12 Ottobre 2026 12:36

83. Mostra del Cinema di Venezia. Intervista ai consulenti di Venice Immersive

Nevatars - Official still
Nevatars – Official still
Intervista a Michel Reilhac e Liz Rosenthal, curatori della sezione di Extended Reality (XR) dell’83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia

Per quasi un decennio, Venice Immersive è stata un laboratorio in cui artisti, tecnologi, produttori e pubblico hanno sperimentato nuove forme di narrazione e, più radicalmente, nuovi modi di essere presenti dentro un’esperienza a 360 gradi.

Nel corso di questi anni, Michel Reilhac e Liz Rosenthal, consulenti della sezione, hanno osservato la nascita di un linguaggio, contribuito a creare le condizioni perché potesse svilupparsi e accompagnato una comunità internazionale mentre imparava a muoversi in uno spazio ancora senza mappe.

Dieci anni dopo, la conversazione non riguarda più soltanto l’XR o le tecnologie immersive, ma ciò che accade quando la polarizzazione passa dalla tecnologia alle possibilità del mezzo linguistico: il corpo, l’emozione, la presenza, l’immaginazione.

Il decimo anniversario allora coincide con una soglia, preludio di un nuovo terreno inesplorato, nuove sfide e nuovi orizzonti.

Desert Palms - Official still
Desert Palms – Official still
Venice Immersive. Dieci anni di trasformazione, memoria e cambiamento

In un decennio avete visto centinaia di opere e contribuito all’emergere di un linguaggio. Guardando indietro, qual è la trasformazione più profonda che avete osservato, non nelle opere in sé, ma nella vostra stessa idea di curatela?

Michel Reilhac: Durante questi dieci anni non abbiamo soltanto testimoniato la nascita di un nuovo linguaggio, di una nuova forma d’arte. Tutto questo è avvenuto contemporaneamente ad altri cambiamenti enormi: l’intelligenza artificiale, la crescente consapevolezza di questioni globali come il cambiamento climatico e le migrazioni.

E tutto questo sta accadendo mentre la tecnologia stessa viene superata.

Per me, la cosa più significativa che è accaduta negli ultimi dieci anni è stata la possibilità per la tecnologia di diventare uno strumento capace di aprire nuovi modi di accedere a emozioni, sentimenti e idee condivise.

Oggi siamo in un momento in cui la tecnologia non è più la fascinazione, non è più il punto centrale. Viene utilizzata per esprimere qualcosa di profondamente umano.

Ed è davvero questo che abbiamo visto.

Mentre celebriamo il nostro decimo anniversario, credo che stiamo anche assistendo alla fine di un primo capitolo. Con Meta, per esempio, come principale protagonista del settore. Stiamo vedendo quel capitolo concludersi e il successivo prendere forma.

Alcune persone sono diventate scettiche sul potenziale e sul futuro dell’immersive perché vedono la fine del sistema che lo ha fatto nascere, ma non vedono tutto quello che sta accadendo e che lo sta portando verso il futuro.

Liz Rosenthal: Assolutamente.

Stavi parlando di curatela, e noi lavoriamo a Venice Immersive da dieci anni mettendo insieme e fondendo tante forme artistiche diverse. Accanto ai cambiamenti sociali, tecnologici e culturali di cui parla Michel, penso che una delle cose più interessanti ed emozionanti per noi sia proprio vedere questa fusione tra media diversi.

Siamo all’interno di un festival cinematografico, ma curiamo opere che riuniscono moltissime forme artistiche. Nei nostri programmi abbiamo visto performer, musicisti, registi cinematografici, game designer e persone native di queste nuove esperienze spaziali e corporee.

La portata di ciò che osserviamo è enorme. Non sono industrie separate e isolate: sono tecnologie e forme esperienziali che stanno riunendo persone provenienti da ambienti culturali diversi.

Ed è emozionante perché ci stiamo spingendo anche verso territori che vanno oltre i media artistici, entrando in campi come le neuroscienze e la psicologia.

Perché lavoriamo su qualcosa che è vissuto attraverso il corpo ed esperienziale.

Cinema, orizzonte dello schermo

Quando avete iniziato, il vostro obiettivo era dimostrare che l’Immersive potesse essere una forma d’arte. Oggi, dopo quasi un decennio, che cosa pensate che lo storytelling immersivo abbia davvero insegnato al cinema?

Michel Reilhac: È curioso che il rapporto tra immersive e cinema fosse così centrale all’inizio, dieci anni fa. Ora, però, penso che l’immersive sia diventato una forma d’arte autonoma.

