
Artisti e ministero protestano: il National Taiwan Museum of Fine Arts è stato accettato come istituzione partecipante, ma il riferimento a Taiwan è scomparso. E l’organizzazione sudcoreana parla di “questione amministrativa”
La prossima Biennale di Gwangju, in Corea del Sud, è al centro di una disputa politica che ha trasformato la partecipazione di Taiwan in un caso di censura. Il padiglione di Taiwan, inizialmente approvato con questa denominazione dall’istituzione sudcoreana, è stato ribattezzato nei materiali ufficiali come “NTMOFA Pavilion”, acronimo del National Taiwan Museum of Fine Arts, responsabile della partecipazione. La modifica ha suscitato le proteste di dieci artisti e della curatrice Chen Hsiang-Wen, che accusano la biennale di aver ceduto a pressioni politiche.
Il Ministero della Cultura di Taiwan ha dichiarato che il progetto è stato presentato, approvato e formalizzato come “Taiwan Pavilion”, con conferma della denominazione arrivata dall’organizzazione il 2 aprile e un accordo firmato il 23 aprile. Dopo aver notato la modifica a giugno, il ministero ha cercato un confronto con la prefettura di Gwangju e la fondazione responsabile della biennale attraverso i canali diplomatici. Non avendo ricevuto risposte soddisfacenti, il caso è esploso pubblicamente con una dichiarazione degli artisti intitolata “The Censored Taiwan Pavilion”. “Firmare questa dichiarazione non riguarda realmente Taiwan in modo specifico, riguarda la censura”, ha dichiarato l’artista Cheng Hsien-Yu.
L’organizzazione della Biennale di Gwangju ha presentato una versione diversa, sostenendo di non aver interferito nel contenuto o nel processo curatoriale e che la questione è puramente amministrativa. Secondo la fondazione, il National Taiwan Museum of Fine Arts sarebbe stato accettato come istituzione partecipante, non come padiglione nazionale. Per ottenere quest’ultima classificazione, sarebbe necessaria una lettera ufficiale di approvazione da un’ambasciata o da un ministero della Cultura, documento che Taiwan non avrebbe presentato. Il governo taiwanese ha risposto pubblicando copie di proposte e corrispondenze che, a suo dire, dimostrano l’uso di “Taiwan Pavilion” fin dall’inizio delle trattative.
La controversia assume un peso particolare alla luce della storia di Gwangju. La biennale, nata nel 1994, è legata alla memoria del levantamento del 1980, quando la repressione militare delle manifestazioni pro-democracia causò centinaia di morti. L’istituzione stessa definisce i suoi valori a partire dal cosiddetto “Gwangju Spirit”, associato alla democrazia e alla libertà di espressione. L’edizione di quest’anno riunirà 28 padiglioni, di cui 16 nazionali e 11 istituzionali, secondo un modello introdotto nel 2018.
Per gli artisti taiwanesi, la questione non è puramente burocratica. La mostra “Instance Dungeons: Gray Zone” presenta nove opere su vigilanza, tecnologie politiche e la posizione geopolitica di Taiwan in mezzo alle tensioni della Nuova Guerra Fredda. Tra i lavori esposti figurano l’installazione con intelligenza artificiale Traced di Cheng Hsien-Yu e il lavoro audiovisivo The Space Warriors and the Digigrave di Su Hui-Yu. “Anche se fosse questo il caso, ciò non dovrebbe essere una scusa per rifiutare la nostra esposizione o cambiare il nome del nostro padiglione senza discussione. Crediamo nella libertà di espressione“, ha affermato Chen Hsiang-Wen, riferendosi alla possibilità che i lavori affrontino il tema dell’indipendenza taiwanese.
L’episodio si inserisce in una lunga serie di dispute sulla presenza di Taiwan nel circuito culturale internazionale. Il paese ha partecipato alla Biennale di Venezia come padiglione nazionale dal 1995 al 2003, per poi essere relegato a un evento parallelo dopo le proteste della Cina. Nel 2002, la partecipazione taiwanese alla Biennale di San Paolo fu rinominata Taipei Fine Arts Museum dopo pressioni cinesi. Per Su Hui-Yu, artista della mostra di Gwangju, la risposta deve essere pubblica: “Come artista, considero questa situazione chiaramente inaccettabile. Possiamo solo continuare a lottare e trovare strade. Dobbiamo parlare da soli e lottare per tutti“. Il Ministero della Cultura di Taiwan ha annunciato che continuerà a difendere il nome “Taiwan Pavilion” e non esclude ulteriori iniziative se la denominazione non verrà ripristinata.




