
Il Museo di Santa Caterina presenta fino a gennaio 2027 un articolato focus sull’arte contemporanea africana curato da Enrico Mascelloni
Arduo il compito di raccontare l’arte di un continente multiforme e complesso quale è l’Africa. Arduo soprattutto il tentativo di presentare a un pubblico più ampio, meno avvezzo ai linguaggi intrinseci al sistema dell’arte contemporanea, una testimonianza sul lavoro di artisti che sono riusciti a dare vita a un discorso creativo individuale e al tempo stesso universale. Il curatore del progetto espositivo, Enrico Mascelloni, è prima di tutto un profondo conoscitore della realtà artistica africana. Un “cercatore” che ha vissuto in molti dei paesi dell’Africa sub sahariana. E che ha conosciuto, talvolta “estratto” dalle aree visitate, molti dei nomi presenti nella mostra di Treviso.
Nei primi anni del ‘900 numerosi esponenti delle avanguardie artistiche europee, primo tra tutti Picasso e Gauguin, sono andati alla ricerca dell’originale, del primitivo. Trovando ispirazione nelle forme creative, solo apparentemente semplici, ma in ogni caso tribali ed esotiche, di popolazioni altre. Portatrici di codici estetici totalmente differenti da quelli europeo-occidentali. Questo processo di appropriazione confluirà, per quel che concerne Pablo Picasso, in una serie di opere appartenenti al periodo cosiddetto “africano”. Quando l’artista rimase impressionato dai manufatti africani che ebbe modo di ammirare al museo Etnografico di Trocadéro.

Compiendo un temerario salto temporale e arrivando agli anni 80 dello scorso secolo, l’esperienza che il pubblico europeo ebbe nei confronti dell’arte africana fu di osservarne con occhi diversi la potenzialità, grazie alla grandiosa mostra parigina “Magiciens de la Terre” (1989). Che contestualizzò, incrociandoli, i linguaggi delle avanguardie internazionali con quelli degli artisti africani, selezionati da André Magnin. Oltre alle incursioni di artisti africani nelle diverse edizioni della Biennali d’arte di Venezia, prima tra tutte quella curata da Harald Szeemann, un secondo appuntamento di rilevanza mondiale con l’arte africana è stato costituito dalla mostra itinerante “Africa Remix” (2004 – 2007), al cui interno sono stati presentati oltre 80 artisti, alcuni dei quali presenti alla mostra di Treviso.
Ventuno artisti
Poiché, come si è detto prima, il territorio geografico africano è sterminato, il primo passo per Enrico Mascelloni è stato quello di “circoscrivere” il percorso narrativo a un numero definito di aree. A sei nazioni della costa occidentale e a quattro nazioni della costa orientale. Ventuno in totale gli artisti i cui lavori, provenienti prevalentemente da collezioni private, sono stati selezionati per le sale del Museo di Santa Caterina. Un secondo criterio applicato è stato quello temporale, suddividendo il filo del racconto in due segmenti. Da un lato, quello relativo alla “prima arte contemporanea africana”, che comprende artisti formatisi in epoca coloniale e fioriti dopo la decolonizzazione – Twins Seven Seven, Lilanga, Seyni Awa Camara -, nomi che hanno raggiunto una indubbia notorietà internazionale e i cui lavori hanno circolato in contesti espositivi di rilievo.

Dall’altro, quello relativo alla “seconda arte contemporanea africana”, nel cui novero entrano artisti che non necessariamente sono nati in terra africana e che si sono formati e confrontati con l’esperienza didattica europeo-occidentale oppure che, pur essendo nati in Africa, hanno alle spalle studi universitari. Questi artisti sono i primi a rifiutare un approccio, per così dire, territoriale alla loro produzione artistica temendo, con ciò, di essere rigettati nel cono d’ombra dell’arte ‘etnografica’, quindi periferica.
Alla mostra è possibile vedere esposte le sculture in terracotta realizzate negli anni ‘80 e ‘90 della scultrice senegalese Seyni Awa Camara, nome presente alla Biennale d’arte di Venezia in corso. Va ricordato in questo contesto che, la sola monografia esistente sulla scultrice rivelazione della 61.a edizione curata dalla prematuramente scomparsa Koyo Kouoh, è stata pubblicata per SKIRA da Enrico Mascelloni in collaborazione con Sarenco. Le grandi figure polimorfe in argilla color miele scuro della Camara rimandano a temi ancestrali, quali la maternità e la tradizione animistica. E, pur essendo l’artista intimamente legata alla sua terra, “la tipologia delle sue sculture è assai originale. E ha poco a che fare con le tradizioni tramandate”, afferma Sarenco.