Stiamo vedendo quanto sia diversa l’esperienza di una storia raccontata spazialmente rispetto a quella che viviamo davanti a uno schermo.

Quindi non so se il cinema abbia davvero imparato qualcosa dall’immersive. L’immersive, invece, ha integrato molto del linguaggio cinematografico, soprattutto per quanto riguarda il tempo.

Il cinema è una forma d’arte basata sul tempo. L’immersive è una forma d’arte basata sullo spazio.

Quando oggi vado al cinema a vedere un film tradizionale, piatto, a volte mi sento frustrato. Mi manca il resto.

Penso: dov’è il resto? Perché sto vedendo soltanto un rettangolo, una porzione del mondo?

Per me questa è la grande soddisfazione dell’essere immersi in un’opera: essere parte dell’opera e non stare all’esterno, guardando al suo interno.

Liz Rosenthal: Penso sia interessante guardare indietro e vedere come il cinema abbia cercato, da sempre, di diventare più immersivo, ma all’interno dello schermo.

Con le videocamere portatili, con il miglioramento del suono, con il tentativo di portare lo spettatore verso il punto di vista della prima persona, i filmmaker hanno cercato continuamente di rompere lo schermo.

Ma non si può andare oltre quello schermo.

Ciò che è davvero interessante nel medium con cui lavoriamo è che riguarda il coinvolgimento corporeo e la presenza.

E credo che qui ci sia stata un’evoluzione importante. Nelle prime edizioni di Venice Immersive mostravamo soprattutto progetti che prevedevano, in qualche forma, l’utilizzo di un visore.

Ora molte delle opere che presentiamo utilizzano lo spazio in modi estremamente interessanti senza essere necessariamente legate all’esperienza dentro un visore XR.

Previsioni sbagliate e previsioni corrette

Qual è stata la previsione più significativa che avete fatto all’inizio e che si è rivelata sbagliata? E quale intuizione invece si è dimostrata sorprendentemente corretta?

Michel Reilhac: Ricordo molto chiaramente di aver detto che nel 2025 sarebbe avvenuto il cambiamento decisivo.

Pensavamo che l’immersive sarebbe diventato una pratica diffusa e che tutti avrebbero indossato degli occhiali.

Pensavamo che quello sarebbe stato il momento in cui i visori sarebbero diventati occhiali: dispositivi da indossare normalmente, più leggeri e più facili da usare.

La previsione era sbagliata. Nel 2025 la tecnologia non era ancora arrivata a quel punto e possedere un visore VR rimaneva qualcosa che riguardava una percentuale molto limitata di persone.

Ma forse eravamo semplicemente in anticipo di uno o due anni.

Perché quello che sta succedendo ora è che la tecnologia sta effettivamente iniziando a spostarsi verso gli occhiali che indossi normalmente.

E quest’anno lo stiamo mostrando a Venezia, grazie alla collaborazione con AGOG, presentando gli ultimi modelli di smart glasses.

Liz Rosenthal: E questa è una delle grandi rivoluzioni che rendono la nostra decima edizione particolarmente entusiasmante.

Tutti ci aspettavamo che le cose si evolvessero più rapidamente. Ma quest’anno penso che stiamo assistendo alla fioritura di questa nuova fase.

Gli occhiali sono sicuramente la tecnologia che sta emergendo in questo momento e stanno rendendo nuovamente “sexy” la realtà virtuale e l’immersive.

Quando hai aziende come Ray-Ban, Oakley e altri marchi che stanno progettando smart glasses attraverso cui è possibile vivere esperienze immersive, il cambiamento è enorme.

Yesterday Maybe - Official still
Yesterday Maybe – Official still
La curatela come creazione

In quale momento la curatela smette di essere semplicemente selezione e diventa una forza che influenza attivamente ciò che gli artisti immaginano sia possibile?

Michel Reilhac: È una domanda complessa.

Negli anni abbiamo iniziato a ricevere sempre più progetti e, quando hai molti lavori tra cui scegliere, le decisioni che prendiamo derivano inevitabilmente dall’applicazione di criteri e valori.

Per noi, una forma d’arte come l’immersive diventa rilevante quando smette di essere semplicemente tecnologia e diventa un veicolo per emozioni e idee.

All’inizio era difficile, perché le persone non sapevano ancora come utilizzare questa tecnologia. Eravamo tutti affascinati dalle possibilità che offriva.

Ora è diverso.

Possiamo vedere che quell’idea che avevamo fin dall’inizio — che questa forma d’arte abbia valore nella misura in cui riesce a diventare un veicolo per l’espressione umana — sta raggiungendo pienamente la sua maturità.

