
Il documentario presentato all’ultima edizione di Artecinema racconta la fragilità delle cose attraverso il lavoro dell’artista milanese
Un’opera d’arte è quasi sempre il risultato di un’idea veloce, nasce in un momento, si fissa tra gli occhi e il cervello dell’artista che tramite un’azione rapida e invisibile trasforma una sensazione scaturita dal reale in visione. Una missione non semplice fissare la fragilità di qualcosa di inconsistente, detta così, ma il lavoro che mette in moto la coscienza creativa nell’attimo della nascita della visione, in quella connessione tra stimolo esterno ed elaborazione interna, è un’impressione rapida sulla pellicola sensibile della memoria dell’artista che dura una piccola frazione di secondo.
E la sua realizzazione può apparire impossibile, perché quella frazione di secondo del fissaggio è talmente piena di dettagli, talmente completa, da restituire, per un tempo di permanenza molto breve, una visione perfetta e la sua realizzazione concreta diventa una sfida con la fragilità del pensiero, attraverso la tecnica.
Leaves of Me (2026) documentario di Alessandra Galletta, in coproduzione con lo Studio Trisorio, che attraversa il lavoro di Elisabetta Di Maggio e presentato all’ultima edizione di Artecinema (la trentunesima), sembra voler mettere le dita proprio in questi spazi fragili per spiegarli, nel senso letterale del termine, aprirli con delicatezza rispettando le pieghe dell’imballaggio del delicato materiale riposto con estremo ordine nel database dei ricordi ingialliti dal tempo. La produzione di Elisabetta Di Maggio, così complessa e fragile, trova un focus molto ben definito in questo documentario restituendole la giusta dimensione.

Una centrata messa a fuoco sulla complessità del processo di realizzazione nel gioco certosino dell’intaglio, dell’incisione con bisturi, o della raccolta di traiettorie invisibili, come quelle folli delle farfalle piene di curve, giravolte, di cadute, planate impossibili e risalite verticali fissate e rese visibili tramite gli spilli entomologici, quella traiettoria così determinante per il suo volo, fissata nel tempo. Il lavoro è di fatto una collaborazione tra insetto e artista, la farfalla traccia il disegno, ma Elisabetta Di Maggio immobilizza quella traccia, svelandone la bellezza, la follia che è poi contenuta nell’istintivo volo di questo piccolo essere.
Società familiare
Il gioco dell’artista milanese di nascita, ma stabile a Venezia, è talmente pieno di osservazione che qualsiasi cosa esistente può rivestire il ruolo di materiale per rappresentare la fragilità delle cose. Il Corredo del 1997 è un tradizionale corredo di carta velina e carta zucchero, chiuso in una valigia bianca e svelato nel suo significato intimo una volta spiegato, così minuziosamente lavorato, pieno di trafori e merletti, rivela la possibilità di un’esistenza single.
Un corredo con tutti pezzi singoli e non doppi come vorrebbe il buon augurio della tradizione, persino le lenzuola minuziosamente intagliate nella carta per un letto singolo, manifestano la possibilità di non rientrare negli schemi di una società familiare, padre, madre e figli. Niente di più onesto e vero. E quanto è contemporaneo questo lavoro dal punto di vista concettuale, nel momento del fallimento evidente della società patriarcale occidentale di stampo capitalista. Materiali delicati ma ci va giù duro nel senso.
Come in Rape del 2001, un pavimento di sapone in cui sui pezzi di sapone tanto può essere incisa la scritta sole, quella della nota marca di saponi per i panni, tanto la scritta saliva, tanto la scritta sangue. Un lavoro di denuncia presentato presso lo Studio Trisorio, dove l’odore del sapone nasconde una realtà fatta di violenze intime, di sangue e saliva da lavare via con il sapone, che però sembra non poter bastare a cancellare.
Gioco all’inverso
Un approccio estremamente concettuale, in alcuni casi questa metodologia, da un punto di vista delle scelte tecniche, mi riporta al lavoro con i materiali di Germano Sartelli quando incollava le enormi ragnatele su carta moschicida e quando componeva dei ritratti con le cicche di sigaretta fumate dai pazienti psichiatrici di un istituto in cui collaborava. O richiama Giuseppe Penone, quando raccoglie l’elemento naturale nella sua purezza, carico della propria decadenza biologica che tende a trasformare l’oggetto restituendolo ad una nuova contemplazione estetica e filosofica.
Ad esempio La Parete è un lavoro concettuale che è ritornato nel tempo in varie forme e in cui l’artista con un cutter incide l’intonaco sul muro creando decorazioni che sembrano riemergere come in uno scavo. Un lavoro tutto in togliere. Il metodo sembra quello che mette in atto un bambino quando di nascosto scrosta le pareti della casa antica della nonna e ipnotizzato dal gesto non riesce a fermarsi, affascinato dalle forme che delinea e dai colori che emergono da sotto l’intonaco.
Molto simile come concetto, Greetings from Venice del 2018, un enorme apparato musivo, come un ritrovato archeologico che compare dagli scavi sotto il pavimento su cui stiamo camminando, non fosse che il mosaico è composto non da tasselli di pietra, ma da migliaia di francobolli. Qui l’emersione del vecchio dal passato è un gioco all’inverso in cui l’artista mette il materiale e lo fa scomparire sotto al pavimento, consegnandoci l’impressione di camminare su degli scavi in via di recupero. Il materiale scelto poi sono i romantici e bellissimi francobolli caduti in disuso, ma che nel tempo hanno unito luoghi, creato connessioni.
Struttura urbana
Tutto nel lavoro di Elisabetta Di Maggio sembra avere un senso evocativo, un richiamo al ritorno dei ricordi, tramite il gesto dell’intaglio, dello scavare, dello staccare e riapplicare e non è per forza la volontà di cercare il passato in quanto luogo migliore rispetto al presente, ma sembra più un osservare la reazione chimica nel tempo delle cose che occupano lo spazio, rimanere incantati dalla loro trasformazione.
Così come la bellezza delle mappe, oggetto che personalmente mi affascina tantissimo. L’intaglio nella carta dei grossi agglomerati urbani astraggono la città e il suo concetto, si sovrappongono ad essa per soffermarsi sulla fissità della struttura urbana, che racconta molto dei luoghi e delle trasformazioni che hanno subito nel tempo. Un lavoro incredibilmente minuzioso, affascinante, che estrania il luogo da sé stesso, sollevandolo dal peso del ritmo dell’esistenza portandolo su un livello altro, quello della contemplazione.
Leaves of Me è un rimando a quelle foglie che calpestiamo nei sentieri d’autunno, che spesso ritornano nel lavoro di Elisabetta Di Maggio, come oggetto che rivela da un lato una dimensione intima e dall’altro una nuova esistenza possibile una volta caduta dall’albero e raccolta dal suolo. Ed in questo tipo di simbolismo si avverte una certa vicinanza poetica con Penone, per il resto il lavoro di quest’artista decisamente personale e unico, nelle scelte, nelle idee e nelle tecniche.

Alessandra Galletta, autrice, curatrice e critica d’arte. Mi ha fatto conoscere quest’artista. Con il suo documentario racconta molto in profondità, ma con grande discrezione, in punta di piedi e lasciando parlare solo l’artista e le immagini, aprendo verso l’esterno e mostrando con grande rispetto il lavoro concettuale dell’artista, trasformando in questo modo il video d’arte in opera che contiene l’opera, attraverso un gioco di immagini, di silenzi, di tempi.