I lavori di Camara dialogano con altre donne “terracottare”, nella definizione di Enrico Mascelloni, ognuna con la propria cifra estetica e visione poetica: Reinata Sadimba, Amébéde Mouleo, Thérèse Mendy, quest’ultima con “i suoi busti di compostezza imperiale, le sue slanciate e compatte figure animali, che dicono di un mondo poco riconciliato, – scrive Mascelloni, – ma carico d’energia e comunque levigato dal suo sguardo di dolcezza infinita, come tale sguardo fosse capace di levigare la terra”.
Forza vitale
Dietro a ogni artista c’è una storia particolare, come quella di Cheff Mwaii che, pur non essendo fotografo tout court, ha realizzato una serie di scatti memorabili sulla consegna delle armi alle forze di Jomo Keniatta da parte dei guerriglieri Mau Mau, con il loro Che Guevara, il generale Baimungi Marete, ucciso nelle foreste poco tempo dopo la capitolazione. Oppure l’art designer e visual artist senegalese Dago, uno degli interpreti più originali in questa sfera. Che ha dato vita a una serie fotografica intitolata “Femme terre”, al cui centro è la sensualità femminile nella sua dirompente forza vitale. Ma al tempo stesso resa in modo rispettoso della persona, cioè senza svelarne il volto.

Le tele di Ismaila Manga, nato a Dakar nel 2018 e con una solida preparazione alle spalle, sono raffinatissime, intrise di una poetica onirica grazie a un uso sapiente del segno grafico unito alla contaminazione della ruggine. Che apre varchi temporali ancestrali e rimanda al mondo di una natura primordiale.
Notevoli gli affreschi realizzati su grandi lenzuola di Papisto Boy, noto come l’artista degli affreschi sterminati. Nei quali racconta una storia del mondo e dei suoi protagonisti con una visione tutta sua, nel bene e nel male. La serie delle lenzuola è stata commissionata dallo stesso curatore che, conosciuto questo giovane uomo autodidatta ma dotato di una stupefacente weltanschauung, ha voluto rendere “trasportabile” il racconto che si snoda lungo i muri delle aree dismesse di Dakar.
Colori saturi
Misteriosi i lavori, simili a sciarade, di Cyprien Tokoudagba, originario del Benin. Materiche le opere di Tchif (Francis Nicaise Tchiapke), che usa argilla, terra, pigmenti naturali per creare una texture quasi musicale, quasi kandinskiana. Dove nulla è lasciato al caso. Così come immaginifici, un po’ alla Paradjanov, i teatrini creati da Titta Mbaye. Mentre il ghanese Almighty God (Antony Kwame Akoto) espolora nei suoi lavori i miti fondanti della cultura occidentale. Tra cui quelli greci, infondendo loro una interpretazione innervata di significati insoliti, lontani dal canone interpretativo al quale si è abituati.

Vale la pena ricordare che all’opera di questo artista è stata recentemente dedicata una personale al Musée du Quai Branly. Tra i nomi più conosciuti citiamo qui Georges Lilanga, soprannominato il “Picasso dell’Africa” per l’impatto visivo delle sue opere, la cui cifra stilistica lo rende molto affine a Keith Haring; la sudafricana Esther Mahlangu, nota per il suo segno grafico geometrico, l’uso dei colori saturi e contornati di nero, spesso invitata in contesti internazionali legati a grossi brand automobilistici e corporazioni (Fiat, BMW, British Airways).
Tanti sono gli artisti che compongono questo variegato percorso meritevole di essere visitato con attenzione. Così come arricchente è il tempo da dedicare all’approfondimento delle loro biografie, tutte diverse, perché uniche, ma in un certo senso unite da uno stesso humus spirituale. Quello di una terra sempre più protagonista nel contesto internazionale, non solo artistico.
La Materia dei Sogni. Radici dell’arte africana contemporanea
Fino al 15 gennaio 2027
A cura di Enrico Mascelloni
Musei Civici di Treviso, Museo di Santa Caterina
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