Le nostre selezioni non sono soltanto scelte. Diventano una dichiarazione.

Liz Rosenthal: E penso che questa fosse davvero la nostra intenzione dieci anni fa: avevamo visto qualcosa che mancava, cioè il modo in cui questa forma veniva presentata come arte.

Il modo in cui presenti una forma d’arte passa anche attraverso una sorta di rituale, attraverso un’esperienza che permetta al pubblico di apprezzare qualcosa che va oltre il semplice fatto tecnologico.

Molte di queste opere venivano presentate come gadget tecnologici o all’interno di fiere commerciali, dove la tecnologia veniva prima di tutto.

A Venezia siamo stati tra i primi a stabilire un vero e proprio rituale espositivo.

Abbiamo lavorato molto sull’esperienza del pubblico: spazi tranquilli, persone accompagnate nell’esperienza, un sistema di biglietteria che evitasse le code.

Possono sembrare dettagli, ma erano tutti elementi pensati per creare una mostra e una sorta di rituale attorno alla fruizione dell’opera, come avviene per le altre forme d’arte.

Un linguaggio senza un’unica industria

Vi vedete più come custodi di un linguaggio o come co-autori della sua evoluzione?

Liz Rosenthal: Penso che lavorare attraverso così tante forme creative diverse ci dia la possibilità, come curatori, di esplorare.

Non siamo chiusi all’interno di un’unica industria. Possiamo entrare in territori diversi e scoprire possibilità che forse nemmeno avevamo immaginato.

Spesso incontriamo persone che lavorano a progetti che non avremmo mai immaginato e che forse loro stesse non avrebbero mai pensato di portare a Venezia.

È attraverso queste conversazioni che le cose iniziano a svilupparsi.

Esiste una relazione simbiotica tra noi come curatori e noi come esploratori.

Per lavorare con questi nuovi linguaggi bisogna essere esplorativi e curiosi.

Perché quando sei all’inizio di qualcosa è difficile. È entusiasmante, ma anche complesso e impegnativo, perché stai inventando.

Gli artisti stanno inventando nuove forme, ma anche noi stiamo inventando insieme a loro nuovi modi per portarle al pubblico.

Smithsonian Starstruck an immersive experience - Official still
Smithsonian Starstruck an immersive experience – Official still
Presenza, corpo, identità

Nel passaggio dal VR allo spatial computing, agli occhiali aumentati e allo spatial computing, stiamo assistendo a un cambiamento terminologico o a una trasformazione strutturale del modo in cui comprendiamo la presenza?

Michel Reilhac: Tutte queste diverse forme di XR e VR sono, fondamentalmente, un’evoluzione della tecnologia.

Ma vengono utilizzate per sviluppare lo stesso principio: l’embodiment.

Il concetto di presenza è diventato sempre più importante.

Sto facendo una ricerca su una metodologia per analizzare i diversi modi in cui si può essere presenti in un’esperienza virtuale. Finora ne ho identificati quattordici.

È quello che chiamiamo presence design: come si progetta la presenza? E come si rende coerente?

A livello molto personale, passare molto tempo nel virtuale enfatizza quanto sia bella la vita fisica. Funziona da contrappunto.

Nel virtuale non puoi ancora toccare, assaggiare, annusare. Non puoi avere la dimensione tattile della vita reale.

E questo ti ricorda quanto sia straordinario il corpo umano e il modo in cui ci relazioniamo gli uni agli altri.

Allo stesso tempo, l’immersive può compensare in maniera straordinaria quando la vita reale non è possibile.

Incontrarsi virtualmente quando non puoi incontrare qualcuno fisicamente offre un grado di presenza superiore a quello di una semplice chiamata Zoom.

Funziona in entrambe le direzioni. E può persino portarci ad apprezzare ancora di più la vita reale.

Liz Rosenthal: Per me l’identità è altrettanto importante.

In un’esperienza immersive puoi vivere l’esperienza di essere qualcun altro o qualcos’altro, con un altro corpo, un’altra manifestazione di ciò che sei nel mondo fisico.

È un’esperienza incarnata.

Quando puoi operare all’interno di un mondo che sembra reale ed essere qualcosa di diverso dalla tua identità fisica abituale, allora quell’esperienza diventa fisica.

Perché ciò che senti, ciò che attraversi e il modo in cui il cervello elabora l’esperienza sono molto, molto realistici.

È un’opportunità incredibile che non abbiamo mai provato prima, se non forse gli attori.

