29 Settembre 2026 14:36

Quando il teatro esce di casa. A Roma il festival India Città Aperta

India Città Aperta
India Città Aperta
Fino al 31 luglio il festival trasforma la cittadella di Teatro India in un presidio diffuso di socialità e creazione

Dopo il successo dello scorso anno, torna India Città Aperta, il festival che fino al 31 luglio trasforma la cittadella di Teatro India in un presidio diffuso di socialità e creazione. Il progetto, curato da Teatro di Roma, in collaborazione con Dominio Pubblico ETS, dedica un’intera sezione alle nuove generazioni. E propone danza, musica, teatro e talk, in un programma che pensa il teatro come agorà multiforme. Dentro questa cornice, ci soffermiamo su due spettacoli: Tipico maschio italiano di Lorenzo Maragoni ed Eroine di Chiara Becchimanzi. Due monologhi, un autore e un’autrice, due generi diversi (lui viene dalla slam poetry, lei dallo stand up), ma un’urgenza comune: interrogare gli stereotipi di genere partendo dal proprio corpo, dalla propria voce, dalla propria storia.

Maragoni porta in scena tutta la sua forza performativa da slam poet per affrontare un tema personale e necessario: gli uomini, anzi, sé stesso in quanto uomo. Con ironia, dialoga con il pubblico grazie a un espediente semplice ed efficace, un microfono con autotune che permette uno straniamento quasi brechtiano: parlare di sé con una voce alterata, giocare a domandare come stanno gli altri “Bro”, senza timore di rompere i confini. Il racconto attraversa il rapporto col padre, le ex fidanzate, il possesso, la gelosia, le regole di un’educazione sentimentale che insegna agli uomini a non accettare il rifiuto. C’è una riflessione sul privilegio, sul sentirsi coinvolti anche quando ci si sente assolti e che offre una risposta definitiva a quel “not all men” che tanto spesso risuona quando si parla di violenza maschile sulle donne.

 

India Città Aperta, Lorenzo Marangoni
India Città Aperta, Lorenzo Marangoni

In un momento che resta impresso, Maragoni chiede un abbraccio a un ragazzo tra il pubblico. Il gesto è così onesto, così privo di secondi fini, che la scena finisce per commuovere tutti. È lì che lo spettacolo mostra la sua tesi più semplice e più difficile: basta non sottrarsi, non avere paura di una vulnerabilità che non nasconde nulla, per essere ciò che si è, al di là degli stereotipi maschili che la cultura continua a imporre.

Maragoni fa ridere e fa commuovere, e si espone con una generosità che è insieme personale, politica e artistica. Belli gli stacchetti musicali, come la parafrasi del rapporto tra Amleto e Ofelia, o la scena dei gruppi di uomini in “decostruzione”. Ma il vero valore aggiunto della serata è il pubblico: attento, presente, capace di creare un’aria densa, segno che di questo discorso c’è davvero bisogno. In un’epoca in cui si arriva a mettere in discussione l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, Tipico maschio italiano dovrebbe entrare nei programmi ministeriali.

Chiara Becchimanzi, invece, mescola mito, pop culture e frecciate politiche in un tour de force fino all’ultimo respiro. Attrice, autrice, regista, stand up comedian, romanziera, attivista, progettista culturale, la sua storia personale è quasi un manifesto poetico, un rifiuto dichiarato di farsi ridurre a una sola nicchia, a una sola etichetta.

Eroine si muove esattamente in questa complessità, alternando alto e basso, colto e popolare, mito e tv spazzatura, Zeus e Berlusconi. La costruzione del testo, molto curata e articolata, parte dal bisogno di trovare una voce propria, e racconta in dettaglio miti e archetipi femminili, immergendosi nelle letture psicoanalitiche della femminilità, mescolando genitori affettuosi, perdite importanti e stravaganti storie d’amore.

Nella prima parte, Becchimanzi sfodera i propri successi di ragazzina modello, esasperando insuccessi e fragilità fisiche, in una gara all’eccellenza che è anche ironia sulla competitività. Sempre in gara con l’immagine perfetta di sé stessa, cresce sulle aspettative imposte dalla famiglia nel bisogno di riconoscimento, e sfoggiando una cultura classica invidiabile, fa una lunga lezione che è un vero e proprio “mansplaining” rovesciato: quello che ogni donna subisce quotidianamente, lo rovescia dal palco sul pubblico che annaspa. Poi, la donna, fa un passo indietro, mostrando letteralmente, come dice lei, le cosce. Ma è un passo indietro che ne prepara cento in avanti, verso la mitologia, verso un passato che si scopre sorprendentemente contemporaneo, alla ricerca di tracce perdute nella storia, che la nostra cultura sta seguendo senza accorgersene.

 

India Città Aperta, Chiara Becchimanzi
India Città Aperta, Chiara Becchimanzi

Da lì, la ricerca si fa più intima. Quale dea si è incarnata in noi? L’eco delle parole altrui, l’aver interiorizzato lo sguardo maschile, l’essere sempre la ribelle, il trovare dentro di sé la propria Antigone, è una ricerca stremante, che vede l’eroina ribelle per eccellenza affermare che il proprio destino non l’ha ancora scritto nessuno. Tutte, e con ampiezza di sguardo ci propone di dire tutte e tutti noi, siamo qui ed ora, con il desiderio e la forza di presentarci così come siamo.

Nel suo lavoro, gli stacchi musicali fanno da cerniera con uno stile canoro profondo e straniante. Becchimanzi gioca con le parole dentro un pensiero politico radicale, sociale, e dichiaratamente di sinistra, per ribaltare una prospettiva banalizzante che troppo spesso accusa il femminismo di radicalità ottusa. Il punto profondo non è cosa il femminismo rischia di togliere agli uomini, ma cosa potrebbe regalare loro. Il risultato è la possibilità, offerta con acume e generosità, di smettere di essere attori del condizionamento, per diventare soggetti liberi ed emancipati.

I due spettacoli si guardano allo specchio, ciascuno dal proprio lato. Maragoni lavora per sottrazione: smonta il maschile standard cercando la vulnerabilità sotto lo stereotipo, e lo fa mettendo in scena sé stesso, il proprio corpo, la propria voce alterata come strumento di verità. Becchimanzi lavora per accumulo costruendo un affresco che va dal mito alla cronaca rosa, usando l’eccesso e il cortocircuito comico. Entrambi arrivano allo stesso punto, la possibilità di essere soggetti coscienti e liberi, e non più complementi oggetti che devono rispecchiarsi in altro per trovare sé stessi.

Diversi gli strumenti, identica l’urgenza politica: entrambi partono dal genere per parlare di libertà personale, entrambi usano l’ironia come chiave d’accesso a un pubblico che altrimenti si difenderebbe, entrambi trovano nella musica un momento di respiro e di verità. Visti uno accanto all’altro, dentro la cornice conviviale di India Città Aperta, i due spettacoli non si limitano a raccontare uno sguardo maschile e uno femminile sullo stesso problema, ma mostrano che il problema, in fondo, è uno solo, e non è individuale, ma culturale.