
A Rijeka – Fiume, Croazia, la ricerca di Ana Petrović entra dentro il rapporto tra rappresentazione e reale per riflettere su natura ed essenza delle immagini e dei medium artistici – tra limiti, meccaniche e contraddizioni – con Un(real)ity, a cura di Krešo Kovačiček, visibile fino al 7 agosto
Nello spazio della rossa Galerija O.K. Ana Petrović porta la sua poetica, che “esplora l’elasticità visuale di una vasta gamma di media”, accompagnata da un testo critico di Luca Vargiu. Ad aprire l’esposizione sono i Crumpled, che appaiono come enormi fogli accartocciati e poi di nuovo distesi, sottilmente sospesi tra tridimensionalità e bidimensionalità. L’aspetto della carta, increspata e insieme perfettamente piana, si rivela però, al movimento dell’osservatore, un inganno. Sono fotografie, foto in grande formato che riprendono l’affascinante texture della caotica piegatura. Così, scrive Vargiu, “i fogli sono trasformati in una rappresentazione bidimensionale di sé stessi. La fotografia continua a registrarne la tridimensionalità, ma appunto come registrazione di qualcosa che non è, come trasmissione nel presente di un’assenza: essa nega la presenza oggettuale e ne lascia solo l’aspetto visivo o, tuttalpiù, l’illusione ottica”.

Una installazione e una video performance formano Triangle, composto da un monitor e, subito sotto di questo, un piccolo frammento triangolare di nerissimo panno, senza soluzione di continuità con lo schermo. Il filmato mostra un grande pezzo di stoffa in infinito minimo movimento, in ideale prosecuzione del drappo sottostante, e pare essere un tentativo di stendere i due lati inferiori per allinearli al triangolo esterno. L’azione performativa, svolta dall’artista che si cela sotto il tessuto – e che si muove su una gamba sola, precariamente instabile – è volta a connettere la forma nell’immagine, interna, al panno, fisico, concreto, posto nell’installazione. Ancora l’illusione e la riflessione tra realtà e rappresentazione e l’interpretazione del loro ultimo confine visivo. Come nota il testo “in questo caso, il problema è declinato nel tentativo di creare un’unità visuale – il triangolo intero – da offrire allo spettatore senza che si percepisca, a tutta prima, alcun divario tra il tessuto che avvolge l’artista nel video e la parte che sporge proseguendo nella realtà concreta”.
Anche 220 volt gioca sullo stesso cortocircuito: uno schermo appoggiato al pavimento mostra un fondale bianco e una presa elettrica con un filo che percorre l’inquadratura fino al bordo del monitor. Nella dimensione del reale esterna al televisore però, fisicamente, il cavo continua il suo tragitto, sino a scomparire dietro all’apparecchio. Così nell’opera si perde “la barriera che separa lo spazio interno all’immagine dalla realtà esterna all’immagine” e la presenza del limite della “quarta parete” scompare. E contemporaneamente essa ritorna quando nel luminoso fondale compaiono a cascata una serie di palline bianche da ping-pong che in caduta libera invadono lo schermo fino a rimbalzare sonore nel piano, che ora si rivela nell’inquadratura. Come si legge nell’acuto testo di presentazione “il divario tra lo spazio interno al video e la realtà esterna, per quanto sottile esso sia, è affermato e negato contemporaneamente. È affermato dalla cornice del monitor, che funge da margine che separa “dentro” e “fuori”, ma è negato dalla caduta delle palline, che danno l’impressione di precipitarsi al di fuori, e dal loro rumore”.

Al valore della cornice torna infine il video Cutting, che mostra Petrović in un campo aperto mentre lancia verso l’alto un pallone. Esso, nella sua corsa aerea, impatta plasticamente sul bordo dell’inquadratura e dello schermo e rimbalza, cadendo verso il basso, dove l’attende l’artista. “Tale problematizzazione si incentra”, come scrive il curatore Vargiu, “sul ruolo del bordo dell’inquadratura, nella sua funzione di chiudere e delimitare il campo dello spazio interno dell’immagine. Da questo punto di vista, si potrebbe sostenere che l’intera azione costituisce una «figura dell’incorniciatura» […] sia pure in senso contrario”.
Con Un(real)ity è in scena alla Galleria O.K. la sperimentazione artistica di Ana Petrović, un’arte di ricerca, intellettuale, che indaga la flessibilità dei diversi linguaggi visivi e ne mette in tensione proprietà e limiti, attraverso le contraddizioni tra essi e le immagini, “che riflettono (su) sé stesse”. Si rivela così l’ambiguità tra rappresentazione e realtà, da scoprire seguendo «il principio delle piccole scoperte», con l’opera che guida il fruitore “a vedere più attentamente, più da vicino, più nel dettaglio, mostrando che l’ambito del visivo è più ampio di quanto appare al primo sguardo”.