Gli attori possono diventare un personaggio durante uno spettacolo teatrale o durante la realizzazione di un film.

Ma alla maggior parte delle persone viene dato un corpo per tutta la vita.

Quando invece puoi essere qualcun altro in modo completamente diverso, emerge una forma di incarnazione fisica all’interno dell’esperienza.

In VRChat, per esempio, puoi avere fino a circa 24 avatar diversi.

Scegli il tuo avatar e quell’avatar condiziona le connessioni che avrai con gli altri.

Puoi scegliere di avvicinarti a chi sei nella realtà oppure puoi nasconderti dietro qualcosa e diventare una persona che nessuno conosce.

Questa libertà di scegliere chi essere nelle relazioni con gli altri è, per me, più vicina alla body art, al movimento e alla coreografia che alla pura regia.

Nox - Official poster
Nox – Official poster
Quando la tecnologia smette di farsi vedere

Quali tendenze state osservando quest’anno oltre all’innovazione tecnologica?

Liz Rosenthal: Direi una maggiore sofisticazione nella comprensione dell’impatto emotivo di un’esperienza immersive.

Stiamo vedendo opere capaci di produrre un impatto molto forte quasi senza effetti, utilizzando pochissimo della tecnologia disponibile.

È come nel cinema: a volte non c’è quasi scenografia, quasi nulla, e l’emozione arriva comunque.

Stiamo iniziando a vedere opere che non si affidano agli effetti speciali dell’immersive per creare il proprio impatto.

Michel Reilhac: Penso che la parola sia fluidità.

Le competenze delle persone si sono sviluppate. La narrazione diventa più fluida e non vedi più l’interfaccia.

Abbiamo molte esperienze in cui non ci sono controller. Ti muovi liberamente e quasi dimentichi il dispositivo.

Non devi chiederti quale pulsante premere: le cose accadono in modo più naturale.

Non si può evitare il fatto che ci sia tecnologia. Le persone stanno semplicemente trovando nuovi modi di usarla.

Ma sta evolvendo.

Ancora manca un modello produttivo efficace

Qual è oggi il modello economico più promettente?

Liz Rosenthal: Al momento sono le esperienze location-based free roaming.

Sono quelle in cui puoi portare centinaia di persone attraverso un’esperienza ogni giorno. Il prezzo dei biglietti è significativo e, considerando quante persone possono attraversare questi spazi quotidianamente, possono essere estremamente redditizie.

Stiamo vedendo una proliferazione di format e di persone che iniziano a distribuire e gestire questo tipo di esperienze in tutto il mondo.

Questa è sicuramente l’area che oggi sta funzionando.

Ma vediamo anche nuovi tipi di intrattenimento che fondono musica, performance e immersive.

E basta guardare ai grandi brand dell’intrattenimento. Netflix, per esempio, con le Netflix Houses, sta portando le proprie grandi proprietà intellettuali fuori dallo schermo e dentro ambienti immersivi.

Stranger Things, Squid Game (le versioni immersive n.d.r.): questi prodotti stanno iniziando a uscire dallo schermo e a entrare nello spazio.

È un indicatore molto chiaro della direzione verso cui stanno andando arte e intrattenimento.

Il futuro è negli occhiali

Qual è l’innovazione che state ancora aspettando?

Liz Rosenthal: Per me, l’evoluzione degli occhiali e degli smart glasses.

Al momento devi ancora portarti dietro una batteria. Siamo proprio all’inizio.

Ma quando diventeranno davvero molto leggeri e potranno semplicemente collegarsi al telefono, quando la durata della batteria sarà sufficiente e potrai muoverti senza doverli ricaricare continuamente, questo cambierà davvero tutto.

Michel Reilhac: Sì. È l’inizio dello sviluppo degli smart glasses.

È quello che desideriamo da molto tempo: portare via la pesantezza del visore dall’esperienza VR e avere invece un dispositivo più elegante, più leggero, più facile da usare.

E sta iniziando ora.

Tra dieci anni

Tra dieci anni useremo ancora il termine “immersive”, oppure sarà semplicemente diventata un’estensione integrata di percepire e raccontare il mondo?

Liz Rosenthal: Penso che useremo ancora la parola immersive. Oppure una nuova parola che la sostituirà. Ma per dire la stessa cosa.

Allo stesso modo in cui il cinema continuerà a esistere.

Forse gli occhiali diventeranno onnipresenti nello stesso modo in cui oggi abbiamo sempre con noi i telefoni.

Forse tra dieci anni avranno sostituito il telefono, oppure saranno semplicemente accanto al telefono.

Penso che sia quello che succederà.

