vedere un film ‘come mamma l’ha fatto’. Menate con cui incanta milioni di gonzi che prenotano Flixbus e Ryanair pur di vedere “The Odyssey” (chissà come mai nella traduzione italiana l’articolo è caduto) coi cieli e i piedi negati a chi deve accontentarsi di una visione nel cinema dietro casa. Ora, se tutto questo si trasformasse in uno stile, in una vision, insomma in uno sguardo consapevole e riconoscibile, in grado di regalarci, come DeMille o Wyler (o Anthony Mann, Robert Siodmak, Robert Aldrich, Joseph L. Mankievicz, ma pure Mario Camerini, che nel 1954 diresse una fiabesca e molto suggestiva prima versione cinematografica dell’Odissea con Kirk Douglas) la medesima stupefazione, la medesima – da lui stesso promessa all’inizio del film – ‘magia apparente’, certe fisime gliele si perdonerebbero più che volentieri. Ma alla resa del risultato, piatto, inerte, prosaico, televisivo, solo a tratti (dopo ti dico quali) venato di un’invenzione visiva minimamente efficace, siamo talmente distanti dalle altezze millantate dai fan (il parere del “pubblico” conta esclusivamente ai fini del botteghino, e siamo tutti contenti che i cinema siano pieni e incassino: ma non è questo il metro, almeno non il mio, con cui si misura la grandezza e l’autorevolezza di un regista) che proprio non ci si spiega tanti planetari sdilinquiti sbrodolamenti.
– Nolan come Kubrick. Anche Kubrick era molto pignolo sul formato dei suoi film e si recava personalmente nei cinema che li programmavano per controllarne la correttezza del rapporto di proiezione.
– Non bestemmiare, ti prego. Una cosa è assicurarsi che agli spettatori venga offerta l’immagine nella sua integrità, e un’altra far circolare – per fare più cassa? – due versioni diverse di un film dove le inquadrature sono identiche ma in ciascuna hanno tagli diversi, in barba ai più elementari criteri di estetica. Qual è la scelta dell’autore? Un pittore che abbia composto il suo dipinto, che ne so, inscrivendolo nella griglia di una sezione aurea, credo si incazzerebbe di brutto se qualcuno glielo incorniciasse tagliando via dei pezzi. E non devo essere io, da spettatore, a scegliere in quale formato voglio ammirare la Gioconda. A me ‘sta cosa dell’Imax e del doppio formato mi fa salire il sangue al cervello. Lo trovo un insulto all’Arte Cinematografica. Ma se lo dici o lo scrivi, passi per “hater”, e vieni liquidato o pesantemente schernito da chi non tollera che gli si possa criticare e ridurre il magistero del proprio idolo. Io non dico che “The Odyssey” è una merda. Sostengo che sia un film con una regia modesta, incapace, come sempre nel caso di Nolan, di raccontare ‘plasticamente’ eventi e azioni, dai violenti corpo a corpo delle battaglie, girati a casaccio e a mano libera, senza una coreografia o un pre-allestimento pensato per restituirne la leggibilità sullo schermo, alla passeggiata di un padrone verso il suo cane anzianissimo che non vede da 20 anni, e che gli muore tra le mani nel giro di un cut fulmineo, senza che a noi spettatori il fatto procuri la minima scossa emotiva. È un film modesto perché l’apparato dei costumi e delle scenografie è di gusto discutibile, polveroso, approssimativo: durante l’incendio notturno di Troia, quando Ulisse…
– Odìsseo!
