29 Settembre 2026 08:02

La Bussola di Ago. Venezia, bene l’Italia con “La città dei vivi”, deludono Moretti e Pattinson

Succederà questa notte, di Nanni Moretti Venezia
Succederà questa notte, di Nanni Moretti
Proseguono i focus dalla Mostra del Cinema di Venezia 2026, la migliore degli ultimi sette o otto anni per qualità e varietà dell’offerta

– Primo weekend di Mostra a Venezia. Com’è andata? Il caldo persiste? Come sono i film?

– Il caldo, sì, peggiora, e mi sono preso il solito raffreddore, entrando e uscendo dalle sale gelide, ma ci mancherebbe altro che non lo fossero. Mercoledì è previsto un pioggione per tutto il giorno, e chissà che le temperature e l’umidità non trovino l’accordo per una tregua… Sarà poi per l’afflusso intensivo di pubblico e accreditati domenicali, nel bar del Casinò, che ho eletto a mia centrale operativa per scrivere, bere spritz e fare un minimo di mondanità, ieri non funzionavano né internet, né il Pos, né l’aria condizionata. Ma tutto si supera. E si trova tempo e modo di meditare sulla qualità della Mostra del Cinema di quest’anno, oggettivamente la migliore degli ultimi sette o otto anni per qualità e varietà dell’offerta. Alla cassa del bar ho incrociato Alberto Barbera e gli ho voluto fare i miei complimenti. Lui, gentilissimo e cordiale, mi ha offerto un caffè.

– Sei sempre più di casa, lì alla Mostra.

– Vorrei solo tornare al clima dello scorso anno. In questa isteria generale e generica per il cambiamento climatico mondiale nessuno pare ricordarsi che Venezia82 fu, a memoria d’uomo, la più gradevole accogliente di tutte le Mostre del secolo, con 28/30 gradi alle due del pomeriggio, e serate ventilate da giacchetto leggero.

– Eravamo rimasti a “La città dei vivi”…

– Bravo. Grazie. Un film italiano, ovvero battente la bandiera di un paese sofferente di questo disgraziatissimo sdoppiamento di personalità che lo porta da un lato a non sapersi sbrigliare da certi retaggi e canoni duri a morire, dall’altro a regalarci spesso novità e sorprese che conservando il marchio “made in Italy” dimostrano che ogni tanto Omero smette di dormire e si risveglia alla grande.

– E “La città dei vivi” è fra queste novità e sorprese?

– Non del tutto. Ma è una ventata di aria nuova in quel cinema italiano pensato per le sale che sceglie come target un pubblico da weekend (per intenderci le coppie di fidanzati) con il preciso scopo di rimandarli a casa contenti di aver speso i soldi del biglietto, e di fornire loro argomenti di un certo spessore di cui discutere davanti alla pizza e alla birra, senza trascurare uno “stile”, una scelta di sguardo, anche se non propriamente originale e autoriale, quantomeno personale, elegante, coerente, in una parola: consapevole. Intanto è vincente l’idea di partire da un libro, in questo caso il Premio Strega firmato da Nicola Lagioia, e scegliere di non metterlo in scena pedissequamente e fedelmente, ma anzi di confezionargli attorno una storia “a cornice” dei fatti cruenti e terribili realmente accaduti che lo ispirarono, ovvero il brutale assassinio del 23enne Luca Varani, adescato, drogato, seviziato e ucciso da due balordi e annoiati della Roma “abbastanza” bene in un appartamento nella periferia profonda. Il film racconta tutto quello che il libro non dice, o accenna soltanto, concentrando l’interesse sulla vittima, sulla sua famiglia, sul suo vissuto quotidiano nelle settimane precedenti la tragedia, e su quanto la sua feroce eliminazione abbia lasciato addosso ai suoi cari (genitori e fidanzata), quei “vivi” su cui Gabbriellini preferisce concentrare ogni attenzione, interessato ad illustrarne il dolore e i segni di una perdita così dolorosa e irreparabile. Assenti, per fortuna, tutti i birignao del dialetto romano in caso di film “socialmente impegnato”, ed eccellente è il lavoro sulle inquadrature, puntate con il teleobiettivo a frugare dettagli di vita cittadina ricercati e restituiti con desiderio di verità che, pur privi di edulcorazioni estetiche, denotano un interesse particolare per un’immagine di Roma, magari non inedita, ma convincentemente contemporanea, ignaro pentolone in cui bolle di tutto, dalla Grande Bellezza all’orrore più nascosto e “insensato”, come viene ricordato nei titoli di coda. Una menzione speciale merita Emanuele Maria Di Stefano, che interpreta il povero Luca: sarà bello veder crescere e maturare sullo schermo la sua angelica avvenenza e il suo spontaneo e naturale talento.

