
Proseguono i focus dalla Mostra del Cinema di Venezia, con qualche controversa conferma e piacevoli sorprese
– Il Concorso veneziano entra nel vivo. Accoglienza trionfale, ho letto, per “Wilde Horse Nine” di Martin McDonagh.
– Se da un lato è più che comprensibile che un regista provolone e scaltro confezionatore di giocattoloni colorati e chiassosi riesca a conquistare da sempre i favori e le simpatie di un pubblico planetario, e di quelle giurie che già qui a Venezia e poi agli Oscar e dappertutto lo hanno coperto di premi, dall’altro non posso non confessarti di considerarlo un insopportabile parolaio, una specie di Baricco irlandese capace di imbastire dialoghi e sceneggiature briosi e congegnati con la furbizia dell’ammaliatore. Piacerà un sacco a tutti, come è piaciuto qui a Venezia, dove ha scatenato entusiasmi senza ritegno, e probabilmente si porterà a casa qualche premio: la solita sceneggiatura, che è la specialità di casa McDonagh? oppure un’osella per l’attore? Malkovich è oggettivamente monumentale, e folgorante è il cammeo di Tom Waits sperduto nel Grand Canyon, con tanto di citazione johnfordiana, perché le due ore scorrono con un ritmo e una vitalità da pilota automatico, ma evidentemente sono io che vibro per tutt’altro, e non posso farci niente. Per me i modelli di Mamet e Tarantino restano lontanissimi e irraggiungibili, per non dire dei fratelli Coen. Giusto per restare al Cinema. McDonagh è autore per il teatro, epigono di Beckett, Pinter, Joe Orton, e sulla scena i suoi giochini verbali e le sue battute sensazionalistiche otterrebbero e otterranno tutt’altro effetto; al cinema, parlo sempre dal mio punto di vista, risultano architettati a tavolino secondo i criteri di una fin troppo studiata e ricercata effettistica. Fortunatamente sono assenti le incomprensibili incongruenze dei “Tre manifesti ad Ebbing” e di “Gli spiriti dell’isola” (tutti passati, e puntualmente premiati, a Venezia), e alla fin fine questo “Wild Horse Nine” non ti lascia addosso la sensazione di irricevibilità dei due titoli precedenti. Ma ti accompagna, all’uscita dalla sala, quella fastidiosa arietta di furbizia dalla quale avverti un’immediata necessità di purificarti. Ovviamente già si parla di Leone d’Oro assicurato.
– E come sei riuscito a ripulirti occhi, anima e cuore?
– Con ben tre film, due del concorso e uno nella sezione (chissà perché?) Venezia Open, di vario livello e spessore. Il terzo addirittura è salito ad occupare la vetta della mia personale classifica delle visioni lidensi, accomodandosi accanto al “Bucking Fastard” di Werner Herzog.
– Andiamo con ordine. Prima il concorso.
