12 Ottobre 2026 12:36

La Bussola di Ago. Non solo Leoni: quest’anno a Venezia sorprendono i documentari

“Joie de Vivre” di Luca Guadagnino
“Joie de Vivre” di Luca Guadagnino
Da Borges a Loznitsa, a Guadagnino, alla Mostra di Venezia il cinema più bello si è visto nei documentari (tutti fuori concorso)

– Sei sparito.

– È cronico. Ogni Mostra, a metà della seconda settimana, quando il tempo cambia, l’estate si spezza, e il Lido si popola di gente abbigliata con sandali estivi e giubbotti invernali, ti riduce come uno zombi, il sole latita dietro i nuvoloni spinti da violenti venti marini, e nemmeno puoi nascondere gli occhi cerchiati dietro gli occhiali da sole, e a forza di tramezzini e spritz il cervello si rifiuta di accendersi. Perciò inizi ad annullare i film prenotati e ti rinchiudi in casa alle sei del pomeriggio, incredulo di poter dormire e saltare la cena fino alla levataccia della mattina dopo… Perciò scusami. Ma c’è anche da dire che, come già ti accennavo i primi giorni, era prevedibile che le visioni dei tre documentari inseriti nel programma – tre vette imperdibili per le quali questa Venezia numero 83 resterà negli annali della storia della Mostra del Cinema – dalla durata complessiva di quasi 16 ore mi avrebbero inibito almeno la metà dei film in Concorso, tanto che a chi mi chiedesse un Toto-Leoni non saprei cosa rispondere. E dato lo spessore delle tre opere in oggetto, neppure era facile uscire e buttar giù due parole per parlartene in modo acconcio in queste nostre conversazioni volatili… Ho avuto bisogno di rifletterci sopra, e dunque cercherò di esternare, sperando di riuscire ad essere sintetico, i sensi dell’immensa qualità di quanto quest’anno, con questi tre capolavori capitali, la Mostra abbia avuto la ventura di offrire alla voracità del pubblico cinefilo evoluto, come c’è da credere che siano tutti gli accreditati di ogni colore e categoria qui al Lido.

– Tre documentari, mi dici. Dunque consideri morta, o almeno tramontata la “fiction” al cinema?

– Nemmeno per sogno. Anche perché – e ti consiglio di parlare a bassa voce, perché chi ti sente potrebbe indignarsi – spesso e volentieri il cinema più autentico, più audace, più “moderno”, oggi lo trovi più spesso nei documentari che nei film di finzione. Calcola anche che questo trittico di favolose caravelle (di diversa stazza e struttura) non erano neppure gli unici doc programmati qui al Lido. Inizierei infatti col parlarti, per dovere di cronaca e spirito di completezza, di “From inside out” di Wim Wenders, dedicato all’architettura di Peter Zumthor, tra i maggiori architetti in attività: proiettato in 3-D, per meglio apprezzare volumetrie e forme organizzate con austero e monastico senso dello spazio dall’archistar svizzero, il film è tuttavia l’ormai consueta esibizione di un’ecumenicità patinata da guru di un’estetica contemporanea della creatività per miliardari (il precedente lavoro era dedicato all’artista Anselm Kiefer) di cui Wenders è ormai imbattuto campione, e al termine della visione si rimane financo infastiditi da una simile ostentazione di leziosa maniera. Spiace inoltre registrare un’altra delusione, quella confezionata da uno dei maggiori cineasti viventi, il taiwanese Tsai Ming-Liang: a Venezia è venuto di persona a presentare il dodicesimo capitolo di un progetto iniziato ormai parecchi anni fa che prevede passeggiate al rallentatore del suo attore feticcio Lee Kang-sheng vestito da monaco buddhista lungo strade e panorami di diverse località del Pianeta, dove la vita scorre invece col suo ritmo naturale più o meno convulso. Stavolta teatro della promenade è San Sebastián, in Spagna, e c’è anche un lievissimo abbozzo di trama, perciò non si tratterebbe propriamente di un documentario, ma all’ennesima (anzi, dodicesima) camminata del monaco arancione, il giochino scivola via come un trascurabile “déjà vu”, nonostante lo splendore delle inquadrature.

– Taglia corto, allora, e dimmi degli altri.

