30 Settembre 2026 18:38

Cacao Meravigliao: macchine celibi e palinsesti al cioccolato

Girls Watering Flowers (The Freia Frieze IV), olio su tela, 1922, ph. Halvor Bjørngård, © Munchmuseet

Il legame ancestrale tra arte, spazio pubblico e cioccolato come grande pretesto trova una storica risonanza nella mostra in corso al Museo Munch di Oslo, che celebra la serie di dodici dipinti monumentali realizzati nel 1922 per la mensa femminile della fabbrica di cioccolato Freia

Il rumore della macchina per il cioccolato ne L’amore molesto di Mario Martone già a metà degli anni ’90 non era una promessa di dolcezza ma il battito sordo, industriale e perturbante di un trauma privato. Quel fragore cinematografico e psicologico si dipanava come un filo scuro e denso, lo stesso che continua ad attraversare il contemporaneo svelando come il cioccolato sia tutt’altro che un materiale rassicurante. È, al contrario, sostanza liquida, metamorfica e ossessiva.

Già nel 1914, Marcel Duchamp individua in questo meccanismo il motore di un desiderio celibe e intrappolato. La sua Broyeuse de chocolat (Macinatrice di cioccolato), integrata nel Grande Vetro, è lì fino al 22 agosto al Moma di New York nella sua grande retrospettiva a svuotare la materia da ogni finalità edonistica. Diventa ingranaggio modernista, una macchina ironica che macina chimere solitarie e ripetitive, svelando la natura meccanica dell’impulso umano.

The Chocolate Factory di Paul McCarthy a La Monnaie

Se Duchamp la intellettualizza, Paul McCarthy trasforma l’archetipo industriale in una performance disturbante ed escrementizia. Nella sua Chocolate Factory, vista anni fa a la Monnaie de Paris la produzione seriale diventa una catena di montaggio del grottesco. Le macchine vomitano figure stucchevoli come il Santa Klaus che adorna uno svincolo quasi all’entrata del parco di Ekeberg a Oslo e ricorda l’odore dolciastro che satura lo spazio, mutando il sogno pop del consumo di massa in una regressione corporea e claustrofobica. Un cortocircuito dove il subconscio represso incontra la catena di montaggio, svelando la miseria normalizzata della società dei consumi.

A questa bulimia visiva si potrebbero aggiungere il minimalismo concettuale di Ed Ruscha che alla Biennale di Venezia del 1970, tappezzando un’intera stanza con fogli serigrafati al cioccolato (la celebre Chocolate Room), creò un’architettura multisensoriale esposta all’inevitabile degradazione. Sotto il calore e il tempo, l’opera si scioglie, si macchia, respira e decade. La geometria perfetta della stanza si arrende alla vulnerabilità organica di una materia viva.

Pictures of chocolate, Vik Muniz

Ad un altro estremo di questa fragilità effimera si colloca l’illusione ottica e fotografica di Vik Muniz. Con la sua celebre serie Pictures of chocolate il denso sciroppo diventa pigmento pop per ridisegnare i mostri sacri della storia dell’arte, ed i gesti d’azione di Jackson Pollock. La colata lucida immortala il mito dell’immagine consumabile, congelata dallo scatto fotografico prima di deperire. Un’estetica del desiderio che flirta costantemente con il gusto del palato, un’operazione affine alle provocazioni di Raphaël Castoriano e della sua piattaforma Kreëmart. Lì il pasticcino e la scultura edibile (memorabili i calchi al cioccolato dei nasi e delle bocche realizzati per Marina Abramović o le torte disturbanti di Maurizio Cattelan) trasformano l’opera in un feticcio transitorio da masticare. Proprio di questo statuto di “provocatore del consumo sperimentale” Castoriano ha discusso questo agosto in una conversazione a Gstaad, ospite degli storici incontri culturali di rilievo internazionale dei Gstaad Cultural Encounters, ribadendo in una cena decorata con tobleroni personalizzati come l’atto dell’ingestione dolciaria rappresenti uno dei rituali performativi dell’opera stessa.

Edvard Munch and the Chocolate Factory © Photo: Ove Kvavik, Munchmuseet

Ed infine, questo legame ancestrale tra arte, spazio pubblico e cioccolato come grande pretesto trova una storica risonanza nella mostra in corso al Munch di Oslo. L’esposizione Edvard Munch and the Chocolate Factory mostra da vicino la celebre serie di dodici dipinti monumentali realizzati nel 1922 per la mensa femminile della fabbrica di cioccolato Freia. Il neon Freia è un landmark nello skyline della città. Conosciuti storicamente come il Fregio Freia, i dipinti di questo ciclo ritraggono scene bucoliche della vita costiera. Per un secolo, queste tele sono rimaste immerse nel refettorio della fabbrica, letteralmente impregnate dal fumo e dalla polvere di cacao sospesa nel tempo. Munch non cercava lo shock della materia e non la descriveva, ma spostava l’arte nell’epicentro del welfare operaio, legandola indissolubilmente all’archetipo del luogo di produzione dolciaria.

Girls Harvesting Fruit (The Freia Frieze VI), olio su tela, 1922, ph. Halvor Bjørngård, © Munchmuseet

Questo labirinto di riferimenti converge e si amplifica nell’immaginario collettivo dei vari Willy Wonka. Da Roald Dahl alle visioni cinematografiche, la fabbrica di cioccolato incarna la perfetta sintesi contemporanea: un luogo al contempo fiabesco e spietato, dove l’ambizione estetica si mescola a punizioni sadiche e ingranaggi misteriosi. Come nel film da cui siamo partiti, dietro la colata dolce si nasconde sempre la consapevolezza che ogni nostra solida certezza e ogni forma di desiderio codificato, potrebbe fatalmente sciogliersi nella calda estate della nostra vulnerabilità.