
Una grande mostra nella quale Gormley inserisce lo studio di un materiale affatto nuovo per la sua pratica: il cartone
“Quello che volevo fare era riportare al centro il corpo, che era stato escluso nel periodo dominante della mia formazione come scultore: quello del minimalismo e dell’arte concettuale”. È lo stesso Antony Gormley a chiarire il focus della sua ultima mostra negli spazi di Galleria Continua di San Gimignano. Il corpo umano come misura dell’architettura e della condizione contemporanea. What Holds Us propone dunque un progetto che trasforma la galleria in un ambiente da attraversare più che da osservare.
Come sempre succede negli spazi della galleria toscana, a dare il la alla mostra è l’installazione concepita per i grandi volumi dell’ex cinema. Innercity – questo il titolo – composta da volumi monumentali in cartone che ricordano contemporaneamente edifici e corpi umani. Il visitatore è chiamato a muoversi in un dedalo di passaggi, aperture e ostacoli, dove l’esperienza fisica diventa parte integrante dell’opera. Una soluzione scenografica di forte impatto che conferma la capacità di Gormley di coinvolgere il pubblico attraverso l’attraversamento dello spazio.
Linguaggio rivelatore
“Attraverso questi oggetti”, suggerisce lo stesso artista, “la città si trasforma in un immenso spazio di gioco. Dove tutti sono invitati ad assumere la stessa postura di un bambino: qualcuno che esplora, che si muove, che scopre uno spazio che è insieme camera da letto, soggiorno, parco giochi e molto altro ancora”. Ma perché l’uso del cartone? “Spesso si fanno delle cose per ragioni che si riescono a spiegare solo in parte”, risponde. “All’inizio pensavo semplicemente che mi avrebbe evitato il problema di dover gestire trecento tonnellate di acciaio che nessuno desiderava”.
“Esplorando questa industria cresciuta parallelamente allo sviluppo del commercio online, mi sono reso conto di quanto persino il linguaggio sia rivelatore”, aggiunge Gormley. “Pensiamo all’espressione Fulfilment Centre: che cosa significa davvero? Questi edifici immensi, completamente astratti, che punteggiano il nostro paesaggio come gigantesche sculture orizzontali, nascondono al loro interno migliaia di scatole. Non sappiamo quasi mai cosa contengano, ma sappiamo che sono lì”.
Tra stabilità e cedimento
Se qui dunque è l’approccio architettonico/sociologico a guidare la percezione, nello svilupparsi della mostra è il corpo a tornare centrale. E in questo l’artista – molto disposto alla speculazione anche filosofica, in occasione dell’opening – dona ai presenti parole molto profonde. “Se pensiamo alla storia del corpo nella scultura, soprattutto nella tradizione occidentale, esso è quasi sempre rappresentato nell’azione”, riflette l’artista. “Penso, per esempio, al David di Michelangelo, o ad Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini: quell’istante che racchiude il culmine di tutto ciò che è accaduto e, insieme, l’inizio di tutto ciò che accadrà. Un’immagine sospesa nel tempo, quasi fosse il fermo immagine di un film. A mio avviso, però, questa è un’idea limitante. Mi perdoni, Bernini”.

La poetica di Gormley continua a ruotare attorno ai temi del corpo, della presenza e del vuoto con una coerenza ormai consolidata. E l’esposizione si dipana in un insieme di sculture realizzate in basalto, terracotta, cemento e ferro. Ogni materiale introduce una diversa relazione tra peso, equilibrio e vulnerabilità, mentre il dialogo con l’architettura della galleria diventa parte integrante del progetto. Alcune figure sembrano affidarsi alle storiche mura, quasi fossero elementi indispensabili al proprio sostegno. Generando una tensione costante tra stabilità e possibile cedimento. Altre esplorano il rapporto tra due corpi, costruendo equilibri precari che evocano dipendenza e fragilità.
“Cercavo”, puntualizza lo scultore, “un modo per riallacciare il rapporto con il corpo senza ricorrere alla rappresentazione. E tutto questo nasce, credo, da un dialogo con Giacometti. Che in un certo senso prosegue la tradizione dello scultore uomo come soggetto che osserva un corpo a distanza. Ma Giacometti comprende che, per entrare realmente in rapporto con la realtà, quella distanza, quello spazio, devono essere inscritti nell’oggetto stesso dell’osservazione. Ed è da qui che deriva, in qualche modo, questo progressivo assottigliarsi del corpo osservato”.

Complementarità
Concluso il secondo giro per la ricca mostra, resta impresso il contrasto tra la solidità dei materiali abituali nell’opera di Gormley e la leggerezza del cartone che domina l’installazione principale. Una discrasia che alla fine si trasforma in complementarità, restituendo una panoramica del lungo lavoro di ricerca che lui conduce da decenni sul concetto di massa e di spazio. Trasformando continuamente la scultura in esperienza ambientale…