– …quando Odìsseo medita tra sé e sé sul proprio ingannevole trucco (il famoso cavallo) che ha messo in moto la barbarica distruzione di una civiltà e il declino dell’Età del Bronzo, ascoltiamo il suo monologo con interesse, e sì, ci è chiarissima l’intenzione da parte di Nolan e del suo sceneggiatore di aggiornare il poema antico agganciandolo all’evo contemporaneo in piena decadenza, ma chiunque voglia porre attenzione anche alla qualità della regia e della messa in scena – dopotutto, è un film quello che ci scorre davanti agli occhi – non può non fare caso alla sconcertante mediocrità delle scenografie: palazzi, templi e torri che crollano come quinte teatrali di cartapesta, peraltro ricreati e architettati con scarsa, scarsissima fantasia. Non mi unisco al coro dei filologi traditi, ci mancherebbe altro: non sto dicendo che le architetture di Troia sono ‘sbagliate’; sto dicendo che sono misere e bruttine forte. Ma l’impatto di una sequenza incendiaria che illustri un raid bellico per radere al suolo un’intera città e sterminarne gli abitanti non si ottiene soltanto girando con l’eccessiva e confusionaria mobilità delle cineprese a mano e un’invasiva colonna sonora di tamburi battenti in progressivo accelerando: questa non è una soluzione che aggiorna l’antico ai giorni nostri; questa è una soluzione incasinata, banale e FACILE. Nella corsa delle bighe di “Ben-Hur”, commentata esclusivamente dal rumore delle ruote e degli zoccoli dei cavalli sul terriccio del Circo Massimo, non c’è un filo di musica. Eppure non faccio che leggere in giro sesquipedali sperticamenti per la ‘straordinaria colonna sonora di Ludwig Göransson’, lo stesso che smartellava altrettanto fastidiosamente per tutto “Oppenheimer”. Per il puro gusto di fare casino. Piace al pubblico? Ok, diamogli questa soddisfazione, agli spettatori paganti. Ma c’è anche chi esce a va al cinema portandosi appresso un po’ di senso critico e discernimento, eccheccàz…!
– Ma Polifemo?
– Ecco, lì è peggio che andar di notte.
– È vero che manca il famoso “Mi chiamo Nessuno”?
– È vero. Ma anche di quello si può fare benissimo a meno, e non è grave se in un film tratto da un testo famoso mancano delle parole. Il problema di quella sequenza è l’imbarazzante bruttezza del mamozzone che impersona il ciclope, che pare preso in prestito dagli scarti di scena dei set del “Signore degli Anelli”. Una sorta di Gollum oversized, risputato come un chewing-gum, abortito, fastidioso, inguardabile. Con Scilla forse va leggermente meglio, ma anche in quel caso, in un contesto omerico non ti aspetteresti un richiamo al cinema di Guillermo Del Toro… È proprio questo il motivo per cui non posso concordare con chi sostiene che Nolan sia un regista ‘cólto’. Qualche libro lo ha letto, e si vede, va da sé. Ma sostanzialmente è da questi dettagli che viene fuori la sua rozzezza di anglosassone. Per giunta, immediatamente dopo che davanti al gorgo di Cariddi il mostro a sei teste si pappa altrettanti compagni della ciurma di Odìsseo in una sequenza di indubbio effetto spettacolare, al di là delle ridicole fattezze di Scilla, rièccoci sulla nave come se nulla fosse successo (neppure si notano, tra i rematori, i sei posti vuoti di chi è stato testé fagocitato) e via, ‘verso nuove avventure’. Come in un videogioco quando passi allo step successivo. E come in molti altri passaggi da un capitolo all’altro del film. È come se Nolan ignorasse di proposito la consequenzialità sentimentale di un evento; come se non gliene interessasse l’elaborazione, e voltasse pagina con una brutalità che spezza la naturalezza del canone narrativo. Se fai così, a me mi perdi per strada, a prescindere dalle tue personali interpretazioni del mito omerico e del personaggio fondativo di tutta la Civiltà Occidentale, sulle quali continuano a versare fiumi d’inchiostro tanti, troppi critici, e i più intellettuali e scribacchini tra gli spettatori che hanno affollato le sale in questi primi giorni di uscita. Peccato che “Odissea” sia un film, e non un saggio storico, filosofico o psicanalitico sulla Sindrome del Ritorno a Casa pubblicato da Bollati Boringhieri, e in quanto film ne va innanzitutto giudicata la sua adeguatezza o meno ai criteri e ai canoni del cinema.
– Non salvi proprio niente?
