15 Ottobre 2026 23:59

Una sfida alla gravità. Erwin Wurm a Palazzo Fortuny

Erwin Wurm, Dreamers, Palazzo Fortuny
Erwin Wurm, Dreamers, Palazzo Fortuny
Fino al 22 novembre, le sculture di Erwin Wurm abitano le sale di Mariano Fortuny. Ma tra velluti e affreschi secolari, più uno scontro che un dialogo

A Palazzo Fortuny le pareti non lasciano tregua: ritratti ottocenteschi si affollano cornice contro cornice, velluti e broccati coprono ogni superficie, e non c’è angolo che non porti il segno di qualcuno che ci ha già pensato prima. Le curatrici della mostra Dreamers, Elisabetta Barisoni e Cristina Da Roit, non a caso non la presentano come un incontro pacifico: parlano apertamente di una duplice sfida alla gravità, fisica e storica insieme, imposta a chiunque esponga in un luogo così stratificato.

Ciò che il tessuto rivela, ciò che nasconde

Una sala dalle pareti rosso acceso ospita l’incontro più diretto tra i due mondi. Da un lato, un Delphos storico di Mariano Fortuny scende verticale, ogni piega ferma al proprio posto: un abito che dichiara apertamente la propria forma, plissettato secondo la tecnica che ha reso celebre il suo autore in tutto il mondo. Sulla parete di fronte, un grande dipinto raffigura una figura femminile interamente avvolta in un velo chiaro.

Un’immagine che la sala sembra voler mettere in dialogo con ciò che le sta accanto. Perché a pochi passi, due figure firmate Erwin Wurm restano avvolte in teli anonimi, impossibili da decifrare: una raccolta attorno a un secchio bianco, l’altra bianca e alta, con soltanto un paio di scarpe da ginnastica a tradire, in un lampo, che sotto quella stoffa c’è ancora un corpo. Il Delphos espone la forma che accoglie senza nasconderla mai. I teli di Wurm la avvolgono fino a farla sparire, lasciando affiorare solo un dettaglio, quasi per errore.

Una casa che non è mai stata un museo

C’è un ultimo attrito e riguarda la destinazione stessa dei due mondi. Palazzo Fortuny nacque come casa e come atelier: un luogo abitato, pensato per la vita quotidiana e per il lavoro di una sola famiglia, non per essere attraversato da un pubblico. Wurm, al contrario, costruisce da decenni una carriera internazionale fatta di biennali, musei e spazi pubblici concepiti fin dall’origine per accogliere chiunque entri. Le sue opere nascono già pensate per un pubblico anonimo e diffuso. Quelle di Fortuny, quando furono realizzate, non lo erano affatto. Che oggi convivano nella stessa sala non cancella questa differenza di nascita: la rende, semmai, più visibile.

 

Erwin Wurm, Dreamers, Palazzo Fortuny
Erwin Wurm, Dreamers, Palazzo Fortuny
L’uno accanto all’altro, mai uguali

C’è anche uno scontro più immediato, quasi banale a dirsi, ma che nessuna interpretazione può cancellare: l’opulenza secolare del palazzo, velluti, ori, affreschi pensati per una contemplazione lenta, convive con un’estetica contemporanea che non cerca la stessa raffinatezza, anzi sembra rifiutarla apertamente. È il contrasto più elementare della mostra, e proprio per questo il primo che si nota.

Ma c’è un attrito più preciso, che riguarda il metodo prima ancora dell’aspetto. Le One Minute Sculptures, tra le opere più celebri di Wurm, esistono solo grazie a istruzioni che l’artista stesso scrive e consegna al pubblico, invitandolo a posare per un minuto con un oggetto qualunque, una sedia, un maglione, per diventare lui stesso scultura. Fortuny, al contrario, custodiva le proprie tecniche come segreti di bottega, brevettando processi di cui non svelò mai fino in fondo il segreto pratico. Uno nascondeva il procedimento perché diventasse mito. L’altro lo consegna a chiunque entri in sala, perché diventi gesto condiviso.

 

Erwin Wurm, Dreamers, Palazzo Fortuny
Erwin Wurm, Dreamers, Palazzo Fortuny
Due epoche messe a confronto

Quello che resta, alla fine, non è la sensazione di due epoche messe a confronto, ma di un’unica domanda posta con mezzi opposti. Fortuny non firmava le proprie invenzioni perché restassero ferme in una teca: le pensava per un corpo che le completasse, anche se quel corpo cambiava ogni volta, dentro una casa che non era ancora un museo. Wurm non firma le proprie sculture perché restino immobili: le scrive come istruzioni, in attesa che un pubblico anonimo, quello per cui le ha concepite fin dall’inizio, le compia.

Il velluto e l’oggetto comune, il segreto di bottega e l’appunto consegnato al pubblico, la stanza abitata e lo spazio espositivo restano distanti in tutto, tranne in questo: nessuno dei due, da solo, è mai stato un’opera finita. Palazzo Fortuny non ha ospitato uno scontro concluso. Ha soltanto messo fianco a fianco due modi diversi di aspettare la stessa cosa.