
La Lumaca come modello per artisti che scelgono la lentezza in risposta a un sistema che impone la velocità
Le lumache, si sa, sono animali estremamente sensibili alla disidratazione e vengono fuori, soprattutto, dopo la pioggia. Ma con queste temperature bollenti, da bollino rosso, sarà difficile poterne incontrare qualcuna in latitudini non alte, mentre in alta montagna iniziano già a farsi vedere. Eppure evocare la lumaca nel mondo dell’arte contemporanea, a qualsiasi latitudine, potrebbe apportare cambiamenti significativi per una scia bavosa che cancelli i segni artistici ripetitivi, ridondanti e “inutili”.
Di questa versione traboccante del sistema artistico attuale ne parliamo con il secondo “artista lumaca”: Renzo Nucara. Nome di punta nel panorama italiano e internazionale con la Cracking Art, di cui è il cofondatore. Gruppo che ha già segnato la storia dell’arte contemporanea, per l’impegno sociale ed ecologico con l’uso della plastica rigenerata, al punto da essere stati presenti a tre Biennali di Venezia.
Nucara nasce a Crema nel 1955 ed entra in contatto fin da giovane con le opere di Lucio Fontana, Alberto Burri e della Pop Art americana che hanno profondamente impressionato la sua iniziale ricerca artistica, sempre eclettica e viva. Ha avuto anche una sensibilità spiccata verso i temi della memoria e della conservazione dai quali vengono fuori i suoi “Box della Memoria”. Un continuo innovatore, capace di spostare continuamente la sua visione dalla collaborazione con la moglie Carla Volpati (Arbre Magique) fino alle opere NFT (non fungible token) e al mondo della Cryptoart.

È l’ideatore del suo avatar Monky, la sua nota scimmietta che ha molto da ridire sul mondo e sul sistema dell’arte. In questa intervista la si vede trainare una lumaca ma Monky la sa lunga. Adesso è tempo di lumache con Renzo Nucara!
Nilla Zaira D’Urso: Hai mai incontrato una lumaca?
Renzo Nucara: Sì, fin da piccolo. Ho sempre ben presente la differenza tra quelle senza guscio – rossastre, viscide, che infestavano l’orto e in dialetto chiamavamo “lomagot” – e le chiocciole vere e proprie, con la loro corazza. Qui, in Lombardia sono grosse, si aggirano tra prati e mure senza fermarsi davanti a nulla. Ogni tanto le trovavo in letargo, con l’apertura sigillata da un opercolo bianco. Quando andavo in Calabria, invece, ne vedevo di piccole e dal guscio biancastro: le chiamavano “Vavaluci” o “Babbaluci” e ricoprivano interamente le pale dei fichi d’India.
Cosa sai della chiocciola e del suo legame con la sezione aurea?
È un animale a cui sono molto legato, come del resto tutti i membri di Cracking Art. Nel 2009, è diventata il nostro simbolo, segnando un momento fondamentale di riscatto e rinascita in un periodo critico. L’abbiamo scelta per la sua carica simbolica: la bava che lascia al suo passaggio possiede proprietà rigeneranti (non a caso le abbiamo dedicato Regeneration, una serie di installazioni itineranti partite da Milano e arrivate a Miami, Lima, Sydney, Cleveland, Le Mans, Southampton e New York).
Inoltre, la forma del guscio ha dato il nome alla chiocciola postale (@), diventando paradossalmente il simbolo della comunicazione rapida dei nostri tempi. Porta la casa sempre con sé, evocando l’idea di una dimensione domestica in movimento. La spirale della conchiglia richiama, invece, l’organo dell’udito – suggerendo un’attitudine all’ascolto – e la sua perfetta corrispondenza con la sezione aurea esprime quel movimento verso l’alto che regola l’universo.
Se fossi una chiocciola porteresti sempre un guscio con te. Cosa ci metteresti dentro?
L’idea di una casa semovente mi fa pensare subito a un camper. Per prima cosa mi garantirei l’autonomia elettrica con i pannelli solari, poi allestirei una postazione PC per continuare a creare (in questi anni, grazie all’esperienza della Crypto Art e degli NFT, la mia tavolozza è diventata digitale). La rete mi permetterebbe di restare connesso con il mondo, attingendo a una biblioteca e a una cineteca infinite. Aggiungerei un buon set da cucina per sperimentare i cibi locali, da condividere volentieri con altri viaggiatori-chiocciola.
Se il sistema dell’arte contemporanea fosse una grande chiocciola, cosa non dovrebbe mai dimenticare nel suo guscio?