Tra cinquant’anni

Se il cinema del futuro dovesse scrivere la propria genealogia, Venice Immersive sarà ricordata come una transizione tecnologica oppure come un cambiamento nel modo stesso in cui percepiamo la realtà?

Liz Rosenthal: Se sarà il cinema a scriverla, ci sarà probabilmente pochissimo spazio dedicato all’immersive.

Ancora oggi, quando parliamo con registi e produttori cinematografici, vediamo che guardano a ciò che accade nell’immersive quasi lateralmente. Dicono: “Sì, sembra fantastico, è davvero interessante”. Ma non sono ancora coinvolti in progetti ibridi.

E penso che sia sempre facile ridurre qualcosa alla tecnologia. Per chi ha paura, è facile liquidare una nuova forma di linguaggio relegandola alla nicchia nerd.

Ma basta guardare alla storia del cinema.

Quando è nato, il cinema era profondamente legato alla tecnologia. Poi quella tecnologia è diventata parte della nostra vita, fino a diventare quasi invisibile.

L’immersive utilizza tecnologie diverse, spaziali e forse più complesse, che oggi stanno iniziando a essere incorporate nel cinema.

Penso che sia, in fondo, una questione di paura del nuovo. Ma non è così diverso da ciò che è accaduto quando è nato il cinema.

È interessante vedere come continuiamo a separare le cose in compartimenti. In realtà, spesso si tratta semplicemente di tecniche di distribuzione e del modo in cui abbiamo scelto di dividere le categorie.

Noi non apparteniamo ancora a un unico settore.

E forse è proprio questo il punto: non penso che l’immersive sia un unico settore. È composto da moltissime forme diverse.

Ed è proprio questo a renderlo così complesso.

Tra cinquant’anni, quando gli storici guarderanno indietro a questo periodo, quale vorreste fosse la frase che definisce Venice Immersive?

Michel Reilhac: faccio un paragone con quanto accaduto 50 anni fa..

Per me è stata l’esplosione della danza contemporanea come nuova forma d’arte. È lì che è iniziata.

E oggi possiamo tracciare da dove è partita, chi l’ha iniziata e come si è evoluta fino a diventare una forma d’arte importante.

È difficile credere che cinquant’anni fa, quando dicevi “danza”, significasse semplicemente balletto. E basta.

Io ho vissuto — perché all’epoca ero un ballerino — la nascita di una nuova forma d’arte con la danza.

È un privilegio incredibile assistere ancora una volta alla nascita di un’altra nuova forma d’arte, che è l’immersive.

Tra cinquant’anni penso che l’immersive sarà diventato completamente onnipresente. Sarà qualcosa che faremo continuamente.

Quando le persone guarderanno indietro, sarà come per la danza.

Ricorderanno Venice Immersive, ricorderanno i festival, ricorderanno i nomi dei primi artisti che hanno realizzato opere significative.

Farà parte della storia di questa forma d’arte.

E alcune delle persone che oggi lavorano nel campo saranno ancora qui.

Io non ci sarò.

Ma ci saranno molti giovani che oggi stanno sperimentando questa forma. Saranno lì. E saranno diventati i maestri.

Vedo questo come l’evoluzione naturale di qualcosa che parte da zero, attraversa le proprie crisi di crescita e arriva a una forma più matura: un modo di essere nella vita delle persone e di crescere come forma d’arte sofisticata.

Quindi farà parte delle nostre vite.

E le persone ricorderanno il periodo in cui siamo ora come un periodo pionieristico.

Quando vedranno le immagini di noi con quei grandi visori ingombranti sulle nostre facce, diranno:

“Oh mio Dio, poveri voi. Deve essere stato terribile. Era un’esperienza così primitiva.”

E sarà divertente vedere questo.

Ma penso che sarà ricordato anche al di là del contesto di un festival cinematografico e del cinema.

Liz Rosenthal: Il nostro obiettivo è sempre stato portare insieme persone provenienti da discipline diverse.

E spero che tra cinquant’anni non guarderemo più al cinema, alla televisione, ai videogiochi e alle arti visive come a mondi completamente separati.

Non sappiamo quali forme rimarranno.

Ma spero che Venezia sarà vista retrospettivamente come un momento straordinario in cui le forme d’arte hanno iniziato a fondersi e a evolvere.

Perché tutto ciò che puoi fare adottando nuovi strumenti è evolvere, rimanere rilevante, adattarti.

Ed è questo che è davvero emozionante della fase che stiamo attraversando.

E spero che sarà questo il motivo per cui saremo ricordati.