
Fino al 25 ottobre, alla Tenuta dello Scompiglio di Vorno (Lucca), Hans Op de Beeck è in scena con “Danse Macabre”, un’imponente installazione in cui sono presenti alcuni degli elementi fondanti delle opere dell’artista belga
“Io sont la morte che porto corona / Sonte signora de ognia persona […] / Et son quela che fa tremare el mondo […] / Sapienza beleza forteza niente vale / Non è Signor madona ne vassallo […]“, si legge sulla facciata esterna meridionale della Chiesa Cimiteriale di San Virgilio a Pinzolo (TN). Versi che sono l’incipit dell’imponente affresco Danza Macabra, realizzato nel 1539 da Simone II Baschenis di Averara. E sono sempre questi i versi che, nel 1977, Angelo Branduardi musicò nel Ballo in Fa diesis minore. Quella Danza Macabra in cui degli scheletri fanno coppia con personaggi più o meno illustri, in una sorta di processione, o meglio, “ballo”, il ballo della morte, appunto. Tema iconografico, che si sviluppò all’indomani delle grandi pesti nere nel XIV secolo. Un tema per ricordare che la morte è sempre presente, che non guarda in faccia a nessuno perché “A morte ‘o ssaje ched”e?… è una livella.” – come recitava il grande De Curtis. Ora, sì, siamo nell’era del post covid e, teoricamente, è stata superata l’emergenza. Ma siamo, comunque, dentro un periodo di crisi ed emergenze, per fortuna non pestilenziali, ma altrettanto gravi e mortifere, a partire dalle guerre sparse per il globo, e proseguire con la grave crisi climatica che stiamo attraversando. È proprio questa danza, che anziché essere rappresentata in un corteo, è raffigurata con una giostra, che gira in tondo su sé stessa, per ritornare sempre al solito punto a ricordare che, seppur passata, può nuovamente ripassare.

È questo il “movimento circolatorio” con cui Hans Op de Beeck ha dato corpo alla sua danza, attraverso l’ammaliante giostra della sua imponente installazione ambientale di Danse Macabre, nella mostra curata da Angel Moya Garcia nella Tenuta dello Scompiglio. Un’imponente installazione in cui sono presenti alcuni degli elementi fondanti delle opere dell’artista belga: le “nature morte”, alcune delle quali di morandiana memoria, la massima attenzione e cura dei dettagli, tutto sempre col “non colore” grigio. Quel colore che si pone nel mezzo, che non estremizza nessun punto, simile al manto di polvere (come non pensare a quello pompeiano?) che, con lo scorrere del tempo, si posa sulle cose, sui ricordi. Memorie che, per il passare del tempo, perdono colore e sbiadiscono. Attraverso tale “non colore” uniforma ogni cosa, elimina qualsiasi elemento vitale, annulla il tempo e lo spazio, crea atmosfere sospese, quasi oniriche, lontane da qualsiasi precisa coordinata temporale. Seppure qualche frammento si scorga sin dall’ingresso, solo dopo aver percorso uno stretto e tortuoso sentiero, avvolto nelle tenebre, accompagnato da una trama sonora composta da Sam Vloemans ed eseguito dall’Hermes Ensemble, fiancheggiato da piccoli specchi d’acqua, esili lampioni, fuocherelli che bruciano sulla sommità di barili (è difficile non pensare a una critica all’inesorabile sperpero delle risorse naturali), panchine, pneumatici, bancali, anziché un castello, si palesa la grande, muta, immobile, baroccheggiante giostra (elemento caro all’artista, eletto come “metafora della condizione umana”). E su cavalli, o nella carrozza, o in piedi, gli scheletri (anche un filino burloni), sono davanti a noi, in quell’infinito memento mori, perché la festa è finita.

Per questo lavoro, c’è stato chi ha sottolineato la marcata spettacolarizzazione dell’intervento, addirittura interpretandolo come un adeguamento ad una prassi artistica attuale molto diffusa. Ma chi ha espresso tale giudizio evidentemente non ha ben chiaro il lavoro dell’artista. Perché, da sempre, nelle sue opere (anche con un veloce sguardo al sito, facilmente lo si può notare), Hans Op de Beeck fa entrare il teatro, lo spettacolo, inclusi luci ed effetti (non si deve dimenticare che da anni opera nel teatro, nell’opera e nella danza contemporanea come drammaturgo, regista, scenografo e costumista). Perché principalmente mira a coinvolgere tutti i sensi dello spettatore.

Il complesso film d’animazione, Vanishing Point, è anche una sorta di sintesi della vasta produzione di acquarelli dell’artista, dove si susseguono nature morte e paesaggi artificiosi, che si apre con un bimbo steso che dorme, per concludersi con lo stesso bambino che, lentamente, si decompone durante l’ineluttabile trapasso. Ogni elemento, come ogni lavoro, malinconicamente, parla della fragilità dell’esistenza. Non con toni disperati, bensì come una presa d’atto dell’ineluttabilità di ogni destino. Un invito, quindi, a “guardare in faccia” i propri scheletri, per apprezzare ogni singolo momento.