Non dovrebbe mai dimenticare di offrire spazi adeguati a chi è fuori dal “giro” e di sostenere chi muove i primi passi. Chi fa arte proviene dai contesti più diversi e i più, per molto tempo, si trovano costretti a fare due lavori: uno per sopravvivere e l’altro, ben più impegnativo, per portare avanti la propria ricerca artistica. Il mondo dell’arte è pieno di denaro ma è miope: tende a lucrare sul passato anziché costruire il futuro. Questo accade perché ormai ricalca, in tutto e per tutto, il sistema finanziario, seguendone le medesime logiche.
Qual è il tuo rapporto con la lentezza?
Se intesa come attenzione verso le cose, la lentezza ha un valore poetico e positivo; altrimenti rischia di scivolare nella semplice pigrizia. Per me, si traduce nel camminare senza meta, un po’ come un flâneur. Lasciar vagare la mente è indispensabile per afferrare le intuizioni, così come passeggiare senza un obiettivo preciso permette di godere appieno del presente e dello spazio circostante. Anche nella mia pratica artistica il tempo è un elemento chiave: nei vari cicli dei miei lavori – dai Reperti ai Resinfilm fino agli Stratofilm – la pausa tra un intervento e l’altro si è sempre rivelata indispensabile.
Rispetto alla metafora della bava: cosa ne pensi del fatto che non tutte le opere di questo secolo stanno lasciando un segno?
Per lasciare un segno bisogna innanzitutto essere presenti, centrati e autentici. Autentici non per forza “originali”. L’autenticità può anche incrociare o riprendere percorsi già tracciati, ma è carica di un’energia che evolve mantenendo intatta la propria forza. L’originalità fine a sé stessa, invece, è come un fuoco d’artificio: bam… bello!… bam… carino… bam… ok… bam… ora vado che ho da fare, bam… ciao!
È un problema che riguarda molti artisti (o presunti tali): sia perché non hanno nulla da dire, sia perché confondono la tecnica con l’arte, attingendo a piene mani dal lavoro altrui o dal passato. Ne viene fuori un infinito gioco di “omaggi”, diventato stucchevole come una Saint Honoré affogata nel latte condensato e ricoperta di burro d’arachidi. In questo disastro, rientrano anche i galleristi che hanno smesso di fare il loro mestiere – promuovere, sostenere e proporre ricerca – per lasciarsi del tutto sottomettere dal mercato delle aste. Per non parlare dell’abuso della parola Pop, usata ormai per condire qualsiasi cosa: pop art, pop-corn, pop star… con il risultato di trasformare tu o in un’enorme “poop”.
Quali opere hanno lasciato un segno negli ultimi trent’anni? E cosa hai visto di recente?
Ho fatto questa domanda a un’intelligenza artificiale e mi ha restituito sette nomi trendy del mercato. Del resto, quando si parla di “lasciare un segno” si intende su larga scala e ci si riferisce a chi ha un grande impatto mediatico e commerciale. L’elenco dell’IA è questo e riflette i dati di interesse raccolti sul web: Ai Weiwei, “Dropping a Han Dynasty Urn” (1995); Olafur Eliasson, “The Weather Project” (2003); Anish Kapoor, “Cloud Gate” (2004); Damien Hirst, “For the Love of God” (2007); Maurizio Cattelan, “L.O.V.E. “(2010); Marina Abramović, “The Artist is Present” (2010); Banksy, “Love is in the Bin”, (2018).
Personalmente, metterei in cima “Fucking Hell” dei fratelli Chapman e, a seguire, l’intero lavoro di Paul McCarthy. Di recente ho visto “The Floating Piers” dei coniugi Christo sul Lago d’Iseo: ha spostato la mia percezione della realtà su un piano del tutto inaspettato. Li stimo fin dai loro “impacchettamenti” degli anni ’70; sono grandi plasmatori dello spazio e sognatori puri. Anche la loro Mastaba a Londra è stata una visione incredibile. La mostra di Rothko a Firenze mi ha permesso di riscoprirne l’evoluzione, anche se l’emozione di vedere le sue tele nella Rothko Room alla Tate Gallery rimane insuperabile. Al PAC di Milano ho apprezzato la grande retrospettiva di Shirin Neshat, dove le opere video mostravano una potenza visiva enorme. Sempre a Milano, in HangarBicocca, la mostra su Tinguely è stata una rivelazione: le sue gigantesche “macchine inutili” erano l’utopia che prendeva vita. Infine, la mostra di Marina Abramović a Bergamo mi ha confermato ancora una volta la straordinaria coerenza del suo percorso.
In conclusione, se ci fosse una lumaca parlante, cosa le faresti dire?
«Io ne vedo di cose che voi umani non potreste immaginarvi: gente accalcata nel fine settimana nei paesini suggeriti dagli Influencer, ore di coda per la navetta delle Cime di Lavaredo solo per farsi un selfie, e ho visto i flash dei cellulari balenare nel buio, la notte di San Lorenzo. E tutti questi momenti creeranno un vuoto nella mente, come la memoria cache formattata. È tempo di cambiare».