– Certamente. Shinya “Tetsuo” Tsukamoto è tornato al Lido con “Nelson San, Anata wa Hito wo Koroshimashitaka?” (“Mister Nelson, ha ammazzato qualcuno?”), un film ispirato alla vera storia e al libro che l’ha messa nero su bianco dell’afroamericano Allen Nelson, arruolatosi tra i Marines a 18 anni, e inviato in Vietnam nel 1966, dove il conflitto lo trasformerà in una spietata macchina da guerra. L’orrore inaudito (”L’orrore… l’orrore…”) registrato dai suoi occhi di soldato scheggia il racconto con rapidissimi flash, tra ricordo visivo e fitta dolorosa, che restano impressi nella pupilla di chi guarda il film come scatti fugaci di un obiettivo fotografico immediatamente censurati da un super-io che impone il rifiuto e la rimozione di una violenza così inammissibile. Schegge, ti dicevo, che squarciano come saette un racconto cinematografico dal passo nobile, austero e solenne, quanto di più inatteso dall’autore di “Tokyo Fist” e “A Snake of June”, che accompagna Mister Nelson nel lungo percorso psicanalitico per uscire dall’incubo e superare il trauma dell’esperienza bellica, guidato da un terapeuta che nel film ha nientemeno che il volto di Geoffrey Rush: un tour in estremo Oriente di oltre un migliaio di conferenze e incontri pubblici per chiedere scusa alla popolazione di tanta ingiusta e brutale barbarie. Forse non un capolavoro, ma l’interpretazione di Rodney Hicks è così intensa, che a Tsukamoto non resta che incorniciarla tra i primi piani commossi e sconvolti dei vietnamiti in suo ascolto, con l’effetto di far venire i lucciconi a molti tra gli accreditati presenti. Poi è arrivato Cédric Kahn con il suo “15/18 A Place to Heal”, bello e solido film francese di quelli che vengono sempre benissimo ai nostri cuginetti d’Oltralpe, corali, impegnati e di robusta spettacolarità, sfruttando come si deve una coralità di attori di straordinaria spontaneità, tanto da sfiorare la verità documentaristica: invece è tutto scritto, recitato, ben diretto, ben girato e ben montato, cosa che qui da noi non riesce mai a nessuno. Ambientato nel reparto psichiatrico di una struttura pubblica destinata al recupero di adolescenti problematici e bisognosi di cure e farmaci appropriati, il film appassiona e intrattiene dall’inizio al finale, che chiude a sorpresa con una fuga d’amore e follia di due tra i giovanissimi internati, innamorati ma impreparati ad affrontare insieme il mondo “di fuori”. Uno dei medici del reparto è interpretato dallo stesso regista.

– Tutto giusto e perfetto, a quanto vedo. E la vetta quale sarebbe?
– Eh sì. Una vetta. Una vera bomba. Il nuovissimo “The Basics of Philosophy” di Paul Schrader, singolarmente non ritenuto degno della sezione principale, ma in fondo a me, a te e a noi tutti ce ne deve fregare il giusto. In una Mostra dove passano tanti film ancora legati ad un cinema tradizionale senza preoccuparsi di escogitare tematiche ritenute di attualità ma non adeguatamente supportate da una scrittura filmica innovativa e proiettata verso il futuro, è piovuto questo superbo, magnifico manifesto ideologico, morale, direi anzi religioso, fondato sul senso di colpa ingenerato nel corso dei secoli dallo stesso sistema etico occidentale intorno all’omosessualità e alla pedofilia. L’azzardo di suggerire in epoca di utopia woke e trionfalismo LGBT il modo di applicare con efficacia il libero arbitrio per risolvere almeno in cuor proprio il problema di un peso ingombrante e quasi impossibile da assimilare con corretta lucidità, è senz’altro uno dei punti di forza di un film che trabocca di ricerca figurativa e compositiva (finora è quello con la miglior fotografia tra quelli visti qui al Lido) e scandisce l’inesorabilità della narrazione con un rigore e una severità che fanno pensare a Dreyer o, come nella straordinaria sequenza della promenade del professore protagonista in giacca e cravatta insieme al suo filosofo più amato, Baruch Spinoza in persona, splendidamente abbigliato da Olandese del XVII secolo, a un più recente ma immenso Maestro del cinema della contemporaneità, Manoel De Oliveira. Bello ritrovare sullo schermo Richard Gere, sodale ormai antico di Schrader che lo consacrò con “American Gigolo”, e l’ormai anziano Bill Pullman (te lo ricordi in “Strade perdute” di Lynch?) in un ruolo che è forse il più bello per statura e scrittura di tutti quelli visti finora alla Mostra. Un film di quelli che in un Festival, vincolato dalla programmazione intensiva di decine e decine di titoli, vorresti mollare tutto e farti anche tu una passeggiata solitaria sul Lungomare per meditare, elaborare e lasciar decantare l’emozione e gli elevati pensieri che ti frullano negli occhi, nell’anima e nel cuore. Invece nemmeno un’ora dopo ero di nuovo in sala per un film italiano: “La città dei vivi” di Edoardo Gabbriellini. Ma di quello ti parlerò domani.