– Voglio essere onesto e buono. Su Facebook, a “Odissea” gli ho dato la sufficienza, perché rispetto agli altri esempi del suo farraginoso modo di intendere il cinema, stavolta Nolan non si è dovuto inventare niente: aveva già pronta da quasi tre millenni una buona storia con dei personaggi che funzionano. Che molte occasioni le abbia buttate in vacca (come la morte del cane Argo, forse il caso più clamoroso e irritante), basta conoscere il suo cinema per aspettarselo come dazio inevitabile. Ma nel maneggiare con indubbio e venerato rispetto un testo tanto antico, affidandone i personaggi a un cast distribuito secondo le attuali esigenze di uno star system dove contano numero di fan e follower, avvenenza e colore della pelle, pur imponendo loro quell’unica tonalità vocale medio-bassa che a lungo andare intorpidisce, si è concesso una rosa di scelte che vivacizzano la monodia con volti simpatici, anzi, evento raro per Nolan, ‘simpatetici’, la cui presenza conferisce al francamente un tantino greve racconto per immagini elementi di totale estraneità, con effetto salutare e vivificante. Di Tom Holland e Anne Hathaway ho già detto, ma mi piace ribadirne la natura da imbucati alla festa, quelli che ti chiedi ‘questi chi li ha invitati?’, però sei contento di trovarli lì perché sai che ti garantiscono quel minimo di conversazione pepata e brillante per cui varrà la pena non inventarsi un mal di testa e fuggire via alla chetichella. Ma c’è un terzo convitato imprevisto, che godendo dell’onore di un episodio tutto per sé diventa in automatico protagonista di un film nel film, anzi proprio tutto un altro film dentro il film che stai vedendo già da un paio d’ore, che ti risveglia non dico dal sopore (perché “Odissea”, gli va riconosciuto, non è affatto un film noioso, nonostante la sensazione sia spesso quella di trascinarsi dietro una palla al piede), ma ti desta un interesse tutto nuovo, come una spezia che ti ritrovi in bocca alla terza o quarta portata e che ti ringalluzza l’appetito: Samantha Morton. Il suo, che è poi l’episodio della Maga Circe, è il segmento che più mi ha convinto. Per me che non vedo le serie tv, e ignoro cosa sia “The Walking Dead”, un volto nuovo.
– Beh, era già apparsa, ma parecchi anni fa, in un paio di film di Woody e di Spielberg.
– Certo, all’inizio del secolo, mi sono documentato. Ma che ti devo dire? Mi spiace di non averla riconosciuta. E questa Circe bruttina, dimessa, ciccetta, tutto tranne che fatalona incantatrice, terrorizzata da Euriloco che le piomba in giardino e le grida, almeno nella versione originale, “It’s ok! It’s ok!” (che senza scomodare i filologi, ammettiamolo, detto da un greco antico del 1200 avanti Cristo, caro Nolan, anche no!), mi è andata a genio immediatamente. Ecco, nella sua casa popolata di bestie bizzarre soffia quell’aura strana che manca in tutto il resto del film, quella ‘magia apparente’ che di lì a poco viene esibita nella trasformazione dei compagni di Ulisse in maiali, con effetti speciali manuali di felicissima riuscita e invenzione, inquadrati e montati da Nolan (era ora!) con la voglia di stupire disturbando, come se all’improvviso il film virasse verso un horror diretto da Raoul Ruiz, con moderate ed eleganti concessioni allo splatter, librandosi verso tutt’altri lidi cinematografici, e finalmente si vola liberi e leggeri, affrancati dalle pastoie del formato della pellicola, di ancestrali sentimenti che si è incapaci di rendere nel loro spontaneo verificarsi, di caotiche e malgovernate scene di massa… Un toccasana, ti dico. Peccato che presto finisca, e vivi tutta la parte finale nella nostalgia di quegli strani e spauriti animali, col rimpianto che il film non si intitoli soltanto “Circe”…
– Ahahah, addirittura.
– Addirittura. Poi, vabbè, c’è una buona scena ambientata nel regno dei morti, dove dà ottima prova di sé, col volto irriconoscibile di creatura degli inferi, Benny Safdie, che nelle scene in cui è ancora vivo si nega alla vista sigillato nella vistosa e imponente armatura regale di Agamennone, autocitazione nolaniana dei suoi Batman.
– Ma scusa, e Pattinson?
– Robert? Fa Antinoo, il Procio innamorato di Penelope. Il ruolo più dimenticabile della sua carriera, tutto occhioni e smorfiette. Poi però non saprei aggiungere altro, perché già dopo il weekend inizio a dimenticarmi anche tutto il resto, di questa “Odissea”.
– Più che “Odissea”, “Nolaneide”. Comunque un Kolossal.
– Sì, un Kolossal d’argilla.




