
Prime impressioni dall’edizione 2026 della Mostra del Cinema di Venezia, debutto debole ma buone sensazioni generali
– Fa caldo, al Lido?
– Sì, certo. Ma sai che è sopportabilissimo? Le brezze marine lo mitigano e non ti fanno rimpiangere il pantaloncino corto. Anche perché nelle sale la refrigerazione è polare, ed è bene portarsi in borsa non dico il 100 grammi Uniqlo, ma almeno una felpettina da battaglia.
– Hai già visto qualcosa? trovi anche tu che quest’anno la Mostra del Cinema sia in tono minore?
– No, anzi. Semmai quella è la Biennale Arte, attualmente in corso, che si intitola “In minor keys”. Ma quella l’ho già vista a maggio quando ha aperto. Qui al Lido non se la fila nessuno, perché si sa quanto siano ignoranti e monotematici i cinefili. Ma ne abbiamo già parlato altre volte, e non vale la pena tornarci.
– Quindi tu non concordi con chi la trova meno interessante del solito? Non lamenti anche tu l’assenza dei divi e dei film USA, e tutta quella roba lì?
portentosa
– Tutt’altro. Nel comporre il programma delle visioni ho trovato qualche difficoltà a far combaciare tutto quello che mi interessa, specialmente per la presenza in un palinsesto intensivo come al solito, di due titoli “monstre”, che insieme raggiungono la durata di quasi tredici ore: la corpulenta “Biografia di Jorge Luís Borges” di Mariano Llinás (l’argentino regista di “La Flor”, a tutt’oggi il più importante film di questo secolo, ovviamente secondo il sottoscritto), e il monumentale “Joie de vivre”, documentario che Luca Guadagnino (leggi: il più grande regista italiano vivente, sempre ovviamente secondo il sottoscritto) ha consacrato alla memoria di Bernardo Bertolucci. Per loro, almeno al momento, ho dovuto sacrificare nelle prenotazioni alcuni film del concorso, che tenterò di recuperare in qualche modo. Si vedrà.
– Avrai già visto qualcosa, immagino.
– Certamente. Le proiezioni iniziano alle otto e mezza A.M., e per me che quest’anno non ho trovato alloggio al Lido – dove per l’affitto ti chiedono cifre da Ginza o Fifth Avenue – ma in città, vuol dire levatacce all’alba e tre quarti d’ora di vaporetto… Ma la bellezza di Venezia la mattina presto è il più bel film del mondo: ti trovi immerso in un’aura di rarefazione bertolucciana (con buona pace di Guadagnino), e ti aggiri per una città deserta e straniata come Giulio Brogi all’inizio di “Strategia del Ragno”, prendi il caffè in una pasticceria che ha appena scaldato la macchina, affondi i denti in una veneziana tiepida di forno, e prendi il tuo battello semivuoto che costeggiando il fronte nord di quel pesce che è la mappa di Venezia, ti regala lo scorcio del cimitero di San Michele per poi virare diretto verso il Lido. “Prima che il teatro apra”, come mi disse una volta Daniele Del Giudice, e che l’overtourism invada campi e calli. Ma a quell’ora tu sarai già lontano, al sicuro nel ventre di una delle bellissime e confortevoli sale del Lido, imbarcato per chissà quale avventura, esaltante o noiosa che sia, ma questo è il Cinema, bellezza…

– “Classic”, direbbe il Walter Matthau di “Prima pagina”, ahahah…
– That’s correct. Cmq sì, ho visto i due film di apertura delle due sezioni principali, il Concorso Ufficiale e Orizzonti. Due cose modeste, quale più quale meno. Ad aprire la gara principale è stato, al termine della cerimonia di gala, “Ink” di Danny Boyle, che racconta la nascita del più famoso dei tabloid britannici, quel “Sun” che sul finire del decennio più scatenato della Swinging London inventò la “stampa spazzatura”, sconvolgendo qualsiasi etica d’informazione cartacea quotidiana, sponsorizzato da quel Rupert Murdoch (oggi quasi centenario) che preconizzò oltre Manica quello che da noi fece con le sue televisioni Silvio Berlusconi, e che nel film è interpretato con piglio caparbio e determinato da Guy Pearce. Ma a rubargli la scena con una prestazione più levigata e interessante c’è Jack O’Connell, nel ruolo del direttore del giornalaccio, l’inizialmente perplesso e diffidente Larry Lamb, via via sempre più spregiudicato e senza scrupoli nell’abbassare il livello e la qualità dei contenuti per andare incontro al gusto e ai pruriti del ‘popolo’ e scalare le vette delle vendite fino a sbaragliare qualunque concorrenza. Fin qui, capirai come ce ne sia abbastanza per fornire al pubblico della Mostra (che si suppone attento spettatore ed esperto di cinema) argomenti sufficienti per discutere, come al solito, dei