
Utilizza la fotografia, ma, sostanzialmente, l’uso che ne fa è un espediente per creare, appunto, re-azioni: uno sguardo al “Feedback” di Franco Vaccari, a Museion
Non è un pollice in alto, ma, sicuramente, i Feedback di Franco Vaccari ne sono dei lucidi antesignani. Perché, per ogni Ambiente creato nel corso degli anni, l’artista, solleticando precise corde emotive e psichiche, ha sempre ricevuto un riscontro, un ritorno, un “commento”, un segno dell'”alto gradimento”. Giacché, in fondo, il modenese (1936-2025) è essenzialmente un “attivatore di azioni/reazioni”. Certo, utilizza la fotografia, ma, sostanzialmente, l’uso che ne fa è un espediente per creare, appunto, re-azioni. Con ciò ha dimostrato, sin dalle prime opere, di aver visto molto oltre il coevo orizzonte. E, allo stesso tempo, altresì, ha attestato di essere perfettamente calato nel suo tempo, di cui ha assorbito e fatto propri le nuove tecnologie (soprattutto dell’istantanea, vuoi della fototessera vuoi della Polaroid) e gli infiniti stimoli artistico-politico-culturali. Non è un caso che un suo scritto s’intitoli Fotografia e inconscio tecnologico (1979). Non a caso, realizza Esposizione in tempo reale n. 10 – Sogni n. 1 (1975): i visitatori sono invitati a dormire una notte, all’epoca nella Galleria Cavallini di Brescia, adesso nel museo, e annotare, l’indomani mattina, i sogni.

E che gli esordi della sua ricca e formidabile attività artistica, si fissino proprio a metà degli anni Sessanta (come poeta visivo risale al 1965, con Pop-esie, mentre al 1966 risalgono Entropico e Le tracce, in cui comincia a usare la fotografia per documentare i graffiti come forma di poesia anonima, attestati anche Nei sotterranei, 1966-1967, video che apre il percorso espositivo) e gli inizi dei Settanta. Sono gli anni, tanto per dire, delle foto-denuncia di Cerati/Berengo Gardin di Morire di classe (1969) e dell’analisi collettiva di Massimo Fagioli (1975). Basta citare soltanto le opere realizzate da Franco Vaccari nelle sue partecipazioni alla Biennale di Venezia (1972, 1980 e 1993), anch’esse presenti nella bella e bilanciata mostra Feedback | Gli Ambienti di Franco Vaccari, nel Museion, curata da Frida Carazzato e Luca Panaro, per mettere definitivamente a fuoco la portata artistica dei suoi lavori. Una mostra, quella di Bolzano, costruita intorno a precisi nuclei tematici (sorvolando un percorso cronologico), nella quale sono stati ricostruiti ben otto dei numerosi ambienti effimeri (per la precisione quarantatré) realizzati dall’artista. Ambienti attraverso i quali ha costantemente affermato il suo concetto di arte: non un’arte da guardare/contemplare (in maniera passiva), ma un’arte da fare (in maniera attiva). Concezione che lo mette a pieno titolo tra i precursori della cosiddetta (quanto discutibile) “arte relazionale”, per il costante scambio tra pubblico e opera per “suscitare nel visitatore un salto nella coscienza dell’esserci”, senza mai ripetersi e, anzi, rinnovandosi sempre, ancor più con le opere della serie Esposizioni in tempo reale, iniziate nel 1969.

Con la frase Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio, tradotta in tedesco, inglese e francese, apposta sulla parete, nella 36ma Biennale di Venezia del 1972, con la sua Esposizione in tempo reale n. 4, è il primo grande feedback/pollice in alto, lasciato dal pubblico mediante le centinaia di strisce di fototessere realizzate con la cabina Photomatic (lo stesso modello esposto anche al Museion ma, per volontà dell’artista stesso, non funzionante) e affidate, appunto, alle pareti della sala. A cui è seguito Photomatic d’Italia (1972-1974), col quale proseguì il lavoro delle fototessere della Biennale, lavorando con oltre 700 cabine sparse sul territorio italiano, all’interno delle quali affisse un poster con cui comunicava la ricerca di “nuovi volti” per un film che, ovviamente, non fu mai realizzato. È proprio il concetto di “tempo reale” (declinato in diverse forme come l’interattività, la socialità, la convivialità) la novità di maggior portata del suo lavoro, che contempla l’assoluta inclusione nell’opera della casualità. Esposizione in tempo reale n. 19 – Codemondo (nome di una frazione del Comune di Reggio Emilia), presentata alla 39ma Biennale del 1980, sempre attraverso la fotografia, rivolge il suo sguardo più sul territorio, sul viaggio, sulla periferia, sulla provincia italiana. Una provincia che fissa attraverso i suoi scatti, registrando, in modo puntuale, il panorama nonché lo svolgimento del suo viaggio. Ma, soprattutto, è con Esposizione in tempo reale N. 21: Bar Code – Code Bar, realizzata per la 45ma Biennale (1993), che maggiormente sottolinea, oltre al fatto di vedere, nel codice a barre, “il vero segno dei nostri tempi […] privo di qualsiasi dimensione simbolica”, il tratto di socialità e convivialità, attraverso la realizzazione di un vero e proprio bar, nel quale i visitatori, possono prepararsi e prendere un caffè. E, con esso, attiva una profonda riflessione sui sistemi di controllo della società dei consumi. Riflessioni che si attivano sin dall’ingresso al museo con la messa in opera di Esposizione in tempo reale n. 38 – Biomassa (2007), una bilancia che misura il peso della massa organica che accede al museo, trasformando così i visitatori in un dato biologico. Da questi veloci e sintetici cenni dei suoi lavori, immediatamente si afferra la lucidità dello sguardo di Franco Vaccari che, oltre all’aver ridefinito il concetto di autore e opera d’arte (non più oggetto ma esperienza e, quindi, l’effetto che crea nel visitatore), eliminando il distacco temporale tra creazione e fruizione (Esposizione in tempo reale n. 7 – Mito istantaneo, 1974), ha pienamente colto l’inclinazione all’iperesposizione dell’io nell’attuale epoca digitale, anche se il suo auspicio era quello di una maggiore consapevolezza e responsabilità del proprio essere nel mondo.




