
Spesso lontana dai radar del contemporaneo, la Sardegna oltre che terra di antiche tradizioni ha portato all’arte dell’ultimo secolo grandi nomi, da Costantino Nivola a Maria Lai, e un infinito gruppo di artisti che, forse, non hanno avuto la visibilità che avrebbero meritato, complice la lontananza reale e simbolica dal “continente”. Con “L’isola dell’arte” vogliamo ripercorrere e gettare una nuova luce su alcune delle esperienze più peculiari degli ultimi decenni ne cuore del Mediterraneo. Per questa prima puntata vi lasciamo alle parole di Gino Frogheri, raccolte da Carlo Maccioni
Gino Frogheri è uno dei protagonisti dell’arte contemporanea in Sardegna sin dalla seconda metà degli anni cinquanta. Il decano nuorese, nato nel 1937, si afferma con modi espressionisti e – attraverso lo stimolo al rinnovamento e alla rottura e un temperamento irrequieto – evolve la sua ricerca verso una pittura tra materico informale e minimalismo e dopo l’approdo all’astrazione, si concentra su un linguaggio geometrico e concettuale, fino ad arrivare alla forma da lui creata.
Questo scritto è il risultato di una conversazione tra l’autore e Gino Frogheri, che ripercorre così la sua vita, gli incontri, la carriera, le sperimentazioni.
Da bambino disegnavo sempre. Disegnavo avventure di ragazzini. C’erano i western, avevamo come fonti i giornaletti. E poi disegnavo le macchine. Stavo in officina da mio padre, e tutte le volte che avevano finito un lavoro su un motore e lo mettevano in moto ero lì, in mezzo ai piedi, disegnando e ascoltando come fosse un essere umano. La macchina, che è un mezzo meccanico inanimato, io la animavo, ne facevo emergere fisionomia e carattere attraverso il disegno. Per me è commovente, le ricordo tutte, dalle Innocenti alle Ferrari, tutte. Disegnavo sempre. La pittura è venuta dopo.
Quando ho iniziato a frequentare la scuola media, il mio insegnante era Salvatore Pirisi, che avendo notato le mie capacità mi ha esortato a intraprendere seriamente la carriera artistica. Ricordo addirittura un giorno in studio da Pirisi c’erano lui, Graziano Cadalanu, Antonio Ruiu e disse “questo qui è un giovane studente, ed è bravo”. Diceva “prova”, e io facevo, inventavo. La pittura è nata così, negli anni cinquanta. Una cosa che ricordo con un po’ di sarcasmo è che in seconda media mi hanno bocciato in disegno: tentavo di essere modesto, cercavo di non esibire troppo le mie capacità artistiche, come il disegno anatomico. Io una mano la ricordo senza guardare. Una piccola struttura, nessun problema, figuriamoci, guai! E già da allora potevo disegnare in maniera precisa qualsiasi cosa. Eppure, tac.

Poi ho preso il diploma da geometra e mi sono iscritto all’albo. Pirisi faceva molti progetti – villette, al mare, in montagna – e io ricontrollavo e firmavo. Collaboravamo volentieri, eravamo amici. E così passarono diversi anni. È il periodo in cui ho iniziato a fare mostre. Facevo tanti paesaggi, ma anche vedute urbane di Nuoro, il mercato, il traffico, i cantieri, gli operai, giocatori di carte ai bar del corso. Mi piaceva molto dipingere e disegnare cavalli anche, la loro velocità, il movimento. E facevo anche molti ritratti su committenza.
Poi, una delle prime mostre che ricordo, negli anni cinquanta, aveva una serie di cristi, di opere religiose. I detrattori dicevano “sì, è uno che dipinge così, guardando soprattutto, non è una espressività spontanea, sentita: è un’esibizione di tecnica”. Mah. Poi sono dovuto partire per fare il servizio militare, 18 mesi, e appena rientrato sono stato chiamato e assunto dalla provincia come geometra. E così ho fatto oltre trent’anni di provincia. Un lavoraccio per uno che dipingeva: allargare strade, missioni, cantieri, esecuzioni, sai, paesaggi bellissimi ma tra calcoli, rilievi, estimi, conti, economia, era una seccatura. Quel periodo è trascorso così, lavoravo ma soprattutto dipingevo e disegnavo finché un giorno, ecco, passati un po’ di anni, Ernesto Ceccarelli – un amico pittore con cui a volte andavo a dipingere en plein air – mi dice “hanno aperto una galleria d’arte”. Era il 1966-67. “E andiamo, va”. Appena entrati ho visto una signora. “Scusi, ma lei non è la signora che viene con la Lancia Appia in officina?” “Sì, sono Sandrina Piras”. Lì è cominciato il mio rapporto con la galleria.

