14 Ottobre 2026 23:23

Il Faust siamo noi: intervista a Romeo Castellucci

Romeo Castellucci Faust. Fatto, non detto, ph. Alex Majoli

È stato presentato all’inizio di ottobre a Montpellier, e da domani arriva al Teatro Argentina di Roma, all’interno del Romaeuropa Festival, in prima italiana. Lo spettacolo di Romeo Castellucci Faust. Fatto, non detto è un percorso nel cuore di una delle figure più interessanti della mitologia contemporanea, raccontata da autori come Marlowe, Goethe, che gli ha dedicato un dramma in due parti, Faust 1 e Faust 2, ma anche Thomas Mann, con il romanzo Doktor Faustus, pubblicato nel 1947

Abbiamo incontrato Castellucci, che ha raccontato ad Artslife il suo Faust.

Come hai concepito il tuo Faust?

Come un paesaggio mentale, dove immagini, corpi, materia e suoni si compongono in un’unica narrazione. Per la costruzione dello spettacolo mi sono ispirato soprattutto alle opere di Goethe e Mann, piuttosto che a Marlowe: l’ho immaginato come un viaggio dove la lingua scompare, sostituita dall’azione. Non credo che questo spettacolo voglia risolvere l’enigma del Faust, perché è un’opera che sfugge, come molte grandi opere. Da questa ambiguità è nato il mio interesse per questa figura.

Qual è stata l’ispirazione dello spettacolo?

Ho iniziato ragionando sull’etimologia del nome, che significa “pugno”, ma un pugno che non stringe nulla ma esprime l’idea di azione. Poi ho proseguito allargando il campo a due personaggi legati alla raffigurazione del male: Mefistofele e Lucifero. Il primo in greco significa “colui che non ama la luce”, mentre il secondo “portatore di luce”: una dualità che si ritrova anche nello spettacolo. È una doppia etimologia che mi ha guidato nella messinscena: ho cercato di assorbire come una spugna l’essenza indefinibile del Faust.

Romeo Castellucci Faust. Fatto, non detto, ph. Alex Majoli

Ci sono attori professionisti in scena?

Durante la preparazione ho incontrato tre personaggi particolari, che mi hanno insegnato molto, ma nessuno di questi è un attore professionista. Il primo è Gérard Bayle, un uomo francese di 93 anni, mentre gli altri due sono più giovani: Stefania Horodeyska, una donna polacca di 37 anni, e un giovane italiano di 25 anni, Lorenzo Coletta. Sono accompagnati da una serie di comparse, che fanno azioni minime ma significative.

Da dove sei partito nella scrittura dello spettacolo?

Dal punto in cui Faust ammette di aver vissuto una vita senza senso, e vuole uccidersi perché ritiene che la conoscenza sia inutile. Dopo alcune peripezie si mette in testa di correggere l’inizio del Vangelo di Giovanni, quando dice che “in principio era il verbo”. Faust analizza la frase e alla fine arriva a sostituire la parola con l’azione: un atto di blasfemia. Ho assunto questa prospettiva per mettere in scena l’opera.

Con quali effetti?

In quel momento Mefistofele si manifesta in una nuvola, e inizia un dialogo con Faust basato su indovinelli, perché è un buffone, e gli propone una scommessa. E da lì lo spettacolo prende forma.

Faust si salverà…

Viene salvato dall’incontro del femminile quando incontra Margherita, una ragazzina della quale si innamora: lo salva la forza dell’amore.

Ci sono diversi livelli di lettura dello spettacolo, ispirato da molti temi di attualità…

Sì. La critica al capitalismo, alla tecnologia e alla critica all’intelligenza artificiale. Il mio Faust è astratto e senza parole ma ricco di rimandi all’architettura del dramma di Goethe.

Ci sono riferimenti a tuoi spettacoli precedenti?

I mangiatori di patate, che ho presentato all’isola del Lazzaretto a Venezia nel 2025, è una sorta di anteprima del Faust. Ci sono relazioni anche con la Matthäus-Passion di Johann Sebastian Bach, che ho messo in scena al Maggio Musicale Fiorentino. Vorrei concludere però dicendo che lo spettacolo è nato da un desiderio di rendere omaggio a Ryszard Cieślak, il leggendario attore polacco protagonista del Teatro Laboratorio di Jerzy Grotowski.

Dove risiede l’attualità del Faust?

È lo specchio della nostra epoca, dove gli esseri umani stanno sempre di più abdicando alla loro libertà e considerano la tecnica non solo un’ideologia ma una cattiva religione, sempre più pervasiva all’interno del quotidiano di ognuno di noi.