 

La città dei vivi, di Edoardo Gabbriellini
La città dei vivi, di Edoardo Gabbriellini

– Gabbriellini “abbastanza” promosso, quindi.

– Decisamente. Mi ha deluso, invece quella che sulla carta (ma succede più sempre che spesso) mi aspettavo fosse la bomba della Mostra: “Primetime” di Lance Oppenheim. Un paio di anni fa era uscito un documentario su un programma televisivo della NBC che adescava pedofili nelle case di finti ragazzini (in realtà attori e attrici maggiorenni che si camuffavano la voce) per poi coglierli in flagrante con le telecamere e la polizia fuori a braccarli. Qualcosa di mostruoso ed eticamente discutibilissimo negli USA nemmeno troppo recenti: infatti “To catch a Predator” andò in onda dal 2004 al 2007, mentre l’America si preparava a sostituire il repubblicano Bush junior con il democraticissimo Obama. Eppure… Il programma, di cui sia il documentario che il film arrivato in concorso a Venezia evidenziano senza mezzi termini la spregiudicata assenza di qualunque rispetto verso persone tarate finché si vuole, ma che oggettivamente non avevano ancora messo in pratica alcun reato distruggendogli vita e reputazione, è stato cancellato quando qualcuno di questi “predatori” iniziò a suicidarsi, o a sprofondare in gravi derive psichiche in seguito all’esposizione planetaria del loro complesso privato. Lance Oppenheim, che affida il ruolo del conduttore del programma a un luciferino Robert Pattinson, si perde però in un estenuante giochino visivo rimanipolando le regie multicamera, le grafiche elettroniche e le paste del video digitale di vent’anni fa, che sembrano distrarlo dalla tenuta narrativa e dai tempi del racconto, troppo spesso sfilacciati e allungati oltre il necessario, ai danni di una più umana, solida e vigorosa denuncia. Occasione persa.

– Ma Moretti lo hai visto?

– Sì, certo. E, devo ammetterlo con dolore, altra delusione. Io Nanni lo difendo sempre, e avevo adorato “Tre piani” (per non parlare di “Il Sol dell’Avvenire”), ma questa volta ho avvertito per tutta la durata di questo nuovissimo “Succederà questa notte” un disagio costante.

– Come mai? Ho letto recensioni piuttosto benevole…

– E di questo sono felice, credimi. Ma non me la sento di unirmi a quel coro. Va detto pure che qui al Lido sono in molti ad essere rimasti delusi o perplessi, ma gli manca il coraggio di dirlo e scriverlo. Il peccato più grosso sta nel fatto che il “messaggio” del film è decisamente coraggioso e quasi in controtendenza: quando ci si ama, ogni complesso di colpa va rispedito al mittente e non importa se qualcuno, moglie, marito, figli, resterà da solo a leccarsi le ferite: chi più chi meno saprà cavarsela e farsene una ragione nonostante il dolore dell’abbandono, destinato comunque col tempo a passare o almeno a ridimensionarsi. Non vale mai la pena di rovinarsi la vita e rinunciare a una seconda occasione di felicità che potrebbe non ripresentarsi mai più. Avrebbe anche potuto funzionare la scelta di adottare un passo tutto francese per raccontare una storia d’amore che copre un arco di quasi vent’anni con la leggerezza e l’agilità dei registi della Nouvelle Vague. Infatti l’elemento più convincente del film è proprio la prestazione di Louis Garrel, il solo che sembra crederci fino in fondo. Ma con tutta la buona volontà non sono riuscito ad aderire al “tono” di tutto il resto, dagli attori ai dialoghi, compresa ahimè una messa in scena goffa, approssimativa, e un uso frettoloso di attori e comparse, che avrebbero richiesto, a mio parere, una definizione più levigata. Non sai quanto mi spiaccia dirtelo. E mi fermo qui, perché non parlo volentieri male di quelli cui voglio bene da sempre.