Sandrina – Sandra – era la gallerista: lei e il marito Pasquale Sanna avevano appena aperto, con una mostra di Vincenzo Frunzo. Non ero al corrente ma dopo l’ho dedotto: lei era davvero vivamente appassionata d’arte e Mauro Manca li aveva incoraggiati a creare una galleria. Proprio lì, a Santu Predu, Nuoro, via Chironi 88. All’inizio si chiamava Galleria Uno, nel primo anno di attività, poi l’hanno ribattezzata con il nome della via e il numero civico per meglio identificarsi nel proprio luogo: era diventata la galleria Chironi 88.
In quel momento facevo ancora pittura figurativa, ma avevo partecipato a un concorso d’arte portato avanti dalla galleria – il premio Regionale ENAL di Arti figurative – e avevo vinto il primo premio. E così c’è stata una mia mostra personale, era il ’67, e avevo esposto la mia pittura figurativa, naturale, spontanea, quasi accademica, basata molto su disegno, anatomia, dato ottico anche se molto espressiva, carica anche nel gesto, nella pennellata.

Una sera – c’era Raffaello Marchi, l’architetto Mario Di Cara e altri – abbiamo avuto una discussione un po’ pesante con Sandrina Piras su figurativo e non figurativo. In galleria apprezzavano le mie opere ma dicevano che dovevo approfondire la mia ricerca artistica. E va be’, finita lì la serata. La mattina dopo ero lì prima delle 11: ho suonato, lei ha aperto la galleria, c’era ancora la mia mostra. “Sandrina, in effetti, la discussione di ieri un po’ mi è dispiaciuta perché non ho chiarito ciò che io intendevo esprimere con queste opere figurative. Tipo: prendi questa per esempio”. Era un quadro tra i tanti, senza vetro. BOOM! Avevo dato un pugno al quadro e sfondato la tela! “E questo!? avevi ragione tu ieri!”. BOOM! “E questo? Peggio!” e così via: BOOM, BOOM, BOOM. Bella mostra, eh?
Da lì ho iniziato a sperimentare, cercare un linguaggio nuovo, mio, profondo, personale. Era la fine anni sessanta. Così sono arrivato a fare una ricerca pittorica astratta. Avevo in realtà già iniziato a pensarci, ma non avevo mai approfondito. A Nuoro c’era stato nel 1957 il Premio Sardegna, dove aveva vinto Mauro Manca: ho cominciato da allora a vedere l’astrazione. Manca aveva un po’ aperto una nuova strada. Ricordo un tentativo, questa libertà di espressione, di segni, di forme, di colori. Era il 2 luglio ’59, stavo partendo militare, dovevo prendere il treno quel giorno, erano le tre di pomeriggio. Nelle scale di casa ho trovato babbo che stava montando un pannello di masonite per coprire i contatori elettrici. Gli ho detto “aspetta, ho poco tempo ma qualcosa faccio, manca mezz’ora”. Ci dipinsi sopra qualcosa di astratto, di getto, e partii. Comunque…
Da quel giorno alla Galleria Chironi 88 ho cominciato una ricerca artistica, volevo una pittura mia, nuova, meditata e autentica. Seguivo la tensione, cercavo di esprimermi pienamente ascoltando un sentimento pressante, come di qualcosa che ancora non avevo conosciuto. Ho sempre considerato quasi veritiero ciò che dice l’oroscopo, sai, “l’acquario ha bisogno di alimentarsi sempre del nuovo”, e così io cercavo sempre. Ho fatto un sacco di esperimenti tra la fine degli anni sessanta e la prima metà degli anni settanta, un sacco di quadri. Tra il ’68 e il ’70 circa 1500 tra tele e supporti vari, una intensa ossessiva ricerca: lo spazio pittorico opaco, la sacralità delle superfici, rossi intensi e neri profondi, elementi metallici, pulviscolo, brandelli materici, disgregazione e costruzione formale, stratigrafie di vernici, colori d’altoforno, piani mossi, reazioni chimiche, creazioni astratto-geometriche autonome e vitali ecc. Dipingevo e facevo mostre. Partivo prima di tutto da quello che avevo assimilato – Chironi 88 aveva portato tantissime mostre a Nuoro – e finalmente avevo trovato questa libertà nell’astratto: vagavo tra informale, gestuale, materico, minimalismo, astrazione geometrica. Sono stati davvero anni intensi.