– Certamente. Anche se ti confermo che la stanchezza mi impedisce di esprimere concetti elaborati ed elevati come tutte e tre le opere richiederebbero. Inizio con “Imperium” di Sergej Loznitsa, tre ore di montaggio di spettacolari materiali rimasti inediti dagli anni ’70 nell’archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, girati da operatori italiani invitati dal Partito Comunista Sovietico a filmare la vita pubblica nell’URSS, a Mosca e in altre città dell’Impero Sovietico, fino alle regioni più remote, come il Kazakhistan, l’Uzbekistan e il Turkmenistan, dove alle parate celebrative dell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre (il 56°) e alla convulsa vita cittadina nel periodo prenatalizio, si sostituiscono via via feste tradizionali contadine, riti religiosi ortodossi o musulmani, vita di fabbrica, feste popolari eccetera, cioè dove il potere centrale sembra svaporare nei sorrisi più rilassati e ingenui delle donne e dei bambini delle smisurate campagne. Il lavoro di Loznitsa, abituato a ricreare storie e mondi utilizzando repertori girati da altri (ti ricordo uno dei suoi capolavori, quel “The State Funeral” che ricostruiva con gli stessi criteri i funerali di Stalin), senza aggiungere alcun commento fuori campo, consiste nell’impadronirsi dei diversi sguardi dei testimoni reali degli eventi mostrati (in questo caso i bravissimi cineoperatori italiani) e ricreare un intrigante cambio di prospettiva senza la pretesa di sovraimporre alle immagini storiche concetti, interpretazioni e ideologie distanti o contrarie, eppure scatenando un inevitabile cortocircuito tra il Passato e l’occhio contemporaneo cui vengono riofferte queste sequenze. Chiunque per caso o volontariamente, tra queste centinaia di cittadini sovietici, incroci l’obiettivo delle cineprese offre l’occasione istantanea di un ritratto psicologico ogni volta differente, ora di donne timide e ingenue, ora di bambini ignari, ora di uomini istruiti per non lasciar trapelare altro che adesione incondizionata al programmatico allestimento propagandistico allestito dal Partito per i telereporter stranieri. Raramente viene inquadrato il Potere nell’esercizio delle sue funzioni, e quando avviene la verità sembra svanire dallo schermo, sostituita da una torva diffidenza. È su questi aspetti che Loznitsa ha basato i suoi criteri di scelta delle 65 ore di materiali messe a sua disposizione per l’editing di “Imperium”: il suo ripudio del Comunismo Sovietico emerge con vigore determinato e discreto da questi dettagli oggettivi, reintegrati dal montaggio nella loro autenticità, smascherandone l’intenzione propagandistica originaria. Forse il più politico fra tutti i documentari di Loznitsa, cittadino ukraino, e perciò vittima dell’inammissibile aggressione di Putin, al cui sanguinario regime e alla propaganda che lo difende “Imperium” sembra esplicitamente riferirsi. Sarà bello un giorno poter leggere da qualche parte a proposito di Putin, una didascalia simile a quella che chiude questo magnifico lavoro presentato qui a Venezia fuori concorso: “Nel 1991 l’Unione Sovietica cessò di esistere”.

 

“Imperium” di Sergej Loznitsa
“Imperium” di Sergej Loznitsa

– Fuori concorso, hai detto.

– Sì. Come tutte le cose più belle e importanti viste a questa Mostra favolosa.

– Non ti sentivo così entusiasta da anni.

