18 Ottobre 2026 20:07

La felicità ai tempi dell’e-commerce

NPoE, Palazzo Ducale, Installation views, Credits Simone Lezzi

Che non è proprio la felicità cantata dagli ex coniugi di Cellino, ma una versione che deve fare i conti con la crisi climatica, la gestione del lavoro, l’economia globale e la geopolitica. Con in più di mezzo il mare. D’altro canto siamo a Genova

Suona il citofono, scendi e finalmente hai tra le mani quel pacco che aspettavi. Qualche click e la felicità è (in saldo possibilmente) a casa tua. Chiederti quali giri avrà fatto il tuo oggetto del desiderio è ora l’ultimo dei pensieri, ma probabilmente si è fatto un bel viaggio via mare, come fa il 90% delle merci. Così scopri che il tuo “mai più senza che alla fine, sai com’è, stavo bene anche senza” ha un peso globale inversamente proporzionale alla sua utilità. E che forse la felicità era meglio cercarla altrove.

Ninety percent of everything: da Rosa George al porto di Genova

Il 90% delle merci, quel Ninety percent of everything trattato dalla giornalista Rosa George e che ritroviamo come titolo di un progetto installativo multidisciplinare di scena (fino al 4 ottobre) a Palazzo Ducale di Genova, curato da Maria Pina Usai e realizzato da U-BOOT Lab in collaborazione con Fondazione Palazzo Ducale Genova con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, nell’ambito del bando Starter – Cultura e creatività per la sfida ambientale. Protagonisti del progetto i collettivi Fish Tank e Fathom 30°, con la data artist Tiziana Alocci, la factory sonora Stellare e il fotografo Simone Lezzi. Al centro di tutto c’è Genova, che per due settimane ha ospitato i vincitori – «Selezionati tra 63 artisti» come ci racconta Usai – di questa prima edizione del bando, che hanno avuto la possibilità di muoversi tra Palazzo Ducale, il porto operativo, la stazione sperimentale del CNR-IRBIM e in navigazione a bordo della nave cargo Grendi.

NPoE, Palazzo Ducale, Installation views, Credits Simone Lezzi

Un progetto in evoluzione

«Se le navi viaggiano è perché noi compriamo gli oggetti» afferma Usai mentre siamo davanti all’installazione video che scorre. Quindici minuti che come una sorta di puzzle imperfetto danno un’immagine alle varie complessità che stanno dietro alla logistica marittima, che vanno dall’impatto su un clima indubbiamente in crisi al tema del lavoro, dalla geopolitica all’economia globale. Ninety percent of everything non è un progetto semplice o immediato, perché non è né semplice, né immediato, entrare in affinità con certi dati tecnici, come quelli riguardanti le rotte via mare. Rotte che rese in grafica presentano il conto di tutto il proprio impatto sulla Terra, anche grazie a uno spazio video apposito e in costante aggiornamento: Ninety percent of everything non è un progetto chiuso su sé stesso, ma in evoluzione.

NPoE, Palazzo Ducale, Installation views, Credits Simone Lezzi

Comprensibilità e complessità della logistica marittima

La specificità di Ninety percent of everything sta nel rendere comprensibile un tema complesso traducendolo in un sistema visivo/uditivo poliedrico; un sistema dove i dati accompagnano le immagini poetiche dell’orizzonte costiero, delle onde, di un esterno che entra nei meandri della nave portacontainer, fino a raggiungere una plancia di comando trasfigurata a tratti in luci colorate da luminaria. Più il video scorre e più aumenta la familiarità con un macrocosmo di cui in moltissimi siamo parte inconsapevolmente attiva. Più il video scorre, più il container è un elemento estrapolato dalla sua dimensione cittadina (vederlo fermo un po’ ovunque, o in transito su gomma o rotaie è la norma per chi vive in qualsiasi città di porto) e riportato nelle voci di chi sulle navi ci lavora, parlando di “empatia” come una necessità per vivere a stretto contatto con le stesse persone per mesi. Gli stessi lavoratori che la serie di scatti di Lezzi ritrae anche con una banalità magistrale (potevamo pure parlare di “pulizia”, ma avrebbe lasciato un improprio senso di patinato: banalità è qualcosa di autentico, pulizia di molto più artificiale), o che nel video incarnano le battaglie sindacali di ieri e di oggi, segnando in senso diacronico lo scorrere di quei 15 minuti costruiti fondamentalmente come un loop, ribattendo da inizio a fine concetti come «Il mare non è solo uno sfondo suggestivo» o «Lo chiamano spazio vuoto, deserto, prigione». Perché in fondo la domanda clou di tutto il progetto è più ferale che finale: «Se ogni attraversamento lascia una traccia, quale traccia lascerà il nostro?».

NPoE, Palazzo Ducale, Installation views, Credits Simone Lezzi