
Per tutta l’estate, fino al 30 novembre, il Parco Archeologico di Pompei sarà annichilito da invadenti a coloratissime sculture pop
Qualcuno – un celebre giornalista di moda – ebbe a definire Philip Colbert come “Il figlioccio di Andy Warhol“. Nulla da dire, il mondo è pieno di artisti che raggiungono il successo – e il riconoscimento, specie economico – percorrendo strade spesso distanti da quelle del sistema “ufficiale”. Dubitiamo che Warhol, uno che prendeva molto sul serio il proprio ruolo, farebbe salti di gioia per l’inopinata affiliazione, ma questa resterà una nostra personale opinione.
Chi è Colbert? Uno scultore – se ha senso la definizione – che colloca la sua opera all’”intersezione tra arte, intrattenimento e cultura di massa”, come recita la presentazione del progetto di cui parliamo. Il suo linguaggio definito hyper-pop fonde – con qualche decennio di ritardo – l’estetica della Pop Art con riferimenti alla cultura digitale e al consumismo. Con opere dai colori vivaci e dallo stile fumettistico, a partire dalle aragoste, tratto distintivo della sua produzione, che rappresentano il suo alter ego artistico. Non indugiamo oltre su considerazioni estetiche, né sui canali che lo hanno portato all’oggettivo successo, molto mediatico.

Incongrua prossimità
Perché qui è altro che ci interessa indagare: ovvero il fatto che un artista di queste caratteristiche possa presentare una grande mostra in un luogo “sacro” come il Parco Archeologico di Pompei. Le immagini che vedete in questa pagina raccontano meglio di qualsiasi parola lo stridio del contrasto fra i resti dell’antica città romana distrutta nel 79 d.C. dall’eruzione del Vesuvio e questi invadenti, sguaiati e beffardi animaletti colorati.

Ora: chiunque abbia anche solo rudimenti di estetica e di museologia, sa bene che avvicinare opere contemporanee a luoghi o siti con una forte identità, specie classica, è operazione decisamente delicata. Accadde alla Valle dei Templi di Agrigento, dove gli straordinari complessi ellenistici dovettero sopportare per mesi l’incongrua prossimità delle sculture di Igor Mitoraj. Ora il “vulnus” si ripresenta a Pompei, con esiti forse ancor più clamorosi. Si desidera “contaminare” le bellezze ereditate dall’antichità con creazioni contemporanee? Si opti per opere meno “invasive”, magari sculture minimal…




