18 Ottobre 2026 00:15

Poeta della luce. Giovanni Chiaramonte in mostra a Milano

Via Dolorosa, Gerusalemme, 1988. Stampa inkjet ©Archivi Giovanni Chiaramonte. Courtesy Viasaterna
Via Dolorosa, Gerusalemme, 1988. Stampa inkjet ©Archivi Giovanni Chiaramonte. Courtesy Viasaterna
La galleria Viasaterna presenta una selezione di opere di Chiaramonte dagli anni Settanta ai Duemila. Il suo ruolo centrale nella fotografia italiana contemporanea

Il 1974 segnò l’esordio espositivo milanese di Giovanni Chiaramonte (Varese, 1948 – Milano, 2023) presso Il Diaframma di Lanfranco Colombo. La prima galleria in Italia che abbia promosso fotografi ancora in fieri assimilandoli a pieno titolo ad artisti. Ma anche la prima gestazione della sequenza La Creazione/Neon che per il maestro varesino rappresentò l’incipit della ricerca sulla luce che l’avrebbe condotto a una spiritualità profondamente intrisa di senso religioso.

Oggi è possibile vedere tale opera composta da 35 scatti – per la prima volta in formazione completa – in occasione della mostra “Alight”. Che Viasaterna dedica al fotografo a tre anni dalla sua scomparsa (fino all’11 dicembre). L’evento riveste un significato di particolare rilevanza perché la serie ora in mostra – appartenente a un’edizione del 2016 realizzata insieme allo stampatore Mario Govino tramite digitalizzazione e stampa a getto di inchiostro – valorizza le diapositive originarie assai più di quanto avessero fatto le stampe in Cibachrome – già in parte presentate al pubblico nel 1975, a Modena –, e questo grazie a una inedita sensibilità di resa che evidenzia gradazioni e vibrazioni luminose.

 

La Creazione - Neon, 1975-2016. Stampa inkjet ©Archivi Giovanni Chiaramonte. Courtesy Viasaterna
La Creazione – Neon, 1975-2016. Stampa inkjet ©Archivi Giovanni Chiaramonte. Courtesy Viasaterna

Le immagini – dettagli di insegne al neon ripresi con teleobbiettivo come colorate icone pop: il volto femminile, la casa, il sole, le stelle, la stessa macchina fotografica, enucleati dall’oscurità di fondi totalmente neri – compongono una narrazione visiva di forte valenza concettuale, là dove il gioco di luce e ombra apre il dialogo fra realtà e rappresentazione simbolica, natura e invenzione, immanenza e trascendenza. Dunque, ecco la luce intesa come metafora del principio creatore, come manifestazione del divino.

Sull’assenza e sull’indicibile

Tutto prese forma, attraverso il finestrino bagnato di pioggia dell’autobus, da “il lampeggiare iridescente e assurdo di una enorme palma al neon”, secondo le parole di Chiaramonte stesso pubblicate in Terra del ritorno, testo autobiografico apparso per i tipi di Jaca Book nel 1989. Ma tale sequenza non rappresenta certo l’unico contenuto di “Alight”, curata da Luca Fiore e realizzata in collaborazione con gli Archivi Giovanni Chiaramonte. Che aprono con questa esposizione una nuova fase di valorizzazione dell’opera del maestro.

 

Mobile, Alabama, 1991. Stampa inkjet ©Archivi Giovanni Chiaramonte. Courtesy Viasaterna
Mobile, Alabama, 1991. Stampa inkjet ©Archivi Giovanni Chiaramonte. Courtesy Viasaterna

Settantacinque sono le opere in mostra, fra le quali molte datate agli anni Ottanta e Novanta, i decenni segnati in modo particolare dalla frequentazione degli amici fotografi Paolo Monti e Luigi Ghirri e di Arturo Carlo Quintavalle, storico e critico d’arte, nonché fondatore dello CSAC di Parma, che molto sostenne l‘artista.

Tratte dalle serie Paesaggio italiano, Terra del ritorno, Penisola delle figure, Westwards, Dolce è la luce, costituiscono uno straordinario susseguirsi di visioni di esterni e interni in cui la luce permea boschi come colonne di antichi templi siciliani o edifici deserti, trasformandoli in magiche apparizioni dove il raggio di luce diventa rivelazione e l’ombra – proiettata su di un muro scabro – cardine di un racconto modulato sull’assenza e sull’indicibile.

La genealogia della fotografia

Infine, Di-stanze (2001), un capitolo importante nell’arco del percorso compiuto da Chiaramonte. Quando il collezionista Giuseppe Panza di Biumo gli propose di immortalare le opere d’arte minimaliste e concettuali da lui poste nelle sale di Villa Panza, a Varese. Per il fotografo si trattò di vera e propria folgorazione: il ritrovare qui, le opere al neon di Dan Flavin, già incontrate negli anni Novanta durante i suoi viaggi negli Stati Uniti, gli aprì nuove prospettive suggerendogli anche il confronto diretto con quanto da lui stesso realizzato ventisette anni prima. Stimolando la sua presa di coscienza delle potenzialità dei luoghi chiusi in relazione alle fonti luminose. In breve Chiaramonte assimilò lo spazio espositivo a camera fotografica, andando alle radici della genealogia stessa della fotografia.

 

Di-STANZE, 2001. Stampa c-print ©Archivi Giovanni Chiaramonte, Courtesy Viasaterna
Di-STANZE, 2001. Stampa c-print ©Archivi Giovanni Chiaramonte, Courtesy Viasaterna

Le piccole finestre circolari, aperte in alto sulle pareti delle sale delle Scuderie della villa, divennero così i fori stenopeici di gigantesche fotocamere identificabili con lo stesso ambiente interno, sui cui muri proiettò – e immortalò – l’immagine rovesciata del paesaggio esterno che si andava componendo grazie alla luce che penetrava dalle minuscole aperture. Dal lavoro svolto a Varese scaturirono numerosi scatti, di cui tredici qui esposti particolarmente icastici, e spesso imbevuti nel colore. Dedicati non solo a Flavin ma anche alle opere di Robert Irwin, James Turrell e Maria Nordman, autrice, in particolare, della Varese Room.

Un’opera merita infine di essere menzionata: la fotografia realizzata da Chiaramonte nel 1990 all’interno buio della grande scultura dell’Orco nel Parco dei Mostri di Bomarzo, in cui si evidenziano i punti luminosi da cui la luce trapela dall’esterno, ovvero gli occhi e la bocca spalancata del mostro. Il maestro si è metaforicamente calato nella caverna di Platone, individuando il punto di ripresa nell’ombra e lasciando scorgere come proiezioni di luce le forme del mondo esterno attraverso le aperture scavate nella pietra. Il curatore Luca Fiore scrive nel testo introduttivo alla mostra: “L’immagine scattata a Bomarzo è davvero un manifesto di poetica dell’artista. Che si pone sulla soglia della scoperta della realtà del mondo, una scoperta resa possibile dall’azione della luce. Un’azione misteriosa, capace di velare e svelare al tempo stesso”.

 

Volto, Bomarzo, 1990. Stampa c-print ©Archivi Giovanni Chiaramonte. Courtesy Viasaterna
Volto, Bomarzo, 1990. Stampa c-print ©Archivi Giovanni Chiaramonte. Courtesy Viasaterna