
Un focus sugli artisti che ridefiniscono l’immagine contemporanea attraverso l’intelligenza artificiale, esplorando nuovi immaginari e frontiere creative
Artista visivo e audiovisivo basato in Andalusia, YZA Voku è tra i nomi che più hanno contribuito a ridefinire il rapporto tra generative AI e immagine contemporanea. Con Voku.Studio sviluppa progetti che mettono in dialogo cinema, musica, design e sperimentazione visiva, collaborando con figure della cultura pop e della scena musicale internazionale, da Cara Delevingne a The Weeknd fino a DELLAFUENTE.
Riservato, quasi al limite della segretezza, costruisce con un approccio visionario universi sospesi tra immaginazione e sperimentazione, tra sacro e profano, muovendosi tra musica, cinema, arte e comunicazione.

Fondatore di Voku.Studio, alterna ricerca tecnica ed esplorazione neo-surrealista. Un percorso che lo ha portato negli ultimi anni a collaborare con realtà di rilievo internazionale e a firmare la direzione creativa dell’universo visivo di BRIGADO, il nuovo album di DELLAFUENTE.
Parallelamente porta avanti una ricerca più autoriale, come dimostra A Gaze From The South, progetto che ha contribuito a consolidarne il profilo sulla scena internazionale. Uno dei suoi lavori più recenti che mischia immaginario cattolico ispanico con riferimenti storici alla scoperta delle Americhe, è diventato su virale su Instagram…

Prima che l’AI generativa entrasse nella tua pratica, che tipo di immagini hanno plasmato di più il tuo immaginario visivo: cinema, fotografia, arte, moda, videoclip o altro?
Le immagini incomplete, i sogni o i ricordi ricordati male. Mi interessano più le immagini che persistono di quelle che colpiscono.
Il tuo lavoro sembra spesso sospeso tra fotogramma, sogno, ritratto e apparizione. Quali sono i riferimenti principali – visivi, cinematografici o emotivi – che ti hanno aiutato a costruire questa atmosfera?
Il cinema.
Nel tuo lavoro sembra esserci spesso una tensione tra controllo e accidentalità: composizioni precise, ma anche distorsione, sfocatura e instabilità. Quanto pianifichi e quanto, invece, lasci che sia l’immagine a sorprenderti?
Pianifico quanto basta per avere una direzione e lascio abbastanza spazio per perderla. I lavori migliori di solito emergono quando il controllo si incrina leggermente.
Gran parte del dibattito pubblico continua a trattare l’AI come una minaccia o una scorciatoia. Nella tua pratica, che cosa ti permette di fare l’AI che la fotografia o il cinema, da soli, non potrebbero fare?
Mi permette di esplorare stati intermedi. Non tanto rappresentare il mondo, quanto negoziare con possibilità che non hanno ancora una forma.
Vedi l’AI più come uno strumento, un collaboratore, una macchina fotografica, uno studio o uno spazio in cui le immagini si scoprono più che si producono?
È uno strumento.
Nei tuoi lavori, come eviti l’estetica generica dell’AI e fai in modo che un’immagine resti riconoscibilmente tua?
Penso che questa “estetica generica dell’AI” oggi sia meno marcata. Ma direi soprattutto scartando molto. Credo che l’identità visiva emerga spesso attraverso le decisioni che non si prendono.
Se ti va di raccontarlo, puoi spiegarci come inizia un progetto, sia personale sia su commissione? Parti da un’idea scritta, da un riferimento visivo, da un universo estetico, da un’emozione o da un esperimento tecnico?
Quasi sempre da una sensazione difficile da descrivere. A volte è qualcosa di più visivo, altre volte più astratto.
Le tue immagini hanno spesso una forte qualità cinematografica. Quando le costruisci, ti pensi più come un regista – quindi in termini di inquadrature, scene e sequenze – o più come un direttore creativo, quindi in termini di colori, texture e composizione?
Non lo so, credo sia un mix.
La musica e il suono influenzano le tue immagini fin dall’inizio oppure arrivano più tardi, come parte dell’atmosfera finale?
Fin dall’inizio. Nel mio lavoro sono molto legati.
Per concludere, che cosa stai cercando di imparare, disimparare o portare oltre nel tuo lavoro in questo momento?
Sto cercando di disimparare il fascino della novità. Mi interessa meno quello che uno strumento può fare e di più ciò che un progetto può continuare a essere.