– Infatti. E vivo già nel rimpianto che in futuro bisognerà attendere chissà quanti anni per tornare a raggiungere livelli simili. Secondo fiore all’occhiello di Venezia 83 sono le tre parti della sublime “Biografía de Jorge Luis Borges” firmata da Mariano Llinás insieme al suo Pampero Cine, che già qualche anno fa ci regalò le quattordici ore di “La Flor”, per me, a tutt’oggi, il film più rappresentativo del XXI secolo. Questo “Borges”, una delle ragioni per cui difficilmente avrei rinunciato a questa Mostra del Cinema, dura “solo” cinque ore e mezza, ed è opera talmente complessa e stupefacente che ci vorrebbe un saggio di trecento pagine per lodarne le qualità miracolose e taumaturgiche. Non nuovo al genere di “Opera Mondo”, Llinás e la sua ciurma di sodali fedelissimi mette dentro questo suo film tutto, ma proprio tutto, dalla prima all’ultima parola scritta, o dettata (per via della cecità), il monumentale, enciclopedico lascito del massimo scrittore Argentino, senza trascurare neanche uno degli infiniti dettagli di una biografia tutto sommato tutt’altro che avventurosa, eppure così densa di pensiero analitico e ricerca della massima bellezza estetica ed estatica della “scrittura”. Una sorta di impresa impossibile messa in pratica nell’unico modo pensabile per usare e toccare con mano – letteralmente le dita e le matite che sfogliano e sottolineano le pagine dei suoi libri in ogni loro differente versione editata a confronto con gli appunti amanuensi dove saltano agli occhi riscritture, correzioni, pentimenti – il “lavoro” di uno scrittore, ovvero filmando in dettaglio decine, centinaia di libri, copertine, frammenti delle pagine interne, riuscendo a spettacolarizzare, insieme a un commento verbale di straordinaria qualità letteraria dello stesso Llinás, il lavoro, anzi il lavorìo di uno scrittore. Alla scrittura, allo stile, alla voce di Borges viene sovrapposta filmicamente un’idea di intrattenimento cinematografico etico e culturale che produce un cinema totalmente nuovo, differente da qualsiasi altra cinematografia nazionale conosciuta, del tutto estraneo ai goffi e fallimentari tentativi di quanti abbiano tentato in passato di abbinare il racconto per immagini all’uso concreto della parola scritta con risultati che vanno dal mortalmente noioso all’inutile e al didascalico. Mostrando in diretta il “making of” del film e coinvolgendo uno dei massimi conoscitori di Borges, Ernesto Montequín, ma anche gli attori e le attrici della sua scuderia, con il direttore della fotografia e il montatore del Pampero Cine (Agustín Mendilaharzu e Ignazio “Codino”), Mariano Llinás escogita un meccanismo narrativo ad orologeria che per cinque ore e mezza trascina lo spettatore in un appassionante gioco arrivando a toccare tutti i generi del cinema (il giallo, il thriller, la love story, il dramma sentimentale, l’affresco epocale, e naturalmente il fantasy, l’onirico, l’assurdo, e chi più ne ha eccetera eccetera) col gusto vorace e bulimico di chi sa trasformare le cose della cultura in cibo per la mente, medicina del corpo, materia di sogno, e di tutte queste cose insieme urla con euforica gioia la “irrinunciabilità”. Già, perché questo “Borges” di Llinás sembra rivendicare ad ogni passo, ad ogni inquadratura, ad ogni cut, l’obbligo morale di frequentare criticamente e creativamente l’intero materiale che accumuliamo nelle nostre vite (che comprende – va da sé – l’amore, il lavoro, l’amicizia, le relazioni umane dalle più occasionali alle più indispensabili e intimamente profonde), per vivere un’esistenza terrena di piena soddisfazione. Non viene risparmiato, dalla troupe del Pampero, nessun luogo del Pianeta che Borges non abbia visitato, compresa l’Islanda, non tanto alla ricerca della soluzione del mistero di tanto genio, ma sulla spinta del desiderio di “rivedere” gli stessi luoghi, e dunque provare a ricreare le emozioni e i pensieri che hanno scaturito l’altissima prosa del grande scrittore argentino. Perché il Cinema non è dire o leggere, ma “vedere”, dunque i luoghi, gli oggetti, le poltrone, le biblioteche, i letti, le strade che negli anni hanno cambiato nome, devono essere mostrati, filmati, perlustrati con curiosità mai morbosa, ma semplicemente irretita dall’amore per la Verità. Cinque ore e mezza di cinema che al termine ci lasciano in testa una nuova mappatura della Realtà e dell’Umanità che ci circondano, delle persone che abbiamo conosciuto, frequentato, amato, svelandoci le insospettabili interconnessioni che le tengono tutte, esse stesse insieme a tutto il Mondo che nello spazio della vita di ciascuno abbiamo conosciuto, amato, odiato, o semplicemente attraversato, raccolti entro un’immensa e caleidoscopica griglia di conoscenza della quale la prosaicità della vita ci rende scarsamente e raramente consapevoli, ma che dovremmo indagare e approfondire la notte, mentre dormiamo, quando vengono ad abitarci i nostri sogni…

– Una cosetta trascurabile, insomma. Un filmettino. Una bazzecola.

– Infatti. Uscendone, ero tentato di abbandonare il Lido e sospendere tutte le altre visioni, tanto ero illuminato d’immenso. Laudato si mi Signore per El Pampero e per Mariano Llinás!