C’erano tantissime cose interessanti in quel periodo, in quei decenni. C’erano tante illusioni. Poi piano piano andarono svanendo. Anni intensi dicevo: il premio a Cannes, la Biennale a Mentone, la mostra alla Galleria d’arte Cavour di Milano e quelle alla Chironi 88 e ancora Napoli, Como, Genova. Forse erano la ricerca di qualcosa che sentivo ma non riuscivo a esprimere, esigenze interiori ma anche intellettuali e culturali. Sintetizzavo ciò che avevo visto in galleria, le considerazioni che generava quell’ambiente, le riflessioni di Sandrina Piras, gli artisti invitati – Frunzo, Mauro Manca, Remo Brindisi, Gianni Dova, Sergio Dangelo, Crippa – e i critici come Corrado Maltese e Michel Tapié.
Poi ho capito che avevo bisogno di pulizia nell’espressione artistica, e ho iniziato a concepire qualcosa di pulito, formulazioni più evolute nella loro astrazione, sentivo l’esigenza di mettere a fuoco i contenuti più significativi delle opere, cercando, attraverso la sintesi, l’essenzialità, per arrivare poi fino alla forma. È apparsa in embrione per la prima volta nel 1971 e mi aveva un po’ ispirato anche Grazia Deledda, era il centenario della nascita. Sai, il suo essere universale, il Nobel: ritrarre in forme plastiche con profondità l’universale. Cercavo ciò che di più intenso può dare un’idea di arte, qualcosa di sconosciuto, mai visto, un archetipo, una forma astratta universale. Erano anni intensi: la galleria dopo i primi anni di febbrile attività – in cui puntava ad un aggiornamento del pubblico, tra linguaggio e gusto – aveva deciso di impegnarsi a promuovere gli autori sardi, sempre mantenendo un ottimo programma di mostre di artisti da fuori. Ricordo Ernesto Treccani, Carmelo Cappello, Michelangelo Pistoletto, ma anche i sardi come Italo Antico, Igino Panzino, Maria Lai, Francesco Tanda, Antonio Secci, Giovanni Carta, Costantino Nivola, Angelo Liberati, Maria Grazia Oppo. Maria Lai era diventata una di famiglia in galleria, una di casa.

La forma credo che discenda dall’aver maturato in galleria, acquisendo le varie tendenze, i vari concetti sull’arte. È proprio un insieme di elementi che alla fine va semplificato, altrimenti non capisci nulla, serve l’essenziale. A metà anni settanta la forma ha rinnovato la mia pittura e poi con lei sono arrivati i dipinti della serie dei sopravvissuti dove questa perdura, silenziosa, tra presenza e assenza, al di là della rappresentazione reale, vitale. È il periodo nel quale ho iniziato ad allevare cani, e abbiamo salvato i pastori fonnesi, un molosso da guardia che si stava estinguendo, una pazzia, ma lo hanno studiato e riconosciuto, cosa che ancora non è stata fatta per il dogo sardo. Con quelli sono arrivato agli anni ottanta.
In quel momento la galleria voleva fare una sorta di censimento su artisti, operatori e linguaggi in Sardegna, far emergere una coscienza di gruppo e un confronto tra noi. Voleva ricapitolare le ricerche che da oltre venti anni venivano fatte in Sardegna, istituzionalizzarle, storicizzarle. Ricordo le personali di Zaza Calzia, Gaetano Pinna, i fotografi di Photo 13 e ancora Angelino Fiori, Roberto Puzzu, Giovanni Campus, Vittorio Tolu. C’erano state le mostre di gruppo di donne artiste con le cagliaritane Mirella Mibelli, Rosanna Rossi; le sassaresi con Paola Dessy, Giovanna Secchi; le nuoresi con Nietta Condemi e Rosetta Murru. E poi Frunzo, Piero Dorazio, Luigi Veronesi, le collettive, gli incontri, i dibattiti.
Ricordo le mostre fatte con Salvatore Naitza dell’Università di Cagliari, soprattutto 25 anni di ricerca artistica in Sardegna, una esposizione inventata e curata da Sandrina Piras, con i testi scientifici di Naitza. Ricordo anche Il luogo del lavoro alla Triennale di Milano o con Sandrina e Maria Lai Il miele del poeta a Orotelli, e in pittura la forma e la sua ripetizione, il movimento, la temporalità.

Con gli anni novanta sono arrivate altre cose, anche con la nascita del Museo MAN. Sandrina Piras aveva avuto l’incarico di scegliere le opere da acquisire. Il MAN, secondo me, ha cambiato le cose a Nuoro e il museo ha aperto con la mia antologica insieme a una mostra del basco Eduardo Chillida, era il ’99.
Da allora praticamente fare mostre non mi interessa quasi più, ho fatto qualcosa in studio, aprendolo al pubblico, mi ricordo anche Presenza-espansione-sparizione a cura di Giuliana Altea, e poi La Costante Resistenziale al MAN nel ’15, a Nuoro una bella mostra con l’Associazione Madriche e altre, poi il Premio Francesco Ciusa nel 2023, che ho vissuto come un importante riconoscimento. Il simbolismo minimale della forma l’ho mandato nello spazio all’infinito con una scultura geometrica, il prisma riflettente, che moltiplica il movimento dell’astrazione rendendola viva eternamente nel tempo.
Ho sempre sentito la necessità di esprimermi e, nonostante questo mi abbia reso costantemente irrequieto – una inquietudine creativa – la pittura mi ha sempre stimolato e l’arte mi ha dato tanto, avrei fatto il pittore anche su un’isola deserta.




