16 Ottobre 2026 05:32

Obnubi #8. Walter Benjamin, dalla teoria alla pratica

Barbara Fragogna, Esopianeta (Eclipse/Blind eye)

Poetiche, intenzioni e storie anche divergenti, eppure il collezionista che appende quadri vede in quelle figure manifestarsi il racconto non espresso che agita il suo sguardo…una riflessione in una nuova rubrica di Obnubi

Si intitola Studio for a dream weapon II (le rovine circolari), è un’opera di Stefano Mario Zatti realizzata incidendo con una grafia minutissima – il gesto ostinato, devoto, inesorabile di un amanuense – uno specchio dipinto di acrilico nero. L’incisione trasforma il segno in una traccia luminosa. Il titolo è l’eco di un celebre racconto fantastico; anche le dimensioni dell’opera, simili a quelle di una pagina, riconducono a un ambito squisitamente letterario. Abbiamo visto, mia moglie ed io, questo lavoro in una recente, suggestiva mostra dell’artista alla galleria Atipografia e ci ha immediatamente catturato. C’era molto di noi – la letteratura, il fantastico, la precisione e l’equilibrio ma anche il notturno, il silenzio, il mistero; e poi la scrittura che tocca l’immagine, l’astrazione del pensiero visualizzata. 

Proprio accanto all’opera di Zatti c’è un piccolo olio su tela di Barbara Fragogna, Esopianeta (Eclipse/Blind eye), anche questa è un’opera recente e fa parte di una serie di quadri molto belli. Il testo che li introduce sul sito dell’artista dice: “una rappresentazione razionale-surreale di possibili mondi da scoprire al di fuori del sistema solare che, paradossalmente, sono però composti da elementi simbolici e organici del corpo umano”. Anche in questo pezzo c’è molto del nostro immaginario: lo spazio e il surrealismo e ancora un certo richiamo alla letteratura fantastica. Per me, però, questo quadro è una rappresentazione del “pensiero”, della forza aggregante, mobile e contraddittoria del pensiero, cioè di qualcosa di per sé non rappresentabile. 

Bruno Lucca, Catarsi, bianco di titanio

C’è un altro piccolo quadro, un olio su tela di Bruno Lucca, anche questo è un lavoro recente e si intitola Catarsi, bianco di titanio. Fa parte di una serie più estesa dedicata appunto alla catarsi – in perfetta continuità con la cifra tragica e barocca dell’artista. Nel suo sito, Lucca accompagna la galleria delle opere con la definizione del termine: “Nella religione della Grecia classica, il rito magico della purificazione ~ Nell’estetica, la purificazione delle passioni umane, comprese e superate nell’arte, ecc”. È un quadro che dice di un mondo segreto, di una crisi e di una possibile rinascita, di una caduta e di una metamorfosi e mostra, proprio come il quadro di Barbara Fragogna, un movimento interiore non rappresentabile e, come il pezzo di Stefano Mario Zatti, è notturno, silenzioso, misterioso, è l’astrazione del pensiero che viene visualizzata, proprio come nell’Esopianeta… Ecco, nell’accostamento di questi tre quadri avviene, per me, una circolazione di senso in una segreta e necessaria corrispondenza.

Tuttavia, questi quadri fanno evidentemente tre discorsi differenti; sono frutto di poetiche, di intenzioni e di storie anche divergenti; sono esiti di ricerche che poco hanno in comune, eppure sulla parete della mia casa sembrano trovare una specie di equilibrio e familiarità. Ora, è evidente che questa affinità è frutto della mia immaginazione e la circolazione di senso da uno all’altro è opera del mio sguardo che scompone – in parte tradendo – il senso intessuto in ogni lavoro per inscriverlo dentro a un discorso che si svolge completamente nella sensibilità, nelle preferenze, nei ricordi, nella vita di mia moglie e mia.

Avviene sulla parete della nostra casa e avviene sulle pareti di ogni collezionista che, più o meno consapevolmente, appende quadri per vedere in quelle figure manifestarsi il racconto non espresso che agita il suo sguardo. Un racconto che spesso poco ha che fare con l’opera – malgrado la fatica degli storici, dei critici, dei curatori e degli artisti stessi che tanto si affannano per fissare il senso di ogni lavoro, incardinandolo a un discorso, a un contesto, a un destino.

Stefano Zatti, Studio for a dream weapon II (le rovine circolari)

È un fatto risaputo e molto studiato, ho letto alcuni libri sull’argomento. In primo luogo, ovviamente, si trovano spiegazioni illuminanti in tante pagine di Walter Benjamin. In questo passo dei «Passages», ad esempio, il filosofo scrive: «Ciò che nel collezionismo è decisivo, è che l’oggetto sia sciolto da tutte le sue funzioni originarie per entrare nel rapporto più stretto possibile con gli oggetti simili a lui. Questo rapporto è l’esatto contrario dell’utilità, e sta sotto la singolare categoria della completezza. Cos’è poi questa «completezza»? Un grandioso tentativo di superare l’assoluta irrazionalità della semplice presenza dell’oggetto mediante il suo inserimento in un nuovo ordine storico appositamente creato: la collezione». Benjamin ci invita a concepire la collezione proprio in questo modo, a sciogliere l’oggetto dalla sua origine e metterlo in rapporto con gli oggetti simili a lui.

Ecco, con un avvallo così autorevole posso ascoltare il racconto “erratico” che nasce dall’accostamento delle opere che abbiamo appeso in casa senza la sensazione di aver travisato il lavoro di tre ottimi artisti. Insomma: Walter Benjamin, dalla teoria alla pratica!

Nota. Nell’inquadratura compaiono altri oggetti, sono aneddoti della nostra vita (“il moto di piazza dell’aneddoto” scrive ancora Benjamin, contro “l’ordine militare della storia”): un libro che mostra l’apocalisse prossima ventura; un Godzilla della Bandai’s Movie Monster Series nella sua livrea del 1954, un pezzo significativo del nostro immaginario fantastico – di mia moglie, mio e di tanti altri nerd come noi – e un possibile figlio dell’apocalisse; un libro d’artista di Alighiero Boetti (dono dell’amico Novelio) che ci riporta tra le nuvole; come del resto la statuina di Goldrake, un altro pezzo rilevante del nostro immaginario e della nostra infanzia: vai, c’è sul radar la flotta di Vega, vai, il tuo corpo di acciaio solleva… Per non dire della Madonnina.