
C’è tempo fino al 23 agosto 2026 per visitare alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma la mostra “Max Peiffer Watenphul. Pittore del Bauhaus”, a cura di Gregor H. Lersch, un’esposizione che restituisce al pubblico la figura di uno dei protagonisti più originali e meno conosciuti della cultura artistica del Novecento
Promossa dalla Fondazione Max Peiffer Watenphul ETS, in collaborazione con il Museo Casa di Goethe e con il sostegno del Bauhaus-Archiv di Berlino, la mostra “Max Peiffer Watenphul. Pittore del Bauhaus” riunisce 80 opere – molte delle quali esposte per la prima volta – ricostruendo l’intero percorso creativo dell’artista tedesco (1896-1976): dagli esordi giovanili agli anni della formazione al Bauhaus di Weimar, fino ai paesaggi italiani e ai celebri dipinti veneziani del secondo dopoguerra.
L’esposizione nasce da un lungo lavoro di ricerca sviluppato dopo la retrospettiva del 2023 al Museo Casa di Goethe. «Quella mostra suscitò un notevole interesse, soprattutto per il rapporto tra il Bauhaus e l’Italia», racconta il curatore Gregor H. Lersch. Da lì prese avvio la collaborazione con la famiglia Pasqualucci, alla quale l’artista era legato dopo il trasferimento definitivo in Italia nel 1946. La scoperta, nella residenza di famiglia in Toscana, di un vasto nucleo di opere, lettere e documenti conservati per decenni ha dato origine a due anni di studi e alla nascita della Fondazione dedicata all’artista, rendendo possibile una mostra che presenta materiali in gran parte inediti.
Il percorso offre anche una rilettura del Bauhaus, spesso identificato esclusivamente con architettura e design. Attraverso l’opera di Peiffer Watenphul emerge invece il ruolo centrale della pittura all’interno della scuola fondata da Walter Gropius. «Non uno stile, ma un nuovo atteggiamento», sosteneva il fondatore del Bauhaus, principio che il pittore interpretò mantenendo sempre una ricerca autonoma, sospesa tra figurazione e astrazione.

Come sottolinea Lersch, Peiffer Watenphul dimostra che la pittura non fu un linguaggio marginale nell’esperienza del Bauhaus, ma parte integrante della sua sperimentazione interdisciplinare. Pur confrontandosi con tessitura, fotografia e arti applicate, rimase sempre, innanzitutto, un pittore.
Tra i principali motivi d’interesse della mostra figurano le numerose opere inedite. Spicca “Grace con gatto” (1917), il primo olio noto dell’artista, che documenta le sue prime sperimentazioni ancora precedenti agli studi al Bauhaus, lasciando già intravedere un linguaggio personale. Accanto ai dipinti trovano spazio lettere e documenti mai esposti che raccontano il fitto intreccio di relazioni con alcuni dei protagonisti delle avanguardie del Novecento. Le corrispondenze testimoniano il sostegno di Paul Klee al giovane artista e i rapporti mantenuti nel tempo con figure come Gerhard Marcks e Josef Albers, dimostrando come la rete culturale nata al Bauhaus abbia continuato a vivere ben oltre gli anni Venti.
Una sezione particolarmente significativa è dedicata anche all’arazzo progettato nel 1921, considerato una delle opere più importanti della produzione tessile del primo Bauhaus. Per l’occasione è stata realizzata una fedele replica a mano dell’originale conservato al Bauhaus-Archiv di Berlino, che permette di comprendere il dialogo continuo tra pittura, tessitura e ricerca sui materiali sviluppato dall’artista durante gli anni di Weimar.
Il percorso espositivo si articola in cinque sale che accompagnano il visitatore attraverso le diverse stagioni della sua produzione: dagli esordi ai rapporti con le avanguardie tedesche, dalle sperimentazioni fotografiche ai paesaggi italiani fino all’ultima sezione dedicata a Venezia, città che dopo il 1946 diventa il laboratorio della sua piena maturità artistica.

È proprio nelle vedute veneziane che Peiffer Watenphul raggiunge uno dei vertici della sua ricerca. La città lagunare non viene rappresentata secondo la tradizione pittoresca, ma attraverso una pittura fatta di luce, superfici e colore, con prospettive insolite, architetture semplificate e atmosfere sospese. Ne emerge una Venezia silenziosa, talvolta inquieta, lontana dagli stereotipi iconografici e restituita con un linguaggio personale e immediatamente riconoscibile.
La vicenda biografica dell’artista attraversa inoltre le grandi fratture del Novecento. Perseguitato dal regime nazista, vide confiscate diverse opere e un suo dipinto fu inserito nella mostra “Arte degenerata” del 1937. L’Italia rappresentò per lui un luogo di rifugio ma anche di rinascita artistica, consentendogli di sviluppare una ricerca sempre più concentrata sul paesaggio, sulla luce e sulla costruzione dell’immagine.
A cinquant’anni dalla sua scomparsa, la mostra romana restituisce così la complessità di un artista che attraversò il secolo mantenendo una straordinaria coerenza espressiva e contribuendo a restituire un’immagine più ricca del Bauhaus: non soltanto scuola di architettura e design, ma laboratorio aperto nel quale anche la pittura occupava un ruolo fondamentale. Un’occasione per riscoprire una figura ancora poco nota al grande pubblico, visitabile alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea fino al 23 agosto 2026.




