09 Ottobre 2026 00:12

Un iper-stilista di nome Dalì

André Caillet, Gala wearing Elsa Schiaparelli’s shoe-hat inspired by a Salvador Dalí design, 1938, Vintage gelatin silver
print, 19,4 x 25,2 cm © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 2026

Design dell’abito e immagine del corpo in una visione contaminata e multidisciplinare: a Milano una mostra ripercorre le incursioni del maestro spagnolo nel campo della moda, tra dimensione onirica e mondo presente

La trasversalità, dal punto di vista sia metodologico che pratico, viene considerata oramai una delle principali condizioni della creatività contemporanea, anch’essa permeata da quella fluidità che nega ogni schema precostituito. In realtà, già le avanguardie del Novecento hanno scardinato la concezione settoriale dell’arte, ponendo le basi per quei processi contaminativi in cui oggi agiscono liberamente moda, arte, design d’arredo e tanto altro.

Nel periodo tra le due guerre, quando il progetto mirava a sintesi unitarie, la figura di Salvador Dalì costituisce, per certi versi, un caso unico nel suo genere, dal momento che è un artista (il cui mezzo espressivo è la pittura, ovvero il mezzo di rappresentazione meno fisico e più illusorio) a compiere delle incursioni in altri campi, mentre i progettisti coevi, al contrario, intrattengono rapporti occasionali con le arti figurative, con la grafica e

L’interesse dei contributi di Dalì al mondo della moda non sta tanto nelle sue creazioni dirette, comunque saltuarie e circostanziate, ma nell’emanazione della visionarietà fantastica tipica del Surrealismo verso ambiti tradizionalmente considerati “arti minori”, “arti applicate”, e via dicendo.

Salvador Dalí, Singularities, c. 1935, Oil and collage on board, 40,5 x 50 cm © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 2026

Mentre le sue rappresentazioni pittoriche modellano una realtà artificiale e onirica, intrisa di inquietudine, la vita del maestro catalano, profondamente ancorata a un presente in fermento, tutta impregnata da un vitalismo e da una sensualità che gli permettono di trasporre nella moda e nel design (che nella mostra non viene minimamente menzionato) una verve fortemente giocosa. Mentre i drammi umani e gli interrogativi esistenziali restano sulla tela, un’ironia ottimistica invade abiti, gioielli, poltrone e flaconi di profumo.

In virtù di queste esperienze creative “collaterali”, Dalì incarna la figura perfetta dell’artista trasversale e brillante, sempre bizzarro, che interpreta con pari intelligenza gli enigmi dell’inconscio e gli aspetti più pop di una borghesia “alternativa”.

Dalì e la moda, ph. Monkeys Video Lab

Negli anni ’30 Dalì collabora assiduamente con Vogue e Harper’s Bazaar come illustratore e, con la stressa disinvoltura, intraprende una simbiosi creativa con Elsa Schiaparelli, di cui oggi vengono ricordati abiti e accessori davvero iconici.

La relazione tra Salvador Dalì e il fashion non segue uno schema lineare e diretto; piuttosto, si articola su livelli molto diversi, dove l’artista trova occasioni di stimolo e temi da investigare. Già dagli anni ’20, la sperimentazione tipologica legata all’abito avviene innanzitutto nella rappresentazione pittorica, sede dell’invenzione pura e di contaminazioni figurative. Ma egli disegna anche abiti fantasmagorici per sé stesso, oltre a curare l’immagine della moglie Gala, sua musa ispiratrice, cliente di Christian Dior e di altri grandi stilisti. Per Dalì, oltretutto, è sufficiente essere creativo con la moda altrui, semplicemente organizzando e facendo da guest star alle sfilate-evento di Paco Rabanne, con accanto una giovane Amanda Lear.

Salvador Dalí, The Spectre of Sex-Appeal, c. 1934, Oil on wood panel, 17,9 x 13,9 cm © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 2026

Insomma, oggi ci colpisce che questo atteggiamento innovatore anticipi una fenomenologia assai presente in questa prima fase del XXI secolo: l’idea dell’arte come spettacolo, la capacità di remixare le citazioni pop con le espressioni culturali più elevate, la figura dell’artista come influencer e soprattutto la centralità della contaminazione come origine di nuovi linguaggi. Mentre la pittura surrealista rimane un fatto esclusivo e personale, le altre invenzioni del maestro assumono un tono pionieristico poiché precorrono alchimie iconografiche della nostra contemporaneità. Si pensi a Moschino, Viktor&Rolf e Hussein Chalayan.

Salvador Dalí, The Eye of Time, 1949, Platinum, natural ruby, diamonds, enamel and clock with Movado 50SP mechanism
4 x 6 x 1,7 cm, © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 2026

La sua potenza iconografica è tale per cui egli è stilista anche in modo indiretto. Il lavoro dello stesso Daniel Roseberry, attuale direttore creativo di Schiaparelli, si riaggancia esplicitamente ed energicamente ai contributi di Dalì, nonostante “l’italienne” – così l’aveva soprannominata Coco Chanel, sua rivale – avesse scambi culturali anche con Man Ray e Jean Cocteau. Ma questi richiami, che per Roseberry sono abbastanza scontati, rispecchiano un interesse tutto contemporaneo verso codici assurdi, sperimentali, fuori dagli schemi.

Esattamente come accade nelle sue scorrerie nel design d’arredo, quasi tutte degli anni Trenta, egli è stato il massimo esponente di quel groove surrealista che oggi, in vari campi, penetra continuamente nel lavoro di tantissimi progettisti.

Dalì e la moda, ph. Monkeys Video Lab