contenuti del film e della sua “attualità” visti i frutti di quella lontana rivoluzione (il Sun nacque mentre Neil Armstrong metteva per la prima volta nella storia dell’Umanità piede sulla Luna) che in poco più di mezzo secolo non ha fatto altro che generare nuove mostruosità, fino all’odierno sconsiderato dominio planetario dei social e degli influencer, dichiarati od occulti che siano. Peccato che Boyle, cineasta in crisi già dal dopo “Trainspotting”, che a metà degli anni ’90 gli regalò il successo internazionale, non si sia mai evoluto da quel suo cinema clipparolo e ipermanierato, non privo di una certa stucchevole pulsione costante verso la didascalia: “Ink” potrà forse funzionare come intrattenimento su una piattaforma tv, perché è comunque agile, svelto (talvolta sull’orlo dell’isteria) e scorrevole, grazie anche alla brillante sceneggiatura di James Graham, autore della pièce teatrale da cui trae ispirazione, e da una teoria formidabile di attori e attrici, ma l’eccessiva visibilità conferitagli dalla Mostra che lo ha scelto addirittura per l’inaugurazione costringe l’occhio del critico ad essere più severo e intransigente. Anche perché sotto sotto il film di Boyle sembra adombrare una certa qual fastidiosa glorificazione autocelebrativa di eventi e personaggi non propriamente immacolati…
– La sezione Orizzonti ha invece aperto con un film italiano…
– Sì, diretto da Alina Marazzi e prodotto da Beatrice Bulgari, ma parlato interamente in tedesco: “La ragazza con la Leica”, basato sul (bel) libro di Helena Janeczek dallo stesso titolo, e premiato con lo Strega nel 2018.
– Quello sulla fotografa Greta Taro, morta nel ’36 durante la guerra civile spagnola?
– Lei. Dunque Weimar, Parigi, e l’Europa degli anni in cui i diversi totalitarismi la stavano per trascinare nella tragedia del secondo conflitto mondiale. Sulla carta un’idea nobile e suggestiva, purtroppo realizzata come un compitino scolastico soffuso anch’esso di un dannoso sentore di cinema anni ’90, creativamente e immaginificamente limitato (l’uso dello strobo! ma ti rendi conto?) e incapace di restituire la statura umana e artistica di gente come Robert Capa e David Seymour (i fotoreporter che fondarono la mitica agenzia Magnum) nonché della stessa Greta Taro, che nel film della Marazzi ha il volto troppo bello e attuale di Emilia Schüle: proprio qui sta uno dei maggiori limiti del film, che alterna alle immagini filmate dell’attrice (troppo sorridente, troppo smorfiosa, troppo danzerina, troppo tutto, insomma) alle foto e ai repertori della vera Greta, figura femminile d’altri tempi, “diversamente bella” – non saprei come altro dirlo per non suonare offensivo – eppure con un volto e un corpo infinitamente più attraenti e interessanti della giovane attrice tedesca, come poteva brillare per carisma e personalità una ragazza europea degli anni 20 e 30 del secolo scorso rispetto a una pur bellissima fotomodella dei giorni nostri. Un autogol.

– Il cinema sembra quindi ripiegare sul passato, su quegli anni ’90 che di tutto il secolo precedente sono forse il decennio invecchiato peggio…
– Non potevi dirlo meglio. Ma per fortuna la prima giornata di proiezioni si è felicemente conclusa con un’esplosione di cinema talmente portentosa da compensare ogni squilibrio: Werner Herzog, enfant terrible che il 5 settembre compie 84 anni, ha portato al Lido, in concorso, “Bucking Fastard” (che tradotto in italiano sarebbe “Faledetto Mastardo”), la storia vera delle due gemelle siamesi Freda e Greta Chaplin, che qui hanno i volti stralunati e spiritati delle sorelle Mara, Kate e Rooney, trasfigurata da Herzog in una fiaba tra i Fratelli Grimm e le strisce a fumetti di Al Capp, il disegnatore di Li’l Abner, spruzzata di un surrealismo quasi lynchiano (e a Lynch, scomparso nel gennaio del 2025, il film è non a caso dedicato): le due gemelle che si esprimono all’unisono, osservate dall’occhio mobile e irretito dal loro mistero della macchina da presa di Herzog, e presenti dall’inizio alla fine in ogni inquadratura del film, irradiano dallo schermo una follia contagiosa che sulle scintillanti note della colonna sonora di Ernst Reijseger, zeppa di citazioni cólte dal barocco a Schubert, trascinano in un incantato crescendo di stupefazione fino alla meravigliosa ridda finale girata sotto le magiche e spettacolari formazioni idrogeologiche delle Grotte di Postumia. Quando il cinema ti lascia di stucco.




