A Galatina, dall’11 settembre all’8 novembre, la quinta edizione di Yeast Photo Festival usa il cibo come dispositivo per leggere il presente. Dalla fame a Gaza alle pescatrici iraniane del Golfo Persico, dalla scomparsa delle fattorie americane ai rituali comunitari, “A Matter of Taste” costruisce un atlante fotografico in cui mangiare significa appartenere, ricordare, resistere.
Che cosa racconta un piatto di una società? E cosa accade quando intorno a una tavola si incontrano memoria, lavoro, identità e disuguaglianza? Sono alcune delle domande da cui prende avvio “A Matter of Taste”, quinta edizione di Yeast Photo Festival, in programma a Galatina e nel Salento dall’11 settembre all’8 novembre 2026. Promosso e organizzato dalle associazioni BESAFE e On The Move, sotto la direzione artistica di Edda Fahrenhorst e con la co-direzione di Veronica Nicolardi e Flavio & Frank Sabato, il festival sceglie il cibo non come semplice soggetto fotografico, ma come una lente attraverso cui osservare le contraddizioni del presente.
La scelta è tutt’altro che neutrale. Mangiare è un gesto quotidiano, apparentemente elementare, ma racchiude una complessa geografia di appartenenze: determina ciò che riconosciamo come familiare, ciò che tramandiamo, ciò da cui ci distinguiamo. La tavola può essere uno spazio di condivisione, ma anche un luogo che stabilisce confini tra chi appartiene e chi rimane escluso. Il cibo conserva memorie, racconta migrazioni, rivela condizioni economiche e rapporti di potere. È, in altre parole, una forma di cultura materiale attraverso cui una comunità può raccontare se stessa.
È proprio questa ambivalenza a dare forma all’atlante costruito da Yeast. Le fotografie riuniscono territori lontanissimi tra loro, ma collegati dalla necessità primaria del nutrimento: la fame utilizzata come arma di guerra, le economie rurali in trasformazione, i rituali gastronomici, il lavoro femminile, la cucina come spazio affettivo, la dieta mediterranea come patrimonio culturale. Il risultato è un percorso nel quale il cibo diventa una sorta di indice della condizione umana contemporanea.

Il mare come spazio di libertà
Tra i progetti più significativi della rassegna c’è “Daughters of the Sea” della fotografa iraniana Forough Alaei. Il lavoro conduce sull’isola di Hengam, nel Golfo Persico, dove poco più di una dozzina di donne continua a praticare la pesca, partendo prima dell’alba su piccole imbarcazioni consumate dal sale e dal vento.
Alaei fotografa un’attività che si colloca in una zona di forte tensione tra tradizione e trasformazione. Le pescatrici lavorano da sole, senza la presenza di uomini, in un contesto nel quale la pesca femminile non è stata pienamente riconosciuta dalla legislazione iraniana. Per decenni le donne di Hengam hanno avuto difficoltà a ottenere le licenze necessarie, rimanendo escluse da sussidi e assicurazioni. Oggi alcune di queste restrizioni sono state allentate, ma il loro lavoro continua a essere esposto a vincoli legali e pressioni sociali.
Nelle immagini di Alaei, tuttavia, la dimensione documentaria non si traduce in una rappresentazione esclusivamente drammatica. Al contrario, il mare appare come uno spazio di autonomia. La pesca non è soltanto un mezzo per procurarsi un reddito: è una pratica attraverso cui queste donne costruiscono la propria identità e sostengono le proprie famiglie.
Persino il loro abbigliamento assume un significato inatteso. I burqa integrali dai colori accesi, indossati per proteggersi dal sole e dal clima del Golfo, diventano veri e propri abiti da lavoro. Secondo la memoria locale, la loro origine è legata alle occupazioni straniere dell’isola; nel presente, però, quello stesso indumento assume una funzione pragmatica e, nelle fotografie di Alaei, diventa quasi una tuta da pesca. Ciò che in altri contesti può essere associato all’invisibilità, qui diventa un segno di autonomia.
Il progetto è attraversato anche dalla consapevolezza che questo mondo potrebbe scomparire. L’espansione del turismo e la partenza dei giovani verso la terraferma stanno modificando rapidamente Hengam. Le pescatrici diminuiscono di anno in anno. Ma Alaei evita di trasformarle semplicemente nelle protagoniste di una storia sulla perdita: le fotografa dentro un processo di trasformazione, come donne capaci di ridefinire il proprio rapporto con il lavoro, con l’isola e con il futuro.
È una prospettiva coerente con il percorso della fotografa, che da anni concentra il proprio lavoro sui temi sociali e sulle donne iraniane. Alaei ha raccontato, tra gli altri, le tifose di calcio iraniane e le nuove generazioni del Paese, lavorando sulla tensione tra norme sociali, desiderio di emancipazione e trasformazione culturale.

His mother, Naima Abu Foul, is 30 years old and has four children. She is pregnant with her fifth child.
Dalla fame alla memoria
Se a Hengam il cibo è legato al lavoro e all’autonomia, a Gaza assume invece il volto più radicale della sopravvivenza. “Gaza: Displacement, hunger, suffering” di Saher Alghorra porta nel festival le immagini dei bambini colpiti dalla carestia e dallo sfollamento. Il progetto, realizzato in collaborazione con Epson Germania e il festival Horizonte Zingst, è presentato nel contesto del riconoscimento ottenuto da Alghorra con il Premio Pulitzer 2026 nella categoria Breaking News.
La prospettiva scelta è significativa: non la guerra osservata dal fronte, ma la guerra vista attraverso i corpi e la quotidianità di chi non combatte. La fame diventa allora una dimensione politica del conflitto, ma anche un’esperienza quotidiana che modifica radicalmente il rapporto con il cibo.
Una diversa forma di memoria emerge in “Memories of Tender Bonds” della fotografa messicana Koral Carballo. Il progetto è ambientato a Coyolillo, comunità afro-messicana del Veracruz composta dai discendenti degli schiavi africani dell’epoca coloniale. Qui il carnevale annuale diventa uno strumento per preservare una memoria collettiva minacciata dall’abbandono istituzionale, dalla discriminazione e dalla migrazione.
La fotografia di Carballo nasce da una pratica di prossimità: la fotografa torna nella comunità da oltre dieci anni e costruisce relazioni prima ancora di costruire immagini. Il carnevale non è quindi soltanto rappresentato, ma diventa il luogo attraverso cui una comunità riafferma la propria identità.

Quando la tavola diventa comunità
È invece esplicitamente un rituale collettivo “La Panarda” di Marco Zorzanello, dedicato alla tradizione di Villavallelonga, in Abruzzo. Ogni 16 gennaio, in occasione della festa di Sant’Antonio Abate, viene organizzato un banchetto che può superare le cinquanta portate. La regola fondamentale è che nessuno abbandoni la tavola e, soprattutto, che nessuno rimanga solo o affamato.
Il progetto rende evidente una delle idee centrali di “A Matter of Taste”: il cibo non è soltanto qualcosa che si consuma, ma qualcosa che produce relazioni. Sedersi insieme significa riconoscersi come parte di una comunità. E proprio per questo il rituale gastronomico può diventare una forma di resistenza culturale.
La stessa dimensione affettiva attraversa “Cibo” di Pier Costantini, nato dalla documentazione della propria famiglia. Al centro c’è il padre Guerino, uomo cresciuto nella cultura contadina e profondamente legato alla cucina, che continua a preparare conserve e ricette nonostante una grave malattia e importanti conseguenze fisiche. Le Polaroid sbiadite e imperfette di Costantini trasformano così la cucina domestica in un archivio intimo, nel quale il gesto del cucinare diventa una forma di cura e di continuità.
Il paesaggio che scompare
Il rapporto tra alimentazione e territorio emerge anche in “The Last Generation” di Bob Miller, dedicato alla trasformazione dell’agricoltura statunitense. Dal 1948, secondo i dati riportati dal progetto, oltre quattro milioni di famiglie contadine sono scomparse negli Stati Uniti. È un processo che modifica non soltanto il sistema agricolo, ma anche la struttura delle comunità rurali e il rapporto collettivo con la terra.
Di fronte a questa trasformazione, Miller sceglie di concentrarsi sulle generazioni che ereditano un patrimonio sempre più difficile da mantenere. Il tema diventa allora quello della trasmissione: cosa significa ricevere una terra, un mestiere, un’identità, quando le condizioni economiche e sociali che li hanno resi possibili stanno scomparendo?
Una prospettiva più ampia è quella del “Foodprint Project”, realizzato da cinque fotografi europei e dedicato a sette Paesi del Mediterraneo. Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Marocco, Cipro e Croazia vengono messi in relazione attraverso la dieta mediterranea, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale. Qui la fotografia diventa strumento per interrogare la sostenibilità di un sistema alimentare basato su stagionalità, condivisione e uso misurato delle risorse, proprio mentre biodiversità, spreco alimentare e cambiamento climatico ne minacciano l’equilibrio.

Oltre la fotografia
La struttura di Yeast non si limita però alla presentazione di una serie di progetti fotografici. L’Open Call for Curators, giunta alla seconda edizione, porta nel festival due proposte che provano a trasformare la mostra in uno spazio di partecipazione.
“Pietre, pane e festa”, di Davide Fecarotti e a cura di Laura Tota, parte dalla tradizione del pane siciliano e combina fotografia, archivi etnografici, testimonianze orali e pratiche collettive. Il progetto prevede anche la costruzione partecipata di un forno in terra cruda, pensato come infrastruttura comunitaria permanente.
“Custodi dell’Instabilità”, di Camillo Pasquarelli e a cura di Giulia Tornesello, guarda invece ai luoghi della cultura gastronomica italiana e alle persone che ne custodiscono e trasformano l’eredità: ristoranti, cucine, sale da pranzo e paesaggi diventano archivi viventi di memoria, migrazione e trasformazione sociale.
È forse proprio qui che “A Matter of Taste” trova la sua dimensione più interessante. Il festival non propone semplicemente fotografie “sul cibo”, ma utilizza il cibo come una struttura narrativa capace di collegare fenomeni apparentemente lontani. Una rete nella quale una pescatrice iraniana, un agricoltore americano, una famiglia italiana, una comunità afro-messicana e un bambino affamato di Gaza possono essere messi in relazione senza perdere la specificità delle loro storie.
La tavola, in questa prospettiva, diventa una soglia. Può essere il luogo dell’abbondanza o quello della privazione, uno spazio domestico o politico, un rituale del passato o un campo di battaglia contemporaneo. Può definire un’appartenenza, custodire una memoria, produrre solidarietà oppure rendere visibile una disuguaglianza.
La fotografia ha il compito di osservare queste contraddizioni e, soprattutto, di renderle visibili attraverso i dettagli. Un burqa colorato contro il grigio del mare. Una tavola interminabile. Un forno costruito insieme. Una cucina domestica. Una fattoria che rischia di scomparire. Il cibo diventa così qualcosa di molto più complesso di ciò che mettiamo nel piatto: è il modo in cui una società racconta chi è, cosa ricorda e, soprattutto, cosa intende ancora conservare.