– Ma per fortuna sei rimasto, e hai visto l’altra bomba…

– Già. Sette ore di dichiarazione d’amore al cinema, e al contempo lamento funebre per la sua morte, o almeno la morte di un certo cinema, e della cinefilia del XX secolo, come recita il sottotitolo del “Joie de Vivre” che Luca Guadagnino ha dedicato a un autore cui si sente da sempre particolarmente legato, tanto da considerare un’ipotetica sua filiazione artistica nei suoi confronti: Bernardo Bertolucci. Guarda, voglio fartela breve: nel corso di queste sette ore, davvero pazzesche per ritmo, charme, incanto, e qualità degli interventi di un fantasmagorico parterre di ospiti intervistati con l’iPhone 15 ciascuno a casa propria (Martin Scorsese, James Gray – forse quello che dice le cose più intelligenti di tutti, compresa una vibrante e commovente apologia di Steven Spielberg e della “onestà” del suo cinema – David Cronenberg, Alfonso Cuarón, Catherine Breillat, Mark Cousins – ogni vero cinefilo sa bene “chi è” Mark Cousins! – Debra Winger, Margot Robbie, Kirill Serebrennikov, Jeremy Thomas… e insomma non so se mi spiego) hai l’esatta sensazione che del cinema nessuno sia più in grado di parlare come se ne dovrebbe parlare, e come invece se ne parlava nella meravigliosa stagione preberlusconiana in cui la Storia, drammaticissima, di questo Paese scorreva sotto gli occhi di una popolazione attenta, preoccupata, nobilmente impegnata a trasmettere ai propri figli un’educazione fondata sulla complessità e sulla necessità della cultura e dell’attenzione ai noccioli delle diverse questioni dibattute nelle scuole, nelle fabbriche, nelle case di tutti, e dunque anche al cinema. Un’Italia scomparsa, in cui il cinema viveva e cresceva rigoglioso reinventandosi già una seconda, e poi una terza volta, dopo la rinascita del dopoguerra, e un giovane di una generazione a metà tra gli anziani mostri sacri e i giovani emergenti, prendeva dai primi e apriva nuove strade agli altri con un cinema viscerale, istintivo, e l’ambizione di raccontare l’Italia e i suoi nuovi scenari politici e ideologici senza rinunciare alla grammatica elegante, carnale, pittorica e scultorea del racconto per immagini, traghettando in pratica il cinema italiano, e il pubblico disposto ad accorgersene, verso una modernità che in pochi avrebbero poi raccolto e saputo mantenere vitale. Il doc di Guadagnino, invitando il pubblico più giovane, cioè quello che non ha più idea di cosa sia veramente il cinema (sono passato vicino a un ragazzetto con l’accredito verde che intervistava col cellulare una ragazzetta accreditata dello stesso colore, chiedendole “Con quali criteri hai scelto i film da guardare in questa Mostra del Cinema?” E lei: “Le trame”…), a riguardare tutto il cinema di Bertolucci con occhi attenti ai piani sequenza e agli olimpici voli della macchina da presa, denuncia quella che negli anni recenti si è rivelata come una sorta di rimozione di un autore oggi quasi trascurato, poco riletto e poco riguardato, dal quale invece sarebbe utile ripartire per definire una nuova lingua, non “attuale” ma autenticamente “moderna” come a suo tempo fu quella del regista di “Ultimo tango a Parigi”, “Novecento” e “Il tè nel deserto”, i titoli cui Guadagnino dedica le sezioni più ampie del suo magnifico, monumentale videodocumento. E io stesso, che a 15 anni iniziai la mia carriera di cinefilo proprio con “Novecento”, che nel mio primo viaggio all’estero a 16 anni vidi proprio a Parigi “Ultimo tango” (ai tempi sequestratissimo in Italia), che a 27 partecipai alla storica prima mondiale de “L’ultimo Imperatore” al Cinema Barberini di Roma (seguita dalla festa all’Open Gate di Urbano Barberini, dove intervennero David Byrne, Ryuichi Sakamoto, John Lone e Boy George), e che terminai di leggere “Il tè nel deserto” in coda alla biglietteria del Cinema Colosseo di Milano il primissimo giorno di programmazione, mi sono accorto di quanto salutare e rivitalizzante sarà, dopo la visione di “Joie de vivre”, tornare a Bertolucci, al suo cinema che all’epoca brillava come nuovissimo di zecca, e che col tempo ha assunto la statura e la densità cromatica dei grandi classici di un Passato che tutti, almeno i miei coetanei, abbiamo vissuto in presa diretta. Ecco. Questo ho da dirti, oltre all’invito di procurartene la visione più urgente e immediata possibile.