
La Newport Street Gallery di Damien Hirst ospita a Londra la prima mostra dell’ex chitarrista e voce dei The White Stripes
Ci sono artisti che nascono con una visione, e il fatto che prediligano un medium piuttosto che un altro per esprimerla dipende da un insieme di fattori: casualità, talento, circostanze e coincidenze della vita. È questo il caso di Jack White, ex chitarrista e voce dei The White Stripes, sciolti nel 2011, oggi una delle figure più affermate della scena rock americana. Che ha mantenuto un’identità e una produzione fieramente indipendenti anche attraverso la sua etichetta, Third Man Records. Parallelamente alla carriera musicale, Jack White ha sempre portato avanti un percorso di ricerca e produzione artistica, radicato nella formazione e nell’esperienza da tappezziere maturata a Detroit, sua città natale.
These Thoughts May Disappear, allestita alla Newport Street Gallery di Damien Hirst, è il suo debutto pubblico come artista visivo. La mostra presenta oltre cento opere tra sculture, fotografie, dipinti e mobili creati o progettati dal musicista: lavori che vanno dai primi anni Novanta ai mesi immediatamente precedenti al tour Frozen Charlotte di quest’anno. Accanto alle opere individuali compaiono anche collaborazioni con amici artisti, tra cui, oltre a Hirst, Ai Weiwei e Shepard Fairey.

La maggior parte delle sculture è realizzata con materiali di recupero o di scarto, in autonomia e solitudine nel laboratorio di Nashville, dove White risiede. La mostra ha richiesto diversi anni di preparazione ed è nata da un suggerimento quasi casuale di Hirst, che White ha conosciuto nel 2021, dopo aver aperto una sede londinese della Third Man Records proprio di fronte allo studio dell’artista a Soho. Nel corso di tre decenni ha così sviluppato uno stile scultoreo che definisce Hardware Store Art: un’arte da ferramenta fatta di utensili, materiali industriali e oggetti sottratti al loro uso abituale. God’s Smuggler (1996), tra i lavori più riusciti in mostra, è un assemblaggio di attrezzi laccati di nero e scarti metallici provenienti dall’officina del padre.
Ingredienti segreti
The Immortals for JW è un tavolo di recupero dipinto da White con diversi strati di inchiostro e poi inciso, in modo da far emergere effetti psichedelici dalle sovrapposizioni di colore. Le gambe e i volti dei quattro Beatles sono invece opera di Damien Hirst. Supernova nasce da una sedia Eames, la LCW (Low Chair Wood), conosciuta anche come potato chip chair. Ispirato dalla curvatura del legno, White l’ha rivestita utilizzando un dipinto su pelle, segnato da schizzi di colore, fornito da Hirst. Forse la parte più interessante è quella dei mobili-scultura. My Sonic Temple, costruita come regalo per Johnny Walker, cofondatore dello studio The Lodge KY, ospitato in un antico tempio massonico del Kentucky, parte da una panca da chiesa in velluto blu elettrico. Al suo interno White ha incorporato un amplificatore e una spada massonica.

Oppure The Warrior Chair, realizzata per lo showroom di Warstic, l’azienda di Dallas di cui White è comproprietario. La base è una poltrona club degli anni Trenta, scelta perché il telaio in legno disegna allo stesso tempo una grande W e, ruotato, il numero 3. Smontata fino alla struttura, restaurata e tinta di nero, è stata poi rivestita in velluto mohair nero e oro, riprendendo le due strisce distintive del marchio. È forse una delle prime sedute pensate per sprigionare un odore quando qualcuno vi si siede. Nei braccioli e nello schienale sono nascosti sacchetti di rete con trucioli di mazza da baseball e una miscela di pelle, legno, terra, olio per guanti, terra d’ombra bruciata e altri ingredienti segreti.
Possibili alter ego
Quando il cuscino viene compresso, le cavità interne respirano e diffondono quello che White chiama Warrior Scent. All’interno ci sono anche altri dettagli destinati, forse, a essere scoperti soltanto da un tappezziere tra molti decenni. Tra le opere più recenti c’è poi una serie di statuette modellate su Ukulele Joe. Una figurina in gesso degli anni Quaranta trovata in un negozio dell’usato negli anni Novanta. White la definisce il proprio idolo: vorrebbe essere lui e, per queso, ha finito per proiettarsi nel personaggio, moltiplicandone identità e possibili alter ego.

Oppure il progetto assurdo della Pallet Cleanse Corporation, un’azienda fittizia in difficoltà che decide di adattare i propri bancali alle esigenze di clienti sempre più specifici. Ne nasce una serie di pallet decorati: un modello-ambulanza con croci rosse e ruote da barella, un’ambitissima versione Platinum in metallo cromato e persino un pacchiano modello presidenziale ricoperto di ornamenti rococò. Per quest’ultimo White ha ordinato da Home Depot la stessa vernice dorata usata per lo Studio Ovale di Trump.
Alla domanda su cosa abbia ispirato la serie, White risponde di aver semplicemente continuato a raccogliere bancali abbandonati. Il ricorso agli oggetti trovati nasce anche dalla lunga fascinazione per Marcel Duchamp e per la sua capacità di reinventare il quotidiano. White ricorda di essere rimasto folgorato, da adolescente, davanti a Nude Descending a Staircase, No. 2 (1912). Per lui i surrealisti, da Man Ray a Salvador Dalí, sono assassini con il sorriso sul volto. La prova che l’umorismo non rende l’arte meno seria.

Al centro della mostra c’è infine The Red Tree (2026), basata su un primo esperimento del 2015, quando White decise di dipingere di rosso acceso un albero morente nel proprio giardino. Riprodotto poi attraverso una stampa 3D in resina su consiglio di Conor Hirst. È un’opera sorprendente e iperreale, capace di restituire tutta l’eccentricità della sua immaginazione. E viene da chiedersi quali altri sorprese potrebbe regalare questo contenitore di moltitudini che è Jack White.
These thoughts may disappear
Fino al 13 settembre 2026
Newport Street Gallery, London SE11 6AJ
https://jackwhiteartanddesign.com/
https://www.newportstreetgallery